Il velo è un obbligo nell’Islam?


Qualche mese fa, in Francia, di fronte alla polemica nascente sulla presenza di donne che indossano il velo integrale chiamato burqa o niqab, il Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy aveva espresso chiaramente la sua opposizione affermando che «il burqa non è il benvenuto in Francia». Si era allora arrivati vicini alla possibilità di proibire il velo integrale attraverso una nuova legge discriminatoria che sarebbe apparsa effettivamente sproporzionata di fronte a un fenomeno minoritario e marginale, rischiando di limitare ancora di più le libertà individuali. Sembra attualmente che l’Italia sia a sua volta preda di questa polemica confusa riguardo al burqa all’interno del Paese, spingendo recentemente alcuni deputati a richiedere una legge per proibirlo. Alcuni non hanno esitato, per legittimare la loro posizione, a prendere a pretesto una recente dichiarazione dello Shaykh al-Azhar, Sayyid Tantawi, una delle massime autorità religiose dell’Islam sunnita, che ha recentemente affermato davanti a una ragazza che indossava il niqab che quest’ultimo «non è che un costume e non ha nulla a che fare con la religione islamica».


Senza volere confermare o rifiutare le parole di un sapiente emerito della prestigiosa Università islamica del Cairo, ci sembra necessario dissipare alcune confusioni a proposito del niqab o del burqa, tanto all’interno della comunità musulmana che dell’opinione pubblica occidentale, portando invece una chiarificazione dottrinale che dovrebbe permettere di correggere, se non prevenire, altri errori.

Antitutto vorremmo precisare che la questione del velo integrale deve essere distinta da quella del velo comunemente chiamato hijab o «foulard islamico», nella misura in cui il significato religioso e lo statuto giuridico dell’uno o dell’altro sono nettamente differenti, tanto da un punto di vista della dottrina islamica che a livello di pratica maggioritaria dei musulmani nel mondo.


Così, quando si parla del velo nell’Islam, si intende quel foulard, di colore e taglie diverse, che copre la testa nascondendo i capelli. In senso stretto, l’obbligo di indossare il velo è legato solamente ai momenti rituali e all’accesso dei luoghi sacri. La decisione di estendere quest’obbligo a tutti i momenti della giornata è una scelta personale che sta alla donna e, eventualmente, al marito. Per quanto concerne il niqab o il burqa, d’altronde, vorremmo rimarcare che queste due parole non appaiono mai all’interno del Corano, ne fra i detti del Profeta Muhammad. Si trova soltanto un verbo che deriva dalla parola niqab all’interno di un hadith, un detto del Profeta, il quale ordina giustamente ai credenti in stato di sacralizzazione per il pellegrinaggio di non coprirsi il volto ne di indossare guanti. Sembra che alcuni continuino ad interpretare a torto questa indicazione come se potesse costituire un’eccezione, lasciando dedurre che, al di fuori del pellegrinaggio, la regola per le donne sia di coprirsi integralmente. Ma non è questa la realtà, contrariamente a quanto i sostenitori di questa interpretazione rigida e minoritaria vorrebbero far credere. Un’interpretazione seguita soprattutto da una tendenza puritana wahhabita le cui idee eterodosse, contro il consenso dei sapienti della comunità islamica, tendono a diffondersi sempre più maggiormente, in particolare presso i giovani musulmani e musulmane che vivono in Europa.


Pertanto, è importante ricordare che il Corano raccomanda soprattutto alle credenti musulmane, come del resto anche ai credenti musulmani, di «abbassare il loro sguardo», in segno di decenza e pudore, virtù comuni a tutte le autentiche religioni. In questo senso, le donne musulmane dovrebbero, in particolare, «non mostrare troppo le loro parti belle, eccetto quel che non può essere coperto» (XXIV, 31). La maggior parte dei commentatori antichi e contemporanei del Corano hanno interpretato e compreso che queste “belle parti” femminili «che non possono essere nascoste» corrispondano al viso e alle mani, basandosi particolarmente su un insegnamento del Profeta Muhammad che ha permesso che queste parti del corpo femminile potessero essere visibili e svelate. D’altro canto, secondo l’Islam, il velo non serve a nascondere o a discriminare, ma a distinguere, offrendo alle donne che lo portano una protezione in virtù della consacrazione visibile della loro persona a Dio, in quanto «è il miglior mezzo per esse di farsi conoscere e di evitare inoltre d’essere offese» (33 : 59). È su questa base che la quasi totalità dei sapienti autorizzati e degli imam delle quattro scuole giuridiche riconosciute come ortodosse precisano che non è dunque obbligatorio, per le donne musulmane, di velare il viso e le mani, essendo queste escluse dalle «parti intime» (‘awrat) che il pudore non permette ne di vedere ne di far vedere, sia durante i momenti di preghiera rituale che pubblicamente. Potremmo aggiungere che, se il credente musulmano deve abbassare pudicamente lo sguardo, la credente musulmana non sarebbe considerata responsabile delle cattive intenzioni che si trovano nel cuore degli uomini. Non è dunque giustificabile invocare un principio di precauzione, di fronte a una pretesa tentazione e ai disturbi che rischiano di essere provocati dalla bellezza femminile, al fine di imporre ad alcune musulmane di velarsi integralmente.


