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«Assimilazione o integrazione»? Per Mons. Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, «la sfida non si gioca tanto nell’importare modelli integrazionisti stranieri, quanto nell’esperienza ormai consolidata di alcuni Paesi, che può aiutarci a evitare gli effetti negativi sia delle impostazioni assimilazioniste, dove le diversità delle appartenenze e la loro evoluzione non hanno trovato sempre buona accoglienza, che di quelle separatiste, dove il rispetto e la preservazione delle diversità può diventare alibi per evitare la contaminazione generata dalla quotidianità dei rapporti interpersonali e intercomunitari». Per il responsabile in Vaticano delle politiche inerenti all’immigrazione, recentemente intervenuto più volte nel dibattito politico italiano, la “terza via” sarebbe allora quella di «sperimentare un processo di coesione e partecipazione, partendo anche da una grande risorsa come quella rappresentata dai giovani migranti di seconda generazione». «Bisogna convincersi – prosegue Marchetto – che gli stessi giovani migranti dovrebbero prendere parte nella progettazione delle politiche sull’emigrazione». Ed era proprio dedicato alle giovani generazioni di immigrati il convegno promosso lo scorso ottobre a Bruxelles dalla fondazione tedesca Konrad Adenauer Stiftung dal titolo “Valori cristiani come base per una politica di integrazione per i giovani con background di immigrazione”, dove assieme a mons. Marchetto hanno preso parte numerosi politici e studiosi da vari paesi europei e, dall’Italia, l’“Accademia di Studi Interreligiosi” I.S.A.. Islamicità pubblica la traduzione italiana dell’intervento di mons. Marchetto, che affronta alcuni temi sempre fortemente attuali in Italia e in Europa con particolare risalto a un tema secondo il presule «poco trattato», nonostante le giovani generazioni di immigrati, «secondo stime ufficiali, rappresentino un terzo dei migranti».
Una questione, quella dell’immigrazione, che, nonostante non debba mai essere confusa con la religione tout court – in particolare con l’Islam in quanto tale –, contiene indubbiamente alcuni aspetti che non possono essere ridotti alla «dimensione socio-economica»: per il Segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti, infatti «la migrazione può essere definita altresì come un’esperienza “spirituale”, nel senso che induce più facilmente a porsi questioni fondamentali e a cercare di scandagliare il mistero della vita. Proprio in questi frangenti, allora, la religione svolge un ruolo cruciale per la costruzione dell’identità, nella ricerca di significati e nella formazione ai valori, soprattutto nei giovani con esperienze migratorie».
Konrad Adenauer Stiftung Tema: L’integrazione dei giovani da situazioni d’emigrazione: motivazioni cristiane e contributo delle Chiese (Bruxelles, 14 Ottobre 2008)
+ Arcivescovo Agostino Marchetto Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti
Premessa: Secondo stime ufficiali, un terzo dei migranti, su scala mondiale, ha un’età media compresa tra i 15 e i 25 anni. Ad essi si aggiungono ragazzi e ragazze, figli di emigrati di prima generazione, nati in contesto migratorio: sono, di fatto, giovani “mit Migrationshintergrund”, ricongiunti alla famiglia d’origine o nati nel Paese di immigrazione o che comunque vi hanno compiuto il ciclo della scolarizzazione1. Dunque, è un mondo giovanile di vaste proporzioni, che affronta le sfide dell’integrazione, con problematiche particolari, specifiche e necessità di interventi anch’essi tipici e determinati, dove c’è spazio pure per il contributo delle Chiese motivato da valori cristiani. E’ il tema di questo intervento. Qual è dunque la situazione delle seconde generazioni e dei giovani appartenenti a minoranze etniche? Si potrà dire anzitutto che si tratta di gruppo soggetto a un forte rischio di doppia marginalizzazione, sia in quanto giovani che si trovano a sperimentare, al pari dei loro coetanei autoctoni, i problemi e le difficoltà legate allo studio e al primo accesso al mondo del lavoro, sia in quanto membri di minoranze più o meno escluse e stigmatizzate. Bisogna poi tenere in conto che, spesso, l’eccessiva attenzione alla dimensione socio-economica delle migrazioni non ha dato sufficiente rilievo pure ai contesti culturali in cui le scelte migratorie vengono assunte e perseguite, tra i quali vanno ricordate le risorse spirituali che le religioni offrono alle giovani generazioni con esperienze migratorie, come pure gli effetti psicologici che ne discendono sulla capacità di resistenza dei giovani migranti di fronte alle avversità e alle prove a cui sono particolarmente esposti, soprattutto nelle fasi critiche dell’integrazione. Aggiungerei che, oltre alle risorse spirituali, le istituzioni religiose hanno solitamente fornito ai migranti anche aiuti materiali, sotto forma di assistenza e sostegno nelle difficoltà dei processi di insediamento (“prima accoglienza”), e poi risorse sociali, fungendo da catalizzatori, e non di rado da promotori, di reti di relazioni basate sulla duplice appartenenza, confessionale ed etnica. Il ruolo delle Chiese è stato, dunque, ed è tuttora rilevante su un duplice versante: quello della salvaguardia dell’identità culturale e quello dell’integrazione nel nuovo contesto. Anziché opporsi – come si potrebbe forse pensare di primo acchito – i due aspetti si intrecciano: molti giovani immigrati di fatto diventano cittadini di una nuova patria, in cui hanno scelto di riporre le speranze di una vita migliore, proprio grazie alle risorse che anche l’adesione religiosa ha fornito loro. In sostanza, da una parte si sottolinea l’appartenenza delle seconde generazioni alla più complessa situazione della condizione giovanile in generale, dall’altra si pone l’accento sull’incidenza del nucleo familiare, del gruppo sociale e delle istituzioni religiose nella costruzione dell’identità dei giovani migranti.
