“L’autorità della scienza”… e quella della religione

 

La bagarre sollevata dalle opposizioni alla prevista visita del Papa all’ateneo romano «La Sapienza» ha rilanciato la storica e ricorrente discussione sul tema “scienza e fede”, evocando per l’ennesima volta lo spettro della controversia fra Bellarmino e Galilei. Come sempre questa tematica è stata strumentalizzata per ribadire l’oscurantismo della Chiesa, che avrebbe frenato il progresso scientifico e il trionfo della ragione.
In verità, in fatto di ragione è molto difficile che qualche professore universitario un po’ demodè possa stare al passo con Papa Benedetto XVI, e dal nostro punto di vista strettamente religioso, se proprio dovessimo portargli delle critiche, gli chiederemmo di non dimenticarsi troppo della dimensione sovrarazionale della fede.
Papa Ratzinger non è solo buon teologo, ma anche un profondo conoscitore dell’epistemologia contemporanea, e la sua citazione di P.K. Feyerabend, ricordata in questi giorni, risale all’ormai lontano 1991.(1) Dunque, ci troviamo di fronte a un approccio alla scienza estremamente moderno e disincantato, che non possiamo che condividere. Fra tutti i filosofi della scienza, Feyerabend – in quella che potremmo definire la pars destruens della propria opera, e malgrado le proprie convinzioni antireligiose – è infatti sicuramente quello che più mina alla base ogni pretesa della scienza a un’autorità che non le compete assolutamente.
Non è questa la sede per riassumere l’opera di questo interessante e controverso pensatore, ma è certo che le sue ricerche anche storiche sulla genesi dei capisaldi della scienza moderna fanno tutt’altro che restituirci un’immagine idilliaca o idealistica ed asettica della ragione scientifica. Feyerabend non confonde certo la razionalità con il procedere spesso confuso della scienza, dominata quasi sempre dalle mode e sempre dai pregiudizi di chi formula ipotesi e teorie, tanto da concludere che le grandi teorie scientifiche sarebbero il prodotto dello stesso processo creativo all’origine delle opere d’arte.(2)
In breve, lo ribadiamo, si tratta di un’opera sicuramente utile nella sua pars destruens per liberarsi da qualsivoglia grossolano pregiudizio scientista. Per essere, invece, a nostra volta critici nei confronti di questo pensatore dobbiamo dire che la sua estrema difesa del carattere “anarchico” della scienza può essere molto pericolosa, in quanto fa perdere di vista la necessità di una più attenta valutazione della qualità delle intenzioni che muovono gli uomini e di quelle da cui hanno origine le moderne teorie scientifiche. Dal punto di vista religioso tradizionale, infatti, è necessario operare un’importante distinzione, quella fra scienza sacra, di origine “rivelata”, e scienza profana, di origine umana e anche a volte, purtroppo, infraumana. Per essere sintetici, possiamo dire che la scienza sacra ha un carattere eminentemente simbolico, e cioè procede da quello che nella tradizione islamica viene detto il khayal, l’aspetto superiore, ideativo e intellettuale dell’immaginazione, quella potenza sintetica, propria all’autentica profezia, capace di rivestire le idee più pure delle forme necessarie per comunicarle alla natura umana; la scienza profana, invece, è il prodotto dell’immaginazione inferiore, il wahm, priva di ogni autentica dimensione simbolica. Possiamo anche dire che la scienza moderna dà origine a dei modelli, piuttosto che a dei simboli, modelli che lo stesso Feyerabend classifica in realistici e in meramente strumentali. Il titolo dato a questo nostro articolo allude infatti proprio a un altro noto volume dell’epistemologo tedesco, e cioè Il realismo scientifico e l’autorità della scienza, nel quale, appunto, egli sostiene come i modelli scientifici improntati al realismo, quelli per così dire “fatti a immagine e somiglianza” della realtà sensibile, siano più potenti (cioè più gravidi di possibilità di “esplorare” la realtà) dei modelli astratti, prodotti da una logica di tipo baconiano, che si limita a classificare le qualità percepite e a unificarle in modo schematico. È quindi ancora una volta evidente come nessuno di questi due generi di modelli possa avere una portata realmente simbolica, che permetta di conoscere ciò che è soprasensibile, come avviene per le scienze tradizionali, che anche quando contemplano delle dimensioni pratiche sostengono ugualmente sempre la dimensione contemplativa dell’essere umano, fatto “a immagine e somiglianza di Dio”, in quanto dotato di intelletto e non per il fatto di essere “ragionevole”.(3) L’autorità della scienza moderna non supera dunque per definizione il dominio dell’orizzonte fenomenico; tutto quanto supera questo ambito rientra invece nell’ambito dell’insegnamento della Tradizione di origine non umana, ovvero delle grandi religioni ortodosse dell’umanità. In verità, quindi, l’opposizione fra scienza e fede è un puro frutto della confusione e dell’ignoranza moderna, alimentata dallo spirito antireligioso che la contraddistingue. Ai tempi di Galileo e Bellarmino, sicuramente quest’ultimo, ma probabilmente anche Galileo, erano ancora molto lontani dalla grossolana demagogia dei secoli seguenti. Tuttavia, comunque siano andate effettivamente le cose, l’unico punto su cui è interessante soffermarsi a riflettere è la genesi dell’errore di attribuire alla scienza sperimentale una portata che non le compete assolutamente, e su questo il Papa ha sicuramente ragione.
