«Andare allo scoperto per far emergere il vero Islam»

Intervista al presidente della comunità afgana italiana


Una fotografia in piccolo del nascente Islam italiano: la comunità afgana, non più di 3 mila fra uomini e donne, presenta le stesse esigenze e difficoltà di centinaia di migliaia di altri musulmani che vivono nel nostro Paese, stranieri o italiani di nascita. Musulmani che desiderano praticare la religione senza il pericolo del fondamentalismo islamista o laicista, e di chi vorrebbe rinchiuderli in uno stadio ai margini della società. Musulmani che denunciano la carenza cronica di luoghi di culto adeguati, di guide religiose che parlino in una lingua comprensibile ai fedeli, di una rappresentanza affidabile che dialoghi con le istituzioni italiane.

Sono queste alcune delle tematiche trattate con Islamicità da Qorbanalì Esmaelì, giovane presidente dell’Associazione nazional-culturale degli afgani in Italia, che riunisce le poche migliaia di afgani nel nostro Paese.

Perchè questo nome, “nazional-culturale”?

Alla sua nascita, nel 2004, si chiamava soltanto “culturale” perchè non volevamo che l’associazione avesse coloriture politiche, o altri scopi se non quello di dare un unico punto di riferimento a tutti gli afgani presenti in Italia. Per fare questo era necessario promuovere la cultura afgana mantenendo vive le tradizioni come il capodanno del 21 marzo o la festa di indipendenza del 19 agosto e, inoltre, dando la possibilità di praticare le due principali feste religiose islamiche, l’Id al-Fitr e l’Id al-Adha. Non è stato facile unificare tutti gli afgani, divisi spesso anche qui in Italia dagli stessi conflitti e guerre civili del paese natio, ma ora, da un gruppo iniziale di nemmeno 200 persone, abbiamo creato 12 sedi in Italia e una sede nazionale e Roma. Offriamo inoltre assistenza legale e attività di informazione sulla cultura e le leggi italiane.

È sempre di estrema attualità il problema dei luoghi di culto islamici: oltre a promuovere l’integrazione, cosa fate per offrire un supporto alla pratica del culto?

È un tasto molto dolente. Attualmente infatti non abbiamo un luogo di culto dove gli afgani presenti in Italia possano pregare ed assistere alla preghiera del venerdì in una lingua comprensibile. A Roma abbiamo contatti con la grande moschea, ma nel resto d’Italia ci appoggiamo alle Caritas o al Comune.

Non collaborate con altre associazioni islamiche?

Dove possiamo, certamente, ma il problema rimane sempre la lingua: nella maggioranza dei casi nelle sale di preghiera di tutta Italia si parla quasi esclusivamente arabo, che noi non capiamo. È un problema molto serio: vedo spesso miei fratelli nell’Islam perdere la pratica della religione a causa dell’assenza di un luogo di culto. Vorrei per questo fare un appello, anche tramite la vostra rivista, affinché qualcuno possa aiutarci.

Tuttavia, non c’è così il grave rischio che, nel creare diversi luoghi di culto in base all’etnia o alla lingua, si tradisca l’intrinseca universalità dell’Islam, oltre a parcellizzare la comunità islamica in Italia? Non sarebbe meglio che nelle moschee si parlasse solo italiano?

Sono perfettamente d’accordo, sarebbe questa in effetti la soluzione: l’Islam deve essere compreso, e poi se se la lingua è quella italiana allora si evita anche che i luoghi di culto rischino di essere sfruttati per altri scopi non religiosi... Insegnare l’italiano è un’altra delle attività principali della nostra associazione.

Crede che il lavoro della Consulta e della nascente Federazione dell’Islam italiano abbia contribuito ad unire i musulmani in Italia, dalle associazioni formate in maggioranza di immigrati fino ad altre, come la Co.Re.Is., che unisce i musulmani italiani?

Ritengo molto positivo il lavoro svolto sia dagli italiani della Co.Re.Is. così come da tutte le altre associazioni che hanno lavorato e continuano a lavorare con le istituzioni pubbliche. Noi musulmani dobbiamo il più possibile metterci in gioco, avere un rapporto con le istituzioni, andare allo scoperto, farci conoscere a livello pubblico: solo così sarà possibile lasciar emergere il vero Islam moderato e dialogante. Ma per fare questo è essenziale che la rappresentanza sia lontana da ogni ideologia politica, e così unire sotto un’unica voce i musulmani, proprio come hanno fatto altre comunità minoritarie come gli ebrei o i protestanti. Il problema è depurare l’Islam da ogni contaminazione politica.

Sembra proprio essere la confusione tra religione e politica ad aver caratterizzato anche i recenti conflitti nel vostro paese. Oggi la parola “talebano”, ovvero “studente” in arabo, è sinonimo di “terrorista”: non è paradossale, considerando l’importanza che nell’Islam ha sempre avuto lo studio e la conoscenza? E la stessa cosa vale per mujaheddin, che indica in realtà “coloro che praticano il jihad per la religione”, intendendo jihad nel suo significato più autentico di “combattimento interiore” contro il predominio dell’anima passionale.

Sono convinto che, purtroppo, se sussiste questa cattiva comprensione della religione che emerge nella confusione dei termini, sia anche colpa di molti musulmani nel mondo che rimangono passivi a queste forme di strumentalizzazione e non fanno nulla per combattere i pregiudizi sempre più diffusi in Occidente.

Più volte negli ultimi anni abbiamo organizzato molti momenti di sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana per chiarire, ad esempio, che i talebani non rappresentano l’Afghanistan o l’Islam, ma costituiscono soltanto un gruppo politico violento.

L’Afghanistan è l’unico altro paese al mondo, dopo l’Iraq, dove la maggioranza di musulmani sunniti convive con una forte presenza sciita, circa il 20%. Esistono davvero contrapposizioni così forti come viene trasmesso dai mass media occidentali?

Da un punto di vista religioso certamente no. Ogni musulmano sa, infatti, che non ci sono grosse differenze tra sunniti e sciiti, due correnti che appartengono alla stessa religione che è l’Islam. In Afghanistan abbiamo avuto anche in questo caso una strumentalizzazione di questioni prettamente etniche. Infatti, la popolazione sciita appartiene in maggioranza ad un gruppo etnico preciso, gli Hazarà, vicini alla Mongolia, e da sempre pesantemente oppressi. Fino al 1922 erano addirittura considerati schiavi, e anche se ora la schiavitù è abolita esistono ancora numerose privazioni di diritti civili.

Quali progetti a breve termine con la vostra associazione?

A Roma, attraverso la nostra sede nazionale, continuiamo una stretta collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio, con la quale abbiamo di recente manifestato per la popolazione armena. In programma abbiamo anche vari incontri con politici italiani tra cui uno con il ministro dell’Interno Roberto Maroni per esprimere la nostra contrarietà ad ogni forma di razzismo.


Yahya Abd al-Ahad Zanolo

27 luglio 2008