I nemici del dialogo - Ragioni e perversioni dell'intolleranza

di Michelangelo Jacobucci


Recensione di Yusuf ‘Abd al-Hakim Carrara

CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana – Regione Lombardia



Si può essere tolleranti di fronte all'intolleranza? Come nasce l’intolleranza? E cosa sono veramente questi atteggiamenti dell'animo umano? Al tentativo di rispondere a questi e ad altri interrogativi si deve lo sforzo dell'opera di Michelangelo Jacobucci I nemici del dialogo - Ragioni e perversioni dell'intolleranza, edito per i tipi di Armando Editore. Un’opera davvero ponderosa, meticolosa nel suo sviluppo letterario. In quasi cinquecento pagine l'autore affronta e analizza l'eterno incontro-scontro tra il dialogo come espressione civile, culturale, politica e religiosa ed i suoi nemici: l'intolleranza, il fanatismo, il dogmatismo.


Jacobucci inizia con il descrivere l'intolleranza come l'esatto contrario della tolleranza, vale a dire come la non accettazione di qualcosa di “altro” dal soggetto. Si tratta di un rifiuto dell’alterità che arriva ad esprimersi talvolta in forma violenta. Tuttavia se la tolleranza è un concetto tutto sommato ambiguo, perché nel tollerare vi è il senso dell'accettazione ma anche quello della sopportazione, del mantenere un quieto vivere come minore dei mali, l'intolleranza è più “brutalmente sincera” e per questo meno ambigua. Le ragioni della tolleranza sembrano essere sotto gli occhi di tutti, mentre l’intolleranza non sembra averne. Lo stesso autore, tuttavia, sembra confutare tale opinione. Infatti la tolleranza spinta al suo limite estremo porterebbe ad accettare anche il suo contrario, di fatto concorrendo alla propria distruzione. Dunque l'argomento appare più complesso di quanto a prima vista appaia soprattutto agli occidentali “evoluti”, civilizzati ed eruditi dei nostri tempi.


L'opera individua in quattro campi della vita e dell'attività umana il terreno di questa tenzone. Inizia dall'intolleranza religiosa, vale a dire “dall’assoluta certezza che sembrano avere coloro che riconoscono la Verità che viene da Dio”. Prosegue con l'intolleranza culturale, vale a dire “la certezza che deriva dai costumi e dalle tradizioni dei padri”. Continua con quella politica, che deriva dalla “certezza in un capo, in un partito”. Termina infine con il campo ideologico: “l'intolleranza della ragione”.


L'autore passa al vaglio l'intera storia umana, dagli antichi greci ai regimi totalitari del XX secolo, dal paganesimo all'Islam, dall'illuminismo alle scienze moderne, in un lavoro davvero improbo e tuttavia ben documentato, ricco di aneddoti e fatti emblematici e caratterizzato da una grande coerenza interna. Lo stesso filo rosso lega riflessioni, contesti ed epoche lontanissime. L'importanza degli argomenti e l’ampiezza con la quale sono affrontati non ci consentono di approfondire troppi aspetti. Ci limiteremo dunque, data la nostra collocazione, ad esaminare la parte attinente alla religione e segnatamente all'Islam.


Per l'autore vi sarebbe un’intrinseca intolleranza nel Sacro a causa delle verità assolute cui si rifanno le religioni, che hanno come scopo essenziale la possibilità di legare insieme, religare appunto, “la dimensione verticale ed orizzontale dell'uomo”. Questo richiamo ci sembra di particolare pregnanza alla luce dell'opera di un maestro della spiritualità tradizionale a noi particolarmente caro, lo Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya René Guénon. Jacobucci ritiene che lo sforzo di calarsi da una dimensione trascendente ad una più orizzontale, terrena, pratica, che l'autore definisce “politica”, induca il fedele a districarsi nelle cose del mondo applicando l'assolutezza del messaggio verticale in questioni quotidiane. Il credente non potrebbe dunque “tollerare”, per l'evidente superiorità della dimensione verticale e spirituale, altre possibilità di soluzione dei problemi.