L’osservazione dei fenomeni non può dunque gettare alcuna luce sulle verità ultime, soprattutto non può farlo un’osservazione che, come si è detto, ha messo da parte per principio ogni sforzo orientato a una penetrazione simbolica della realtà, e cioè a quegli aspetti universali che trascendono l’aspetto contingente del fenomeno. In altri termini, “fenomeno” è sinonimo di “contingente”, mentre “principi” e “verità ultime” lo sono di “universale”.
Inoltre, queste realtà universali non sono delle verità astratte, bensì esse sono più reali di quelle percepibili dai sensi in questo “basso mondo” (ad-dunya). Non a caso, alcuni maestri dell’esoterismo islamico definivano “astratta” la conoscenza sensibile.
Non è quindi stata la scienza moderna di per se stessa a essersi opposta alla religione, ma la filosofia occidentale che spesso l’ha accompagnata e che ha preteso di impossessarsene e di strumentalizzarla. Perlomeno, la scienza moderna si opponeva alla religione più di fatto che di principio, ma non avrebbe mai potuto spingersi molto in là senza l’intervento di concezioni radicalmente antimetafisiche quali quelle incarnate dalla filosofia di Kant.
Naturalmente, anche queste concezioni valgono ben poco di fronte alla Verità, ma sono nondimeno divenute storicamente il supporto di suggestioni molto forti finalizzate a operare una drastica chiusura nei confronti dell’autentica spiritualità.(4)
L’errore insito nel pensiero antimetafisico di Kant è in realtà molto grossolano, e consiste, come ha ben detto in estrema sintesi René Guénon, nella «confusione fra l’immaginabile e il concepibile».(5) È infatti vero che la mente dell’uomo in quanto tale non può racchiudere in sé le realtà trascendenti, ma questo non significa che l’uomo non le possa concepire per analogia grazie all’intelletto, che come un filo invisibile lo ricollega al proprio Principio assoluto.
L’uomo è infatti sempre collegato al proprio Principio, a Dio, dal quale non può essere separato se non illusoriamente, e i suoi limiti conoscitivi dipendono esclusivamente dal suo grado di sviluppo spirituale: sono veli dai quali Dio può in ogni momento liberarlo. Nello stesso tempo, l’uomo è ricollegato a Dio anche esteriormente per mezzo dei supporti simbolici e rituali della Tradizione, che aiutano l’intelletto decaduto a passare dalla potenza all’atto, assimilando la Conoscenza rivelata.
L’orizzonte sperimentale della scienza moderna è invece generalmente funzione dei pregiudizi di coloro che l’hanno costituita, pregiudizi che la ricerca stessa, articolata secondo il “filtro” individuale del ricercatore, tenderà sostanzialmente a confermare. Solo un’apertura autenticamente intellettuale che sappia emanciparsi dai limiti dell’individualità può dunque condurre a un reale incremento della conoscenza.
Le scienze sacre tradizionali non possono quindi essere criticate con il metro materiale dei risultati tecnologici: esse non si basano infatti su modelli formali finalizzati a spiegare i fenomeni esteriori e a piegare la natura a esigenze mondane, bensì su simboli sacri che traducono direttamente i principi metafisici. Essi non sono dunque la “copia della copia”, ma una copia diretta degli archetipi finalizzata alla conoscenza intellettuale e sovrarazionale della Verità. Le applicazioni pratiche e le spiegazioni improntate al realismo materialistico non rientrano quindi nelle preoccupazioni dell’Autorità spirituale. Ecco la radice di tutte le incomprensioni del mondo nei confronti di quest’ultima. Questa ancora, in breve, la differenza fra “modelli” e simboli”: convenzionali i primi, supporto di intuizioni intellettuali i secondi.
L’essenza dell’insegnamento tradizionale più autentico è che l’apparenza esteriore di ogni scienza è, come quella del mondo manifestato, intessuta della stessa sostanza dell’opinione, la quale cessa di esistere una volta che si sia colta la realtà essenziale, permanente e immutabile delle cose.
Un’immagine tradizionale molto efficace in proposito è quella della circonferenza luminosa tracciata nel buio da un tizzone ardente. In verità, non vi è alcuna circonferenza, ma solo una successione puntiforme di tizzoni ardenti, o meglio un unico tizzone ardente. Pertanto, finché non si supera il dominio sensibile, si è prigionieri dell’illusione delle apparenze fenomeniche e del punto di vista delle scienze relative; ma quando si è giunti alla vera conoscenza, allora vi è solo la Scienza di Dio, che trascende e unifica ogni opposizione.

