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Presentiamo ai nostri lettori la relazione che il Professor Carlo Cardia ha tenuto a Roma il 6 dicembre scorso nel corso di un convegno dal titolo Valori costituzionali, per i sessanta anni della Costituzione italiana organizzato dall’Unione dei giuristi cattolici italiani. Il Professor Carlo Cardia ha seguito per conto del precedente ministro dell’interno Giuliano Amato i lavori prima della Consulta dell’Islam italiano e poi per la creazione di una Federazione dell’Islam italiano, lavori che, dopo la firma da parte di alcuni rappresentanti di comunità e organizzazioni islamiche italiane di una Dichiarazione di Intenti, si sono interrotti con il cambio del governo nel 2008: «oggi – scrive Cardia – c’è il rischio che in Italia si lasci cadere questa opportunità, lasciando che la questione islamica venga ricacciata in una dimensione di indifferenza, senza che le istituzioni si preoccupino di entrare in dialogo con chi ha sottoscritto la Dichiarazione di Intenti, di aiutarli ad andare avanti, incoraggiarli sulla strada dell’integrazione». Il Prof. Cardia è anche stato Presidente del Consiglio Scientifico e Redattore della Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione promossa dal Ministero dell’interno durante la precedente legislatura. La Carta dei valori, di cui il Prof. Cardia in questo testo mostra il perfetto accordo con la Costituzione italiana, rappresenta a tutt’oggi un’importante punto di riferimento per il governo italiano e per le diverse comunità religiose presenti in Italia, presentando quei principi che debbono reggere un contesto multiculturale e multireligioso, senza scadere nel relativismo ma promuovendo nel pieno rispetto reciproco la valorizzazione delle differenze religiose ed etinche.
Carta dei valori e multiculturalità alla prova della Costituzione[Estratto]
1. Carta dei valori e multiculturalità, l’attualizzazione della Costituzione.
La Carta dei valori è stata concepita e realizzata, tra il 2006 e il 2007, nella fase di più intensa affluenza migratoria nel nostro Paese, quando l’immigrazione ha assunto carattere di massa, ed ha investito la vita quotidiana di tutti noi (1). Essa è stata concepita come proiezione dei nostri principi costituzionali, ed elaborata insieme alle rappresentanze religiose, etniche, nazionali, presenti in Italia. Da questo punto di vista ha confermato il significato più autentico della Carta costituzionale, che sta nell’apertura al futuro e nella sua valenza universalistica. La Costituzione nasce in un preciso contesto storico, ma invece di utilizzare categorie contingenti, preferisce elaborare valori generali, si rivolge a destinatari visti nella loro essenza o identità ontologica. Parla di diritti inviolabili della persona, di eguaglianza giuridica che supera le condizioni personali e sociali, enuncia i diritti della famiglia, la libertà della scuola, e via di seguito. In questo modo essa opera una svolta storica nei confronti delle Costituzioni ottocentesche, impegnandosi per un progetto di società che non si identifica con un modello particolare, ma si fonda su valori etico-sociali certi (2).
La Costituzione ha saputo così proiettarsi nel futuro, ed è riuscita a dare risposte a problemi che all’epoca non erano prevedibili. Il caso dell’immigrazione è una conferma della capacità profetica della Costituzione, alla quale ha potuto ispirarsi la Carta dei valori per enunciare valori e regole che hanno radice nei principi del 1948 (3). Della Carta dei valori si è sentito il bisogno quando abbiamo cominciato ad avvertire che anche in Italia non eravamo immuni dai rischi delle società multiculturali, dalle tensioni tra Islam moderato e Islam fondamentalista, da pulsioni negative che si andavano estendendo (4). Su questo punto credo che dobbiamo essere sinceri con noi stessi. Abbiamo creduto a lungo di essere esenti dai pericoli della frammentazione e del multiculturalismo, crediamo ancora oggi di non correre i rischi della xenofobia, presenti in altri Paesi anche molto civili. Molti di noi ritengono che non subiremo queste patologie perché possediamo delle virtù specifiche che ci mettono al riparo da cadute così gravi. Aggiungo che qualche ragione ce l’abbiamo a pensarla così. Perché la tradizione cristiana resta un formidabile antidoto al razzismo, e perché i principi costituzionali hanno formato generazioni di italiani disponibili verso gli altri, da qualunque parte provengano. Infine perché un certo carattere pragmatico e positivo della popolazione garantisce da scelte estremistiche.