1. La questione fondamentale
Pare, comunque, che in contesto migratorio le domande esistenziali si acuiscano, facendo sorgere in termini nuovi il problema dell’auto-identificazione, espresso pure negli interrogativi sul senso della vita, sulla giustizia sociale, sulla salvaguardia del creato e sul rapporto con Dio. In questa chiave, la migrazione può essere definita altresì come un’esperienza “spirituale”, nel senso che induce più facilmente a porsi questioni fondamentali e a cercare di scandagliare il mistero della vita. Proprio in questi frangenti, allora, la religione svolge un ruolo cruciale per la costruzione dell’identità, nella ricerca di significati e nella formazione ai valori, soprattutto nei giovani con esperienze migratorie. Del resto, è stato più volte notato che l’intensa vita comunitaria, fatta di movimenti e “community groups”, sorti nell’ambito delle parrocchie, delle missioni e degli istituti religiosi, con creazione di cariche formali (presidente, vicepresidente, tesoriere….) e l’organizzazione di molteplici attività e incontri, sembra avere una funzione quasi di compensazione e di promozione comunque per tutti quei giovani che, pur valorizzando le proprie radici etniche e culturali, si sforzano di gettare ponti di interazione con la società che li ha accolti. In effetti, in diversi Paesi, le seconde generazioni hanno dato vita a numerose associazioni, impegnate non solo in ambito strettamente religioso, ma anche in campo sociale, politico ed educativo, dedicandosi all’insegnamento della lingua, organizzando corsi di recupero scolastico, occupandosi di famiglie in difficoltà, gestendo librerie, giornali e case editrici, proponendo attività sportive e animando il tempo libero. Questo vale non solo per chiese e sinagoghe ma altresì per le moschee, che si presentano come centri di vita comunitaria, che catalizzano reti di solidarietà, forniscono aiuto a chi si trova nel bisogno e aiutano le comunità lasciate in patria2. In sostanza, le Chiese, con le loro molteplici istituzioni, non sono per gli immigrati soltanto luoghi che rispondono a esigenze spirituali. Di fatto, esplicitamente o implicitamente, direttamente o indirettamente, forniscono vari tipi di risorse che consentono di fronteggiare molti dei problemi che i giovani migranti incontrano negli itinerari di integrazione. Anche oggi, essi possono frequentare le comunità cristiane per essere aiutati nelle difficoltà personali, per partecipare ad attività sociali e formative o per incontrare persone di diversa appartenenza, desiderose di costruire ponti di intesa, di scambio e di reciproco arricchimento3.