Nondimeno, al di là delle prescrizioni giuridiche che restano relative in quanto frutto degli sforzi d’interpretazione umana, conviene anche tener conto del contesto dell’Europa contemporanea nel quale i musulmani e le musulmane vivono e sono chiamati a testimoniare la loro fede. «Dio vuole per voi la facilità e non la difficoltà» dice il Corano (II, 185). In quanto minoranza religiosa all’interno di società secolarizzate, le priorità della comunità musulmana sono quelle di vedere garantita prima di ogni cosa la pratica degli atti d’adorazione (‘ibadat) che sono i cinque pilastri dell’Islam (la testimonianza di fede, la preghiera canonica, l’elemosina rituale, il digiuno nel mese di Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca). Quanto alle regole di comportamento e alle relazioni sociali (mu‘amalat), la maggior parte dei sapienti osservano che l’applicazione di certe prescrizioni e di certi usi quotidiani non può essere effettiva, così che tali prescrizioni decadono, in ragione delle condizioni spazio-temporali necessariamente soggette al cambiamento. Al contrario, gli insegnamenti spirituali e le virtù essenziali conservano tutto il loro valore e il loro significato, e possono essere applicati e praticati in forme variabili, adatte ai diversi contesti. È il caso, in particolare, del velo islamico nella sua forma ordinaria, dove il suo senso simbolico e la sua virtù restano attualizzabili. Sapendo questo, cosa dire dunque degli effetti e dell’opportunità del velo integrale, quando non si tratta affatto d’un obbligo religioso, in una società che non ha maggioranza musulmana?


«Facilitate le cose e non rendetele difficili! Annunciate loro cose gradite e non le spaventate!» raccomandava il Profeta Muhammad ai suoi compagni che inviava in missione. In tale prospettiva, l’intelligenza ci aiuta a riconoscere che il velo integrale appare piuttosto come un disturbo alle società moderne, che è inopportuno e contrario alla saggezza musulmana, i cui principi di moderazione e d’integrità raccomandano ai musulmani di rispettare le leggi del paese in cui vivono, e di partecipare in maniera costruttiva allo sviluppo del bene comune. Al posto della funzione di distinzione e di protezione che gli insegnamenti sul velo hanno di mira, come simbolo di sacralità, con quell’arte della discrezione che è volentieri riconosciuta alle donne nell’Islam, le rivendicazioni di certi estremisti somigliano in realtà a una provocazione che fa più male che bene, tanto per la società che per i musulmani stessi. I problemi suscitati non fanno che nuocere all’immagine e agli interessi reali dell’Islam e dei musulmani in Europa.


Ad ogni modo, non è tramite una sanzione che promulghi una legge sulla proibizione di portare il velo integrale in Italia, o altrimenti in Francia, che si potrà contribuire a risolvere questo fenomeno. È piuttosto tramite la prevenzione, attraverso l’educazione e l’informazione, favorendo la visibilità del ruolo religioso e del contributo civile dei musulmani e delle musulmane occidentali che donano l’esempio contemporaneo di un’espressione integra e responsabile, intelligente ed equilibrata dell’Islam autentico in Europa. Per saper andare al di là dei veli della confusione, delle apparenze e dell’ignoranza, è più che mai necessario promuovere una migliore conoscenza dei principi e delle pratiche dell’Islam, per mostrare il suo reale volto di luce, di pace e di bellezza che glorificano la Grandezza e la Maestà di Dio sulla terra.

 

Imam Abd al-Wadoud Gouraud,
membro d'onore del Consiglio esecutivo della Lega dei Laureati dell'università di Al-Azhar,
Cairo

CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) ITALIANA

3 dicembre 2009