Con il tempo, però, ci siamo accorti che le cose sono più complesse, e le nostre qualità limitate. Nei primi contatti con culture e religioni che non hanno vissuto l’evoluzione occidentale abbiamo scoperto insicurezze ed abbiamo fatto i primi errori. Siamo rimasti impressionati di fronte all’aggressività di chi contesta i simboli del cristianesimo, o la concezione moderna della libertà religiosa, di chi proviene da tradizioni che negano l’eguaglianza tra uomo e donne. Siamo colpiti e stupiti nell’apprendere che qua e là si registra la presenza della poligamia, che esiste la realtà delle spose bambine, che la violenza può essere strumento di gestione della comunità familiare (5). Ci siamo anche accorti che qualcosa potrebbe guastarsi dentro di noi. Perché, sia pure in forme limitate, cominciano a serpeggiare anche in Italia istinti negativi, di rifiuto dell’altro, e si diffondono semplificazioni che anticipano sentimenti xenofobi. Lo straniero è comunque un pericolo, l’Islam tutto intero è arretrato, violento, incapace di evoluzione, altre tradizioni appaiono irrimediabilmente prigioniere di negatività. Ci sentiamo vulnerabili perché il passaggio da questi istinti, o sentimenti, a comportamenti venati di razzismo non è lungo. Proprio dall’intreccio di questi rischi esterni ed interni è nata l’esigenza di una Carta dei valori che costituisse un punto di equilibrio tra il laissez faire del multiculturalismo e la chiusura agli altri e alle loro tradizioni, tra i diritti e i doveri che devono essere riconosciuti e fatti osservare da chiunque, senza sconti per nessuno (6). E devo dire che l’esperienza per me più gratificante non è stata soltanto quella di aver provveduto alla stesura della Carta dei valori, quanto di averla elaborata con i principali rappresentanti delle religioni presenti in Italia, con gli esponenti delle comunità di immigrati. La gratificazione deriva dal fatto che tutto quanto vi è scritto è stato spesso il frutto di richieste venute dagli immigrati. Proprio gli immigrati, di ogni religione o nazionalità, ci hanno chiesto di tener fermi i valori i valori di libertà e di eguaglianza in quanto necessari all’accoglienza ma anche a consentire loro di evolversi, di erodere e abbattere le negatività delle rispettive tradizioni. Ricordo sempre, come un’esperienza preziosa, che sono state le donne musulmane a chiederci di parlare dell’identità cristiana del nostro Paese, di citare il diritto di libertà religiosa e i diritti della donna, dentro e fuori la famiglia (7).
2. I fondamenti della Carta dei valori. Concezione antirelativistica dei valori etico-sociali e dei diritti della persona.