2. Assimilazione o integrazione?
Nella letteratura americana, fin dal periodo tra le due guerre, seguendo il mito dell’integrazione-assimilazione (il “melting pot”) nell’unica cultura nazionale, emerse il paradigma secondo il quale la prima generazione viveva il difficile cammino dell’inserimento, senza tuttavia arrivare ad una effettiva integrazione, mentre la seconda generazione risultava integrata nella cultura e nella vita americana, tanto da rigettare e rinnegare l’appartenenza etnico-culturale dei genitori e della famiglia, proprio per potersi meglio inserire ed affermare. Quanto alla terza generazione, poi, la si vedeva impegnata a riscoprire le dimensioni più caratteristiche della sua provenienza originaria. Questa prospettiva fu sviluppata dopo la seconda guerra mondiale, con la rivalutazione degli elementi etnici e delle “radici”: da qui l’importanza attribuita alla famiglia, come luogo protettivo e di tutela anche per la seconda generazione, in particolare per l’accentuazione dei processi psicologici culturali legati all’identità. Si conferma, ad ogni buon conto, che i giovani migranti di seconda generazione tendono ad elaborare un modello culturale che non è proprio né della cultura d’origine, né di quella ospitante, ma è il prodotto di un movimento alterno tra le varie culture, con possibili tentativi sia di recupero sia di distanza della cultura d’origine, fino ad arrivare a forme di mimetismo nella cultura ospitante. Ne ha scritto anche Benedetto XVI parlando di “duplice appartenenza”4. In questo equilibrio instabile, gioca un ruolo primario il rapporto sia con la prima generazione d’immigrati, portatori di una maggiore coscienza della propria identità, rappresentata da genitori, amici di famiglia e parenti, sia con la cultura del paese ospitante. Attualmente, quando i mezzi di comunicazione sociale affrontano l’argomento dei flussi migratori, generalmente presentano dati statistici sui loro andamenti, si soffermano sulle nuove rotte migratorie, parlando con sempre maggior insistenza delle situazioni di irregolarità e delle troppo frequenti tragedie. Invece il tema dei giovani con esperienze migratorie, nati in un Paese straniero da genitori immigrati o ivi giunti quando erano molto piccoli, affrontandovi importanti esperienze di scolarizzazione, è poco trattato. Essi, dunque, hanno studiato, spesso studiano ancora, o lavorano nel Paese di arrivo. Parlano la lingua locale, hanno amici autoctoni e con loro passano il tempo libero, vanno al cinema, al bar, in discoteca; amano la cucina, la moda, la musica, il nuovo modo di vivere, e pensano (quasi tutti) che il loro futuro sarà dove sono giunti. Si tratta, comunque, di ragazzi che non hanno dimenticato la lingua dell’antica patria dei loro genitori; non hanno né dimenticato né abbandonato molte tradizioni dei loro Paesi d’origine: riti religiosi, regole di comportamento quotidiano, modi di vivere insieme agli altri, insomma, che sono diversi da quelli che caratterizzano il nuovo Paese. Non sono stati quindi assimilati. Di solito, essi riescono a vivere in armonia, o quasi, con due culture senza contrasti drammatici, senza sentirsi intimamente divisi. Ma non è conquista facile. Tra l’altro, essi sono in genere poco propensi ad accettare lavori come quelli che hanno dovuto fare i loro genitori immigrati, caratterizzati da bassi salari, molte ore di lavoro e nessun prestigio sociale. La loro aspirazione ad elevarsi socialmente rende quindi difficile trovare un’occupazione che corrisponda alle loro aspettative. Inoltre, da parte dei cittadini autoctoni con cui hanno a che fare, rimane sempre un po’ di diffidenza nei confronti di questi giovani stranieri, tanto più se sono di colore o appartengono a un diverso credo religioso5.
3. Difficoltà derivate dalle norme vigenti
Di frequente, dunque, i giovani di seconda generazione non si sentono del tutto integrati come i loro coetanei nativi, per molte ragioni. Spesso proprio le specifiche normative vigenti frappongono pesanti ostacoli. In Italia, ad esempio, una legge del 1992 stabilisce che i bambini nati nel Paese da genitori immigrati prendano la loro rispettiva nazionalità e possano chiedere la cittadinanza italiana soltanto quando avranno compiuto diciotto anni. Ora, già questa limitazione viene sentita dagli interessati come umiliante, Se, poi, tardano ad ottenere la cittadinanza, rischiano pure di essere espulsi dal territorio italiano. D’altra parte, poiché gli studi sulle seconde generazioni ribadiscono con insistenza la necessità di investire su questi giovani, che fanno parte integrante del mondo giovanile delle singole società, è importante permettere loro di vivere la condizione peculiare dei giovani in modo paritario con i rispettivi coetanei. Pertanto, il primo scoglio da superare è proprio quello legato a tale condizione, per cui si formula a più riprese l’auspicio che l’Unione Europea e gli Stati che la compongono si orientino verso un riconoscimento anche allo jus soli oltre che allo jus sanguinis, o, comunque, adottino la politica della cittadinanza legata alla residenza più che alla nazionalità. Il secondo scoglio, poi, è quello di realizzare strutture scolastiche e formative che aiutino a superare il “gap” che divide la generazione dei giovani con esperienze migratorie dai loro coetanei: in effetti, una scuola è uguale per tutti se aiuta tutti ad avere le stesse possibilità di riuscita6. Questo aspetto della formazione scolastica e professionale lo tratterò nel mio intervento del tardo pomeriggio.
4. Altri ambiti d’impegno oltre quello scolastico e professionale
Sono state più volte segnalate altre importanti aree di azione relative a realtà che interessano i giovani con esperienze migratorie, quali la ricerca di impiego, il rapporto alla povertà, i giovani e l’ambiente, il tempo libero, la partecipazione delle giovani generazioni alla presa di decisioni, la salvaguardia della salute, soprattutto a confronto con tossicodipendenza ed esercizio della sessualità, la delinquenza giovanile e la condizione femminile. Si tratta di ambiti di forte rilievo, dove le Chiese sono interpellate a dare il loro contributo, sia per quanto riguarda i valori che devono guidare l’operato, sia per le iniziative medesime che sono messe in campo, a favore dei giovani migranti di seconda e terza generazione. Va da sé che essi vanno chiaramente considerati come membri preziosi, seppur vulnerabili, della società