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Culto, cultura e conoscenza
Il Profeta Muhammad esortava i credenti a «cercare la conoscenza fino in Cina» e sottolineava i meriti di tale ricerca designando i sapienti come «eredi» dei Profeti: A chi procede lungo la via della ricerca della Scienza, Iddio spiana la via del Paradiso; gli angeli distendono le ali compiaciuti innanzi a colui che cerca la Scienza e per il sapiente chiede perdono chi abita i cieli e chi abita la terra, fino ai pesci nell’acqua; la superiorità del sapiente sul fedele è pari alla superiorità della luna sulle altre stelle; i sapienti sono gli eredi dei Profeti e i Profeti lasciano in eredità la Scienza sola: e chi la coglie, coglie porzione abbondante.1 Nello stesso tempo, l’Islam valorizza le differenze tra le creature, che simboleggiano nella loro caleidoscopica varietà la Ricchezza e la Gloria di Dio. Un detto tradizionale afferma che «le vie verso Dio sono tante quante i cuori degli uomini»; echeggiano in questo insegnamento le parole del Profeta Muhammad, che diceva: Le differenze nella mia comunità sono una benedizione.2 Per quanto riguarda il valore della varietà, occorre tuttavia specificare alcuni aspetti, per non cadere in una prospettiva relativistica. L’insegnamento della Tradizione non dice infatti: «Le vie sono tante quante i cuori degli uomini», ma individua la caratteristica essenziale di tali vie, che devono essere «verso Dio». Allo stesso modo, il Profeta non definisce «benedizione» le differenze tout court, ma specifica dicendo: «Nella mia comunità». Sono dunque una benedizione le differenze religiose, culturali o sociali nella misura in cui sono in grado di riflettere in questo mondo la Luce della Verità, come vesti e forme differenti di un’Essenza unica. La prospettiva islamica sulla cultura non può dunque prescindere dal carattere sacro della conoscenza, né eludere la necessità di recuperare, anche nel valore semantico delle parole, la chiave ermeneutica che consenta una comprensione chiara, nitida, scevra dalle opacità intellettuali riverberate su ogni concetto da una civiltà frammentata e incapace di sintesi. Cos’è dunque la cultura? L’etimologia di «cultura» è la stessa di «culto» e risale al latino «colĕre», che significa «coltivare», ma anche «adorare». Se il culto è adorazione di Dio, occorre una via che metta in comunicazione l’adoratore e l’Adorato: la «religione» ha proprio la funzione di collegare (dal latino «religare») l’uomo a Dio. Dovremmo dunque dire che non può esserci culto senza religione né cultura senza culto, in modo che ognuna di queste dimensioni coniughi l’aspetto dell’«adorazione» e quello della «coltivazione», lo slancio verticale della conoscenza e il suo irradiamento orizzontale. Possiamo collocare la cultura nel vasto dominio della conoscenza sacra e ritenerla partecipe delle lodi che la Rivelazione riserva alla Sapienza? La conoscenza spirituale che deriva dal culto si irradia in tutti gli ambiti della vita, manifestandosi come cultura in campo politico, economico, sociale, comunicativo, educativo, famigliare. La cultura è dunque veramente tale se custodisce la consapevolezza del suo carattere «mediatico», che la rende strumento propedeutico alla conoscenza spirituale e mezzo di articolazione della Scienza sacra in ogni ordine di realtà. L’apprendimento teorico di una molteplicità di nozioni deve condurre al riconoscimento del Principio unico da Cui tutte promanano e lo studio analitico delle contingenze consentire infine una proficua sintesi intellettuale. Chi accresce la propria cultura è dunque meritevole se scorge in ciò che apprende i Segni di Dio, «coltivando» lo spirito, l’anima e il corpo per «adorare» il suo Signore. L’Islam esorta pertanto a sviluppare la cultura senza perderne mai di vista la natura «strumentale» e «propedeutica», ovvero senza precipitare in una forma di «idolatria del sapere», poiché nessuna conoscenza contingente è fine a se stessa e nessuna nozione teorica può prescindere da una realizzazione operativa. D’altronde, in presenza di una prospettiva sacrale coerente, sincera e intelligente, la letteratura, la filosofia, la storia, l’arte sono in ogni caso ambiti suscettibili di favorire una formazione completa ed armoniosa dell’uomo. Il Profeta Muhammad si rivolge a Dio nel Sacro Corano pregando così: Signore, accrescimi in Scienza.3 La Scienza che il Profeta