La Carta dei valori ha dovuto superare una obiezione insidiosa, per la quale basterebbe la Costituzione a risolvere tutti i problemi, anche quelli dell’immigrazione, e ogni documento relativo alla multiculturalità sarebbe inutile. Però, se scaviamo dentro questa posizione troviamo tracce di una certa pigrizia o di più inquietanti retropensieri. Diciamo subito che se basta la Costituzione, allora sono inutili le Carte internazionali sui diritti umani, le Convenzioni sui diritti civili e sociali, sulla non discriminazione della donna, e tante altre leggi e documenti che approfondiscono e specificano i principi costituzionali. In realtà, dietro quella obiezione sta spesso il tentativo di risolvere la questione della multiculturalità secondo ottiche ideologiche, magari contrapposte, facendo dire alla Costituzione ciò che più aggrada. E ne ho avuto personalmente la riprova nelle consultazioni in vista della stesura della Carta dei valori. In effetti, al riparo della Costituzione si ponevano coloro che volevano accettare la poligamia, togliere i crocifissi e i simboli della cristianità dall’ambito pubblico, separare i ragazzi e le ragazzi secondo l’etnia, ammettere il burqa, e via di seguito (8). In questo insieme di orientamenti indistinti si distinguevano due tipi di posizione. Quella di chi ritiene che il problema della multiculturalità non esiste, non bisogna concedere nulla a quanti vengono da fuori, perché il loro dovere è quello di farsi assimilare, presto e bene, non si deve contrattare nulla con gli immigrati come non si contratta nulla con gli ospiti. E l’altra di chi pensa che la Costituzione vada bene per noi ma non per gli altri, perché gli altri vengono da lontano, hanno abitudini strane, e devono vivere e agire come meglio ritengono, come se diritti e doveri non esistessero. Questi convincimenti sono diversi, uno è immobilista ed etnocentrico, l’altro nettamente relativista, ma sono entrambi intrisi di pessimismo. Per il primo è inutile rompersi la testa sulla multiculturalità, chi viene da noi o si assimila o va via. Per il secondo è inutile fare politiche di integrazione, perché l’immigrato è antropologicamente diverso, dunque è bene che viva con le sue tradizioni, anche se negative e arretrate. Noi stiamo correndo il rischio di subire il fascino di entrambe queste posizioni estreme, magari a periodi alterni. La Carta dei valori muove da altri presupposti. Essa è fondata sulla fiducia nei valori enunciati dalla Costituzione, nei diritti della persona, sulla convinzione che valori e diritti costituzionali hanno valenza universale. Inoltre, presuppone che l’integrazione tra culture, tradizioni, religioni diverse sia possibile, e rifiuta la prospettiva di una società a velocità differenti, nella quale i diritti e i doveri valgono soltanto per la parte stanziale (più evoluta) della collettività, e non per coloro che vengono da culture differenti (si presume meno evolute). [...]
3. Segue. Solidarietà verso gli altri, parità di diritti e doveri per tutti.
La degenerazione relativistica ha provocato un forte sbandamento nella cultura occidentale, e causa gravi danni anche in Italia. Uno di questi è quello di alimentare e far crescere l’opposta tendenza assimilazionistica, la quale, di fronte al fallimento delle culture multiculturaliste, nega la stessa possibilità dell’integrazione, ricorda soltanto i doveri degli immigrati ma dimentica i loro diritti, punta tutto sul bisogno di sicurezza dei cittadini. La Carta dei valori si fonda sull’equilibrio dei diritti e dei doveri e vede in questo equilibrio lo strumento essenziale per l’evoluzione delle comunità dell’immigrazione. Ma se guardiamo a quanto sta avvenendo in Italia negli ultimi mesi, dobbiamo registrare segnali pericolosi di un clima di chiusura e di ostilità verso l’immigrazione, con il rischio di un corto circuito per lo scontro tra concezioni opposte, senza che si riesca a realizzare una giusta composizione tra i valori dell’accoglienza e quelli della legalità. [...]
Con riferimento al profilo istituzionale, devo ricordare una cosa che a molti può sembrare ovvia ma che va detta in termini semplici e chiari. Il Ministero dell’Interno non è soltanto il Ministero di polizia, ma è il Ministero dei diritti civili e dell’immigrazione, con competenze amplissime nei rapporti con le confessioni religiose e con le comunità straniere. Ebbene, non è stato elaborato alcun indirizzo di intervento che vada al di là delle misure di sicurezza elaborate, praticamente ogni tavolo di confronto con le comunità dell’immigrazione è stato interrotto. Sono state eliminate iniziative e occasioni di incontro e confronto con le comunità dell’immigrazione, con la conseguenza che gli immigrati sono gli unici a non essere mai consultati, coinvolti, interessati a ciò che deve essere fatto per favorire la loro integrazione. Anche la Carta dei valori, che pure è stata elaborata al Ministero dell’Interno ed apprezzata largamente nelle comunità straniere, è stata messa in sordina e non più utilizzata. Di più, ma ci tornerò più avanti, è stato ignorato e accantonato un importante passo in avanti realizzato agli inizi del 2008 quando gli esponenti dell’Islam moderato si sono riuniti ed hanno annunciato una possibile unione federalista per contrastare le correnti fondamentaliste. Quando dico che questo passo in avanti è stato ignorato, voglio dire che non si è avuta una parola positiva, non un incoraggiamento, un affidamento per il futuro, nulla di ciò stato fatto. Si registra invece un silenzio che mese dopo mese si fa sempre più eloquente, e viene quasi da chiedersi se non esistano gruppi politici che preferiscono un Islam aggressivo ad un Islam che cerca l’integrazione (9).