Questa caduta nell’intolleranza si verifica effettivamente nella misura in cui la religione viene politicizzata, sulla base dell’incapacità di declinare principi immutabili in contingenze mutevoli. Una prospettiva religiosa naturale e autentica sfugge tuttavia completamente a questo pericolo, trovando un vero equilibrio in quel punto cruciale dove la dimensione verticale e quella orizzontale si intersecano, secondo il simbolismo della croce descritto proprio da René Guénon. In quel punto le verità metafisiche si manifestano nel mondo secondo le modalità, la forma e la misura decretata dalla Scienza divina e vengono a coincidere in un equilibrio perfetto contemplazione e azione, cielo e terra, principio e applicazione. Nell’azione sacra dell’uomo religioso, volto a mantenere una radicale fedeltà ai principi spirituali e capace, proprio in virtù di tale fedeltà, di vivere tali principi non secondo schemi ideologici ma grazie alla trasparenza alla volontà divina, le antitesi si annullano, le rigidità dell’anima si sciolgono e la fluidità dello Spirito realizza un equilibrio perfetto e sovrumano. Uno sbilanciamento dei bracci che si intersecano provvidenzialmente, invece, provoca danni irreparabili le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, non perché la religione li contenga intrinsecamente, ma proprio perché sono i religiosi a non essere veramente tali quando abbandonano l’orientamento verso Dio e diventano infedeli agli stessi principi che si illudono di preservare.


Quanto all'Islam, l'autore vi si diffonde con molta ampiezza, anche data l'attualità dell'argomento, individuando alcuni punti condivisibili e ben segnalando le strumentalizzazioni politiche e sociali dei fondamentalisti. Da segnalare anche il concetto della presunta “astoricità” dell'Islam, che non essendo legato ad un evento, ad un fatto storico ben preciso (l'Incarnazione del Figlio di Dio), sarebbe indifferente al corso della storia e quindi non si evolverebbe. Jacobucci individua le cause di tale mancata evoluzione nella concezione di un Dio assoluto e in un fatalismo di fondo che impedisce una necessaria modernizzazione, tanto che se un musulmano ed un cristiano dovessero trovare un punto d'incontro essi lo troverebbero nel periodo medioevale. In questa considerazione è presente una verità ma anche un errore. È vero infatti che, riferendosi con grande forza alla purezza del monoteismo e all’essenza della religione primordiale, l’Islam preserva forse con maggiore efficacia il suo messaggio originario. Tuttavia la religione islamica non ignora affatto la storia e nei suoi quattordici secoli di civiltà ha saputo esprimersi in ogni epoca e plasmare ogni luogo con una profondità, una ricchezza ed una naturalezza straordinarie. Quanto al fatalismo, diremmo piuttosto che nel vero musulmano alberga la sincera aspirazione di abbandonarsi alla volontà di Dio, che non e' il Fato dei pagani: occorre infatti una grande volontà ed uno sforzo attivo su tutti i piani per compiere la volontà di Dio.


Il bel libro di Jacobucci contribuisce significativamente al confronto intellettuale su una molteplicità di temi, ma presenta talvolta il rischio di cedere ad un relativismo che equipara ideologia e religione, filosofie politiche e Messaggi rivelati, dimenticando che tra ordine umano e Realtà divina esiste una differenza ontologica incommensurabile. Quando l'intolleranza deriva delle ideologie, infatti, si può legittimamente affermare che esse la contengono “in nuce”, proprio perché sono prodotti umani che pretendono di attribuire, per amore o per forza, un carattere assoluto a speculazioni individuali. Ma la religione, se ne riconosciamo l’origine divina e la natura sovraindividuale, non può contenere intrinsecamente il germe del male, proprio perché viene dal Creatore ed è dunque perfetta. La religione, inoltre, riconosce la relatività delle contingenze, non pretende di assolutizzarle in modo idolatrico e manifesta nel caleidoscopio della molteplicità i mezzi provvidenziali per elevarsi all’Unità, alla Verità, all’Assoluto. Nessuna religione è intrinsecamente conflittuale, così come i numerosi sentieri per giungere in cima ad un monte sono diversi e distinti, ma tutti legittimi per meta e origine. Sono i presunti credenti, spesso, a snaturare il messaggio divino, traducendolo e degradandolo in un’ideologia, in un’opinione politica o in una moda culturale.