chiede a Dio è naturalmente la Scienza sacra, in tutte le applicazioni che Dio manifesta e attraverso tutti i simboli di cui la Verità si riveste. Ma il Profeta aggiunge: Signore, preservami dalla scienza inutile.4 L’Inviato di Dio invita dunque ad evitare la conoscenza che disperde lo sforzo del credente in una molteplicità di rivoli indipendenti, superficiali e privi di una finalità chiara; la «cultura» che dimentica di «coltivare» il ricettacolo dell’uomo, affinché questi possa essere «colto», integralmente volto al «culto», in vista della «porzione abbondante» costituita dalla Scienza divina. A volte infatti la cultura diventa uno strumento per la protezione e l’esaltazione narcisistica della propria individualità, al punto che il fine della creatura nella ricerca della conoscenza cessa di essere «Dio» per ridursi all’«io»: l’accumulo enciclopedico di nozioni è in realtà privo di ogni autentica portata conoscitiva e produce soltanto una compiaciuta quanto sterile erudizione. Talvolta il termine «cultura» viene impiegato come sinonimo di «civiltà» e allora si parla ad esempio di «cultura occidentale» e quindi di «identità occidentale». Tale passaggio logico è peraltro del tutto legittimo, a patto che non si pretenda di attribuire la qualifica di «civiltà» in modo esclusivo alla cultura dell’Occidente moderno, di fissare un’unica combinazione possibile tra le molteplici identità che ogni individuo possiede oppure, infine, di confondere i piani della gerarchia verticale su cui le identità degli esseri si dispongono. In altre parole, esistono ebrei spagnoli, cristiani turchi e musulmani italiani, senza che l’identità confessionale entri in alcun modo in conflitto con quella nazionale, poiché si pone su un piano diverso. In ogni uomo convivono una molteplicità di culture e dunque di identità, ma è necessario riconoscere la natura relativa delle proprie caratteristiche fisiche, psichiche, sociali, culturali, per muoversi alla ricerca di un’identità spirituale e assoluta, che è l’Identità divina. Una comunicazione onesta, rigorosa e intelligente può rivestire un ruolo cardinale per superare scontri di civiltà, incomprensioni tra culture diverse e stereotipi deformanti, favorendo nella società contemporanea, in Oriente come in Occidente, una conoscenza reale dell’Islam. L’informazione sull’Islam, pertanto, dovrebbe in primo luogo dissipare alcuni equivoci ricorrenti, sui quali si fondano prospettive favorevoli oppure ostili a costruzioni immaginarie che in ogni caso non hanno nulla a che vedere con la religione islamica. In altre parole, avviene spesso che gli occidentali siano affascinati o impauriti non dall’Islam, ma dalla propria rappresentazione mentale dell’Islam, alimentata da descrizioni missionarie, correnti politiche, movimenti ideologici e letterature esotiche. In conclusione, poiché il dialogo tra religioni, popoli e culture si presenta come necessità ineludibile nella società europea contemporanea, risulta evidente il ruolo fondamentale che una comunità di musulmani italiani può svolgere nel mediare tra i propri concittadini, dei quali condivide la cultura, e i propri correligionari immigrati. Sul paradigma dell’intercultura è possibile fondare un confronto aperto che consenta un arricchimento reciproco, evitando nello stesso tempo il miscuglio senza qualità dell’omologazione e la ghettizzazione formalista. In generale, ogni uomo è chiamato ad assimilare molteplici culture e a cogliere in ciascuna di esse gli strumenti efficaci per favorire la trasparenza intellettuale e l’approfondimento spirituale. Ad ognuno sarà chiesto conto della sua scienza, poiché non è la cultura fine a se stessa o una conoscenza esclusivamente teorica che può ricondurre gli esseri a Dio. Insegna il Profeta Muhammad: A chiunque si comporta in conformità con quanto conosce, Iddio accorderà la scienza di ciò che ancora non conosce.5 Occorre dunque a passare dalla ragione all’intelletto, dalla mente allo spirito, dal pensiero all’azione rituale, dalla psicologia all’ontologia, dall’erudizione all’operatività, dalla cultura al culto. Si può davvero riconoscere la bellezza della varietà solo scorgendone la Sorgente e contemplando nella molteplicità dei colori l’unità della Luce.
Yunus 'Abd al-Nur Distefano 18 giugno 2008
1Abū Dā’ūd. 2 Muslim. 3 Corano XX, 114. 4 Muslim. 5 Bukhārī.
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