4. Universalità del principio di laicità e libertà religiosa, integrazione dell’Islam.
[...] In materia di libertà religiosa, la Carta dei valori ha già prodotto dei frutti. Essa non soltanto è stata elaborata insieme alle comunità religiose nazionali e dell’immigrazione, ma è stata la base attorno alla quale si sono raccolti gli esponenti dell’Islam moderato italiano i quali hanno sottoscritto nel marzo scorso una Dichiarazione di Intenti (che avete trovato tra la documentazione del Convegno) in vista di una aggregazione federativa che aspiri al riconoscimento giuridico, ed in prospettiva ad una Intesa con lo Stato italiano. Non posso illustrare i contenuti di questa Dichiarazione, se non altro per motivi di tempo, ma voglio ricordare che il suo più grande significato sta nel rifiuto di ogni forma di fondamentalismo e nella sottoscrizione esplicita e convinta dell’adesione ai principi e ai diritti costituzionali, a cominciare dal diritto di libertà religiosa (che deve valere in ogni parte del mondo) e dall’eguaglianza tra uomo e donna (10). Essa, inoltre, propone un cammino di regolarizzazione dell’Islam che riguardi il mondo delle mosche e la selezione degli imam perché entrambi si organizzino e agiscano nel rispetto delle leggi, senza ambigui collegamenti con l’estero, in una prospettiva di integrazione nella società italiana (11). Affermazioni così importanti non si ritrovano in nessun documento sottoscritto da musulmani in Europa, anzi per la prima volta un documento sottoscritto da musulmani in un Paese europeo propone uno spartiacque tra un Islam fondamentalista da respingere e un Islam moderato da riconoscere e favorire (12). Oggi, c’è il rischio che in Italia si lasci cadere questa opportunità, lasciando che la questione islamica venga ricacciata in una dimensione di indifferenza, senza che le istituzioni si preoccupino di entrare in dialogo con chi ha sottoscritto la Dichiarazione di Intenti, di aiutarli ad andare avanti, incoraggiarli sulla strada dell’integrazione. Io credo si debba prendere coscienza di un fatto importante per il futuro dei rapporti tra Stato e confessioni in Italia. E’ interesse di tutti che l’Islam si organizzi alla luce del sole come altre confessioni religiose sulla base dei principi costituzionali. Soltanto in questo modo può andare avanti un processo evolutivo reale che riguardi gli immigrati di oggi e le generazioni di domani. Un Islam abbandonato a se stesso può costituire una mina vagante, una terra sconosciuta nella quale si affermano i gruppi e le componenti più arretrate, nella quale possono celarsi pericoli reali, che esplodono quando meno ce lo aspettiamo come è avvenuto in altri Paesi europei.
5. Conclusioni. Il dialogo interreligioso
Vorrei concludere con brevi considerazioni sul dialogo interreligioso che ha assunto da tempo una dimensione internazionale, perché si è esteso a tutte le religioni e a tutti gli Stati, e che trova nella Carta dei valori un riconoscimento molto forte (13). [...]