L'autore esprime il suo sostegno agli autentici musulmani, che sono in quanto tali “moderati”, e invita i lettori a sostenerli a propria volta, sconfessando gli opposti e speculari movimenti di carattere intollerante, contraddistinti sempre da una passività nei confronti delle passioni inferiori. Tali movimenti estremisti si pongono agli antipodi di ogni civiltà e della vera cultura. La parola “cultura” deriva da “culto” ed si fonda dunque nell'Islam sulla prospettiva della Tradizione Assiale, la din al-qayyima, il cuore di ogni religione. Occorre tuttavia penetrare nella sapienza sacra ritualmente e cultualmente, non solo culturalmente e teoricamente, in modo preliminare e speculativo.


La vitalità di una forma tradizionale e quindi anche la sua capacità di adattamento alla fase ciclica temporale nella quale viviamo, nelle differenti culture, senza fanatismi, rigidità o artificiose ricostituzioni avulse dalla realtà e dall'opportunità, è data dal fatto che vi siano ancora in esse uomini capaci di superare dall'interno tali forme, avendone penetrata l'essenza.


Per la Rivelazione islamica infatti sono musulmani, muslimun (dal verbo islam), cioè sottomessi alla volontà Dio nella Sua Pace, tutti i credenti delle comunità dei Profeti da Adamo a Muhammad citati nel Sacro Corano e anche non citati esplicitamente, ma presenti nella successione delle manifestazioni dell'Unica Tradizione Primordiale di cui l'Islam è l'ultima manifestazione in ordine temporale prima del ritorno del Cristo nella sua seconda venuta, quella messianica del giudizio finale che tutti attendiamo.


Si ha quindi nell'Islam la possibilità di riconoscere la specifica ortodossia e l’autonomia salvifica di ciascuna delle forme religiose autentiche, che hanno una comune origine non umana, distinguendole dalle speculazioni di ordine umano e scongiurando gli artifici di una loro contraffazione, sia di carattere sincretista, con la mescolanza di elementi eterogenei di religioni diverse, sia di carattere ideologico, per motivi di ordine temporale, politico, economico o passionale.


Ecco allora che per la Pace agognata e mai realizzata nel mondo si potrebbe proporre un’opzione religiosa, che almeno in principio individui nell’autentica religiosità il principio di una virtù e di una moderazione illuminata tra i popoli, unico antidoto alla strumentalizzazione delle differenze. Secondo gli insegnamenti di un Maestro musulmano contemporaneo, “gli uomini non si fanno la guerra perché sono Ebrei, Cristiani o Musulmani, ma proprio perché non lo sono più o non lo sono veramente o abbastanza e soprattutto in pratica”. La teoria infatti non è sufficiente per ricevere la grazia divina, unico strumento superiore alla ragione, altrimenti impotente a impedire la propria strumentalizzazione, e agli impeti irrazionali delle passioni elementari.


Il libro, nella sua esplicita onestà, indica comunque nello sforzo della ricerca e dell’attitudine al dialogo l'unico antidoto alla follia del fanatismo: ci sentiamo di condividere tale prospettiva, che deve sempre essere illuminata dalla conoscenza dei principi spirituali dai quali proveniamo e che ci costituiscono profondamente.


L'orizzonte intellettuale e storico vastissimo di questo libro è tale da avvicinarlo in alcuni punti, sia pure circoscritti, a una prospettiva di apertura verso la vera philosophia perennis, in esso citata, che, come dicevamo, corrisponde nell'Islam alla Tradizione Primordiale. Si tratta di quella sapienza immutabile accessibile in principio a tutti gli uomini e in ogni tempo, poiché rappresenta l'essenza di ogni messaggio divino e di ogni creatura fatta a Sua immagine e somiglianza.



Yusuf 'Abd al-Hakim Carrara

COREIS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana

30 giugno 2009