I Segni dalla Birmania

 

La solidarietà mostrata in Birmania dai monaci buddhisti nei confronti della popolazione è certo per ogni religioso, ma non solo, un serio richiamo alla necessità che l’autentica spiritualità si debba integrare anche in ogni aspetto della vita individuale e collettiva. In un Occidente che ha dimenticato la funzione ispiratrice e regolatrice dello Spirito, la testimonianza pacifica e coraggiosa dei religiosi buddhisti riversatisi per le strade a sostegno e protezione del loro popolo ci invita a rivedere le nostre concezioni sui rapporti fra vita attiva e vita contemplativa, presenza nel mondo e consacrazione a Dio. Non si tratta infatti di due dimensioni inconciliabili, ma di due modalità di adorazione, ed è questo che ha svelato, nel momento del bisogno, la profonda vicinanza al popolo dei suoi monaci, che non hanno ceduto alla tentazione di esteriorizzarsi, ma hanno invece rinnovato la testimonianza della loro presenza e della loro funzione per poi rituffarsi prontamente nella più elevata delle attività: la contemplazione dell’Assoluto.
È significativo che da noi in Occidente si senta spesso parlare di “due poteri”, il “potere spirituale” e il “potere temporale”. Questo errore di linguaggio tradisce infatti la grande confusione che caratterizza da secoli il mondo in cui viviamo. In realtà l’Autorità spirituale non è un “potere” nel senso che il suo dominio proprio non è quello dell’azione, ma quello della conoscenza della Verità; che poi questo sia il più grande dei “poteri” non ci deve però far cadere in errore sulle modalità in cui si esercita, che non possono essere quelle della coercizione, ma solo della disinteressata testimonianza, alla quale ciascuno deve poi aderire di sua spontanea volontà e nelle modalità che comporta la sua sincerità e comprensione. La ikraha fid-din, dice il sacro Corano, “non vi è coercizione nella religione”.
Così, l’ordinata discesa dei monaci buddhisti sulle strade del loro paese ricorda a noi tutti che il vero scopo della vita umana risiede nel rispetto della Legge e della Sapienza sacre. In tempi in cui è purtroppo diffusa la confusione e la perdita dei principi tradizionali e della fede, giova senz’altro riflettere sul carattere di questo richiamo: senza inscenare alcuna protesta o organizzare una lotta armata, i monaci dalla tunica rossa hanno infatti semplicemente manifestato la propria presenza, con coraggio e pazienza anche di fronte alla repressione e alla morte, per poi ritirarsi di nuovo nei loro monasteri e ritornare alle loro pratiche contemplative. Un esempio davvero lodevole, sia da parte delle gerarchie religiose birmane, sensibili e attente all’equilibrio spirituale della società religiosa laica (nel senso di non clericale), sia da parte della popolazione locale, che ha saputo a sua volta sostenere la componente religiosa della propria civiltà.
Se, come si è detto, in Occidente è molto diffuso lo stereotipo secondo cui gli uomini religiosi sarebbero estranei alle vicissitudini temporali, la testimonianza di questi monaci dimostra invece ancora una volta la falsità di questa convinzione. Qualsiasi tradizione o religione ortodossa, in ogni tempo e in ogni luogo, ha infatti sempre mostrato uomini illuminati, e talvolta anche santi, in grado di consigliare con saggezza i sovrani e indicare agli uomini il retto modo di vivere la fede nel rispetto dei principi rivelati anche di fronte alle peggiori sollecitazioni del mondo esteriore che tenta sempre di indurre a forzati compromessi.
Le attuali tensioni sociali e gli scontri che avvengono persino fra i rappresentanti delle religioni, che dovrebbero invece più di ogni altro testimoniare del rispetto reciproco fra gli uomini, sono un indice della mancanza di vera conoscenza circa il ruolo della presenza religiosa nella società, a prescindere dalla forma di governo dominante. Compito dei religiosi non è infatti quello di comandare o di imporre una sottile tirannia ideologica, bensì quello di condurre spiritualmente le anime e di consigliare saggiamente chi governa o riveste funzioni di grande responsabilità, compito che si realizza tramite le dimensioni tradizionali della sapienza, dell’insegnamento, dell’esempio e della testimonianza, anche silenziosa. Se si è venuta a creare una sorta di competizione fra le due sfere è quindi anche a causa della secolarizzazione dei rappresentanti delle religioni. Ciò ha condotto al mascheramento e alla parodia dei principi rivelati e benedetti di cui i religiosi sono i depositari, principi di origine divina che sono il fondamento irrinunciabile per una vita orientata alla conoscenza di Dio e al rispetto della Sua Legge.