Un [...] aspetto che vorrei richiamare riguarda il fatto che il dialogo interreligioso, pur sviluppato a livello teorico, o teologico, si impegna assai raramente sulle tematiche legate al rispetto dei diritti umani negli Stati e a livello internazionale. Certamente, nessuno di noi si illude che possa realizzarsi in poco tempo una omogeneità di vedute sui contenuti dei diritti umani, né che si possano colmare in pochi anni divisioni e lontananze durate secoli, nutrite di tanti elementi ideologici, culturali e politici. Ma oggi le religioni dialoganti sono chiamate a testimoniare concretamente quei diritti umani che possono aiutare l’uomo nella sua evoluzione, devono per prime dare prova di mettere in pratica quei principi di libertà e di tolleranza che affermano di condividere. Se manca questa testimonianza, si avrà l’impressione che alcune religioni concepiscono il dialogo interreligioso valido soltanto fuori dei confini statali o territoriali nei quali sono radicate. Affiora in questo modo il delicato problema della reciprocità che a livello giuridico internazionale è ben conosciuto. Noi diciamo giustamente che in tema di diritti di libertà, e di libertà religiosa, non si può invocare il valore della reciprocità per negare in casa propria ciò che altri non concedono nella propria terra. Ed è giusto, anche perché altrimenti la globalizzazione si svilupperebbe al ribasso, eliminando anziché accrescendo le conquiste civili e di libertà realizzate negli ultimi secoli. Ciò, però, non esclude che si possano con gradualità, e con mezzi pacifici, incoraggiare a concedere diritti e libertà civili ai propri cittadini in quegli ordinamenti che più sono indietro su questo terreno, utilizzando strumenti commerciali, convenzioni bilaterali e trattati internazionali, e via di seguito. Però, vorrei osservare che ciò che non è concesso agli Stati può essere realizzato dalle religioni con maggiore libertà e capacità di intervento, ed il dialogo interreligioso dovrebbe servire proprio a impegnare ciascuna confessione a impegnarsi per l’attuazione della libertà religiosa in primo luogo nei territori ove ha maggiore radicamento. Per questa ragione, vorrei concludere il mio intervento ricordando che l’integrazione culturale e religiosa nelle società contemporanee ha bisogno del contributo di tutti, e che nessuno può chiamarsi fuori da una esigenza di evoluzione e trasformazione che lasci dietro di sé le scorie e le negatività del passato.
Carlo Cadia 14 dicembre 2009
Note (1) Con Decreto del Ministro dell’Interno Giuliano Amato del 13 ottobre 2006 è istituito un Comitato scientifico incaricato di elaborare la “Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione”. L’iniziativa muove dalla “necessità di elaborare un documento che comprenda i valori ed i principi cui debbono attenersi tutti coloro che intendano risiedere stabilmente in Italia, di qualsiasi gruppo o comunità facciano parte, in qualsiasi forma culturale, etnica o religiosa si riconoscano”. (2) Sull’argomento cfr. C. CARDIA, Laicità e libertà religiosa nella Costituzione, in AA.VV., 60 anni dalla Costituzione, Camera dei Deputati 2007. (3) Cfr. A. BORDI, La Costituzione italiana informa i principi della Carta dei Valori, in “Amministrazione civile”, agosto-settembre 2007, pp. 32 ss. (4) Una occasione specifica che dette impulso all’iniziativa del Ministero dell’Interno per la Carta dei valori può essere individuata quando nell’agosto del 2006 l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (UCOII) pubblicò su alcuni giornali un manifesto con il quale si assimilava Israele al nazismo e si negava la unicità della Shoà. Il manifesto provocò reazioni molto dure nella società italiana e venne valutato dal Ministero dell’Interno come “potenzialmente produttivo di ostilità e intolleranza nei confronti della comunità ebraica”. (5) Sulle dimensioni dello spaesamento che si determina in Italia a seguito delle prime trasformazioni in senso multiculturale della società, cfr. C. CARDIA, Le sfide della laicità. Etica, multiculturalismo, Islam, Ed. Paoline, pp. 173 ss. (6) Sull’esigenza che l’attenzione alla multiculturalità non determini fratture nel sistema dei diritti umani negli ordinamenti occidentali cfr. G. BAUMANN, L’enigma multiculturale. Stato, etnie, religione (1999), Bologna 2003. Baumann osserva, in particolare, che un malinteso interculturalismo immobilizza e cristallizza gli individui e nega loro un futuro di evoluzione, anche perché la religione e la cultura “sono deificate ed essenzializzate come qualora di immutabile”, mentre la religione viene concepita come “una sorta di bagaglio culturale che ci si porta dietro nella migrazione, legato e contrassegnato, che possiamo (poi) spacchettare, arrivati a destinazione e ritrovarlo eguale” (p. 75). (7) Il Decreto dell’ottobre 2006 prevedeva che il Comitato scientifico incaricato di redigere la Carta dei valori dovesse procedere anche “mediante incontri consultivi con componenti della Consulta per l’Islam italiano, esponenti delle associazioni ed organizzazioni operanti nell’ambito delle diverse confessioni religiose e nel mondo delle comunità di immigrati nonché, in ragione di specifiche esigenze conoscitive, con rappresentanze di Istituzioni pubbliche e private interessate e con esperti”. Il lavoro del Comitato, in effetti, si è sviluppato in gran parte incontrando delegazioni e rappresentanze di comunità nazionali, religiose, etniche, nonché esponenti di sindacati, associazioni impegnate nel mondo dell’immigrazione, e di Istituzioni. In base ad una rilevazione statistica degli incontri, il Comitato ha effettuato n. 42 audizioni, di delegazioni e di singoli, per un totale di 160 persone, originarie di 35 paesi. E’ stata anche molto ampia la rappresentatività confessionale degli incontri perché i partecipanti appartenevano alle principali religioni e correnti religiose, dal cristianesimo (Chiese cattolica, ortodosse, protestanti) all’Islam (e relative aggregazioni), dal buddismo all’induismo, alle Chiesa mormone, e via di seguito. Per maggiori chiarimenti sul punto si rinvia alla Relazione che ha accompagnato la Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione, pubblicata a cura del Ministero dell’Interno nel 2007, pp. 33 ss. (8) Soprattutto nella fase iniziale, esponenti di alcune organizzazioni islamiche, ma anche di strutture ed organizzazioni italiane, confessionali o laiche, hanno espresso “un qualche scetticismo in ragione del fatto che già la Costituzione italiana e le carte fondative dell’Unione Europea contengono quanto è necessario, dal punto di vista dei principi e dei valori, perché si debba elaborare in aggiunta un altro documento che riecheggi gli stessi principi e valori” (Relazione, cit., p. 34). Successivamente molte di queste perplessità sono venute meno, ma sono emerse alcune contrarietà, soprattutto in una organizzazione islamica, rispetto alle esigenze relative all’eguaglianza tra uomo e donna, al problema della poligamia, del burqa, etc. Come si dirà meglio più avanti, la contrarietà di questa organizzazione islamica è stata confermata dal fatto che essa non ha aderito alla Carta dei valori (n. 15). (9) La Carta dei valori ha costituito un primo spartiacque tra organizzazioni musulmane moderate e organizzazioni integraliste. Molto eloquente è stato l’atteggiamento dell’UCOII sia durante la elaborazione della Carta, sia dopo la sua approvazione da parte del Ministro dell’Interno. Gli esponenti dell’UCOII hanno partecipato ad alcuni incontri con il Comitato scientifico per discutere i contenuti della Carta dei valori con delle riserve apparentemente secondarie ma che riflettevano una minore convinzione rispetto ad altri esponenti musulmani. Dopo l’approvazione del documento si sono avute reazioni diverse, con delle riserve esplicite, con ambigue distinzioni, con dei comunicati nei quali si diceva che chi avesse aderito alla Carta lo avrebbe fatto a titolo personale senza che la sua opinione impegnasse l’UCOII in quanto tale. Infine, dopo ripetute esplicite richieste da parte del Consiglio scientifico perché avesse luogo una presa di posizione ufficiale (di qualsiasi tipo) l’UCOII ha diramato un comunicato nel quale si rivendicava il ruolo dell’organizzazione nella elaborazione della Carta ma si aggiungevano rilievi che riflettevano un consenso parziale e delle riserve esplicite. Si diceva nel comunicato che la Carta dei valori “non sostituisce i principi costituzionali e, non essendo un testo sacro, riteniamo che in futuro la si possa migliorare, integrare e modificare”. In altri termini, se ne