In questa prospettiva, dunque, lontana da ogni mutamento e divenire, che senso potrebbe ancora avere parteggiare per un modello o per l’altro? Lottare per imporre una visione che pone al centro dell’universo dell’uomo la Terra o il Sole?

 

Ahmad 'Abd al-Quddus Panetta

02 febbraio 2008

 

Note:

1 «La Chiesa all'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione» (Paul K. Feyerabend, Contro il metodo, Feltrinelli 2002).

2 Paul K. Feyerabend, La scienza come arte, Bari, 1984.

3 Fino al Medioevo, la dottrina aristotelica considerava la ragione una semplice differentia animalis, cioè una caratteristica propria alla natura animale della specie umana.

4 Un’altra suggestione molto forte è rappresentata dalle teorie dell’evoluzionismo darwinista, che pur non avendo alcun serio fondamento scientifico hanno ormai creato una sorta di frattura nella naturale relazione fra gli uomini e il loro Creatore, e per così dire “raggelato” il comune sentire religioso dell’umanità. La negazione della qualità archetipica delle specie, di quella umana in particolare, «fatta a immagine e somiglianza di Dio», e come tale «Nobile», conduce infatti a un abbassamento della dignità simbolica del modo di relazionarsi dell’uomo a Dio. E come potrebbe essere altrimenti se chi prega è convinto di non essere in fondo che una «bestia» che si riferisce a una potenza misteriosa?

5 René Guénon, L’errore dello Spiritismo, Luni, Milano 2006, cap.V. Il tributo che ormai da lungo tempo l’Occidente, anche cristiano, riconosce alla figura di Immanuel Kant è peraltro un segno evidente dell’avanzata secolarizzazione, che impedisce di riconoscere nell’opera di questo “filosofo” lo sviluppo sistematico di alcuni assunti antitradizionali.