Gianfranco Ravasi, Le parole e i giorni. Nuovo breviario laico


Riconquistare la capacità di meditare di fronte all’anemia conoscitiva tanto diffusa ai nostri giorni, è una delle finalità del libro di Gian Franco Ravasi: “Le parole e i giorni. Nuovo breviario laico”, edito da Mondadori. Il filo conduttore delle 366 riflessioni estratte da autori di varia provenienza, del mondo religioso, filosofico, letterario, dello spettacolo o della musica, è quello di una trama sacrale e spirituale che giorno per giorno conduca il lettore ad una riflessione profonda che possa proteggerlo dalla banalità e dalla superficialità. Come musulmano che si è inoltrato nella lettura “delle parole e i giorni” ho riscontrato una finalità comune ad ogni uomo di fede: la ricerca della conoscenza come priorità della vita. E’ la conoscenza profonda, quella della meditazione, quella spirituale che può gettare una luce nell’esperienza della vita, facendo cogliere la realtà per quello che è veramente. Lo stesso profeta Muhammad era solito dire: “O Dio aumenta la mia conoscenza”. Si tratta naturalmente non di una conoscenza erudita o libresca, ma piuttosto, di un sapere “utile” al raggiungimento di un’autentica “realizzazione” spirituale”, l’unica che può operare in noi delle catarsi. Infatti, come richiama la citazione dell’1 giugno: “perché un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime”. Una tradizione islamica recita: “Dio non cambia il destino di un popolo prima che questo non abbia cambiato il proprio cuore”. Cambiare il proprio cuore significa saper aprire il petto e riacquisire quell’integrità religiosa originaria che caratterizza l’uomo come fatto a “immagine e somiglianza di Dio” in cui il cuore è il ricettacolo che può contenere la “forma” divina. Questa corrisponde alla vera conoscenza della realtà, quella che Dio ha creato per noi, e si distingue da elucubrazioni mentali, ideali o pericolose fantasie. Se Pascal sostiene: “L’uomo è visibilmente fatto per pensare; é tutta la sua dignità e tutto il suo compito; e tutto il suo dovere è pensare come si deve”, crediamo che questa affermazione rischia di associare la realtà al pensiero e di legittimare tutte quelle virtualità razionalistiche, per le quali basterebbe assumere un buon metodo di indagine per giungere ad una verità. La storia, la filosofia o gli stessi accadimenti dei nostri attuali giorni mostrano che non basta avere un pensiero, né pensare, per produrre dei frutti positivi, se si dimentica la sacralità dell’uomo, della creazione e della sua responsabilità spirituale nella costituzione di una vera civiltà in cui possa albergare la presenza divina.


L’11 giugno ci invita a questa riflessione: “Il demonio non può nulla sulla volontà, pochissimo sull’intelligenza e tutto sulla fantasia”, ebbene sembra proprio, come emerge dal commento di Monsignor Ravasi alla succitata affermazione, che siano “lo sfarfallio delle illusioni, il caleidoscopio delle immagini, la tumescenza delle passioni…a infrangere ogni remora e ogni limite”. Presi infatti da un buonismo congenito, ideale e irreale, si dimentica proprio che una delle principali illusioni del demonio è quella di far finta di non esistere e di operare sull’irreale, sul viscerale, sull’illusorio. Ciò che spesso prevale negli immaginari collettivi in cui gli uomini vengono spinti a strumentali contrapposizioni, scontri di civiltà e a rivendicazioni fondamentaliste, settarie o ideologiche. Viene detto il 29 ottobre: “abbiamo abbastanza religione per odiare il prossimo, ma non per amarlo”, oppure il 25 gennaio: “Due uomini s’addentrarono nel grande mare della religione. Uno ne uscì vivificato e trasformato. L’altro vi annegò”. E’ infatti paradossale parlare di religione per giustificare una volontà di predominio, di supremazia o di affermazione personale, quando proprio la religione è lo strumento provvidenziale di cui Dio ha provvisto gli uomini, nella successione delle religioni abramiche come ebraismo, cristianesimo ed islam, o nelle espressioni delle tradizioni orientali, proprio per far sì che l’uomo possa “elevare il suo spirito al di sopra di se stesso” e non di adattare la religione alle proprie finalità o “limitazioni”. Se vi è un problema nei rapporti tra popoli e civiltà, non è a causa delle loro rispettive religioni, ma a causa della mancanza di sincera, ortodossa e autentica adesione alle stesse, secondo un processo di riduzionismo che apre a forme ideologiche o fondamentaliste. In realtà l’integralismo non è infatti un eccesso di ortodossia, ma l’applicazione di una eterodossia, strumentale e settaria, che non può trovare nessun fondamento nelle dottrine religiose a cui arbitrariamente si ispira. Se dobbiamo prepararci alla venuta dei tempi escatologici e alla seconda venuta del Cristo, che anche noi musulmani attendiamo, dovremo proprio essere pronti ad avere quell’apertura allo spirito ed alla verità in grado di saperci far discriminare tra il vero e l’illusorio. A salvarci, nel corpo e nell’anima, non sarà la disponibilità ad ascoltare qualunque voce, ma solo quelle di coloro che hanno coltivato in loro stessi le virtù con cui Dio ha preparato l’uomo “secondo la Sua forma”.


Gianenrico Abd as-Sabur Turrini

Direttore Generale CO.RE.IS. Italiana

29 aprile 2009