I generali del regime birmano che si sono rifiutati di sparare sui monaci hanno dimostrato che malgrado gli obblighi militari non è possibile misconoscere la natura sacrale dell’abito religioso. In Occidente, invece, accade talvolta che siano le stesse gerarchie religiose a provocare squilibri e scandali, mossi da intenti esclusivamente secolari; dimenticandosi della propria funzione spirituale, esse pretendono allora di intervenire nella società direttamente e con la forza della “superstizione” – che, come dice la parola, è ciò che “sopravvive” una volta che lo Spirito si sia ritirato – tentando di imporre agli uomini la propria deformata concezione della fede. Così facendo, esse rifiutano di farsi ispirare dalla testimonianza di quelli uomini veramente religiosi, sempre presenti in ogni tempo e in ogni luogo, i quali soli operano per preservare il legame tra questo mondo e la dimensione divina che lo trascende; vittime dell’illusione mondana di poter costituire un paradiso in terra, queste “guide cieche” inducono di fatto la generalità degli uomini ad allontanarsi dai principi della fede.
È così che l’integralismo, il terrorismo e il fanatismo, qualunque siano le sembianze religiose di cui si ammantino, non sono affatto religiosi – nonostante si tenti di farli passare per tali – ma sono solo il frutto e l’espressione dell’ignoranza dei veri principi della fede, pur ben presenti e radicati in ogni tradizione rivelata.
Naturalmente, vi è anche il caso in cui siano i governanti di ispirazione laicista o atea a pretendere di esercitare il potere temporale di cui dispongono a prescindere dalla presenza religiosa, talvolta semplicemente misconoscendone il ruolo ispiratore, talaltra giungendo a rendere difficile ai fedeli la possibilità stessa di condurre una vita autenticamente orientata al servizio divino. Queste aberrazioni finiscono con il portare all’interno delle civiltà soltanto il disordine e l’ignoranza, pur se quei governanti si erano illusi di favorire in tal modo il benessere e la conoscenza: non può esservi infatti alcun bene né alcun autentico sapere al di fuori della dimensione sapienziale e sacrale custodita dalle religioni.
Anche il senso autentico del “sacrificio”, del sacrum-facere, è molto distante dalla comprensione della mentalità attuale. Sacralizzare significa infatti “rendere sacro”, “consacrare”, e non ha implicazioni sentimentali, quali sofferenze fini a se stesse o autoflagellazioni. Quando però l’ambiente esteriore diviene ostile alla vera spiritualità il sacrificio assume realmente la forma del martirio; di un martirio non necessariamente fisico, anzi il più delle volte puramente intellettuale, provocato dal vero e proprio assedio perpetrato nei confronti dei pochi rimasti veramente religiosi dalle orde degli ignoranti. Solo facendosi carico di questa completa incomprensione intellettuale i religiosi possono infatti continuare a rendere una testimonianza efficace. Così, l’eco mondiale avuta dalla testimonianza dei monaci buddhisti birmani è il frutto di un sacrificio che non si lascia circoscrivere nei limiti di una manifestazione pubblica esteriore, ma che trae la propria forza dalla fede di un intero popolo riunitosi attorno alle proprie guide in nome della sacralità intangibile della religione.
Di fronte a tutto questo, ci domandiamo allora se la loro testimonianza potrà in qualche modo far riflettere anche gli uomini religiosi dell’Occidente. In un contesto come quello italiano o europeo, dove le ideologie atee e laiciste dilagano ormai in ogni sfera della vita, si è infatti reso necessario un forte richiamo alla tradizione e alla spiritualità più ortodossa, una voce che sappia ricordare la centralità e il valore del patrimonio spirituale di cui tutte le religioni rivelate e ortodosse sono depositarie. Tuttavia, saremmo pronti in Italia e in Europa ad accogliere un’azione di richiamo e una testimonianza sull’esempio di quella dei monaci birmani?
In Occidente, questo compito spetterebbe soprattutto alle tre religioni monoteistiche abramiche, dalle cui benedizioni spirituali ha avuto origine la nostra civiltà. Ma i rappresentanti di Ebraismo, Cristianesimo e Islam saprebbero convergere in questa direzione e arginare così le correnti dissolventi del laicismo, dell’ateismo e del neo-spiritualismo? Troverebbero poi essi il sostegno della popolazione religiosa? E, più concretamente, di fronte a questi fatti, saprebbero i governi laici dei vari paesi occidentali garantire agli uomini di fede un’autentica libertà religiosa, cioè la possibilità di integrarsi pacificamente nel mondo civile, senza incorrere in alcuna forma palese o mascherata di emarginazione, di discriminazione e addirittura di persecuzione?

 

'Isa Abd al-Haqq Benassi

11 ottobre 2007