sminuiva il significato complessivo evitando accuratamente di pronunciarsi in modo adesivo ai suoi contenuti. Ciò ha posto l’UCOII in una posizione di ulteriore polemica con altre associazioni islamiche e con alcuni componenti della Consulta e ha comportato la sua auto-esclusione dal progetto di diffusione e distribuzione della Carta dei valori che intanto si andava dispiegando a livello nazionale. Per la ricostruzione dell’atteggiamento dell’UCOII si rinvia alla Relazione sull’Islam in Italia, redatta dal Consiglio scientifico incaricato della diffusione e attuazione della Carta dei valori, e pubblicata dal Ministero dell’Interno nel maggior del 2008, p. 29 ss. (10) Per la “Dichiarazione di Intenti”, “le attuali divisioni dei musulmani, e delle loro organizzazioni, sono in Italia fonte di problemi e di equivoci anche gravi, e si avverte forte il bisogno di dar vita ad una aggregazione che sappia parlare con voce unitaria e proporre le esigenze dei musulmani allo Stato e alle Istituzioni. Esistono persone e organizzazioni che vantano una rappresentatività che nessuno può controllare, e prospettano una concezione dell’Islam contraria ai diritti umani, alla libertà religiosa, all’eguaglianza tra uomo e donna. L’organizzazione di molte moschee e la formazione degli imam si svolgono fuori di regole certe e formalizzate rischiando, così, di offrire una immagine distorta della religione islamica, e di creare allarme e preoccupazione nell’opinione pubblica”. (in Relazione sull’Islam in Italia, cit., pp. 65-66). (12) Tra le finalità di una futura Federazione dell’Islam italiano, la “Dichiarazione di Intenti” inserisce le seguenti: “a) aggregare le organizzazioni musulmane esistenti, associazioni, centri culturali, che condividano i principi della Costituzione italiana e della Carta dei valori, e dare loro una configurazione unitaria in vista del riconoscimento giuridico da parte dello Stato” (…) d) agire nel rispetto del diritto di libertà religiosa, che spetta a chiunque e in qualunque parte del mondo, e del principio di eguaglianza tra uomo e donna che deve essere realizzato per favorire il pieno sviluppo della persona umana; e) risolvere due problemi specifici: la regolazione delle moschee, spesso allocate in luoghi precari e non adeguati, e gestite con modalità non trasparenti; la formazione degli imam, scelti a volte senza i requisiti necessari per svolgere le proprie funzioni in una società laica e pluralista come quella italiana; f) garantire l’autonomia da ogni centrale o ingerenza straniera, rifiutare ogni collegamento con organizzazioni integraliste e marcare un confine netto nei confronti di ogni tipo di fondamentalismo” (in Relazione sull’Islam in Italia, cit., pp. 66-67). (13) Dopo la “Dichiarazione di Intenti” sottoscritta dagli esponenti dell’Islam moderato, l’UCOII, avvertendo l’isolamento che si era determinato nei suoi confronti, ha dichiarato che anch’essa aveva aderito alla Carta dei valori, ma lo ha fatto con una molteplicità di dichiarazione e comunicati contraddittori (alcuni dei quali riportavano nuovamente le riserve nei confronti di punti qualificanti della Carta) che confermavano le sue posizioni ambigue e irricevibili in sede istituzionale. (14) Al n. 21 della Carta dei valori si afferma che “lo Stato laico riconosce il contributo positivo che le religioni recano alla collettività e intende valorizzare il patrimonio morale e spirituale di ciascuna di esse. L’Italia favorisce il dialogo interreligioso e interculturale per far crescere il rispetto della dignità umana, e contribuisce al superamento di pregiudizi e intolleranza”. Anche la “Dichiarazione di Intenti” degli esponenti musulmani moderati prevede tra le finalità di una futura Federazione dell’Islam italiano quelle di “c) promuovere il dialogo interreligioso come strumento essenziale per la coesistenza tra uomini di fede”, (…) g) far diventare sempre più le comunità musulmane parti attive della comunità civile nel rispetto del patrimonio di valori spirituali, religiosi e laici, della nazione italiana la cui storia cristiana e la cui Costituzione testimoniano della capacità di accoglienza verso gli altri popoli, culture, religioni” (in Relazione sull’Islam in Italia, cit., pp. 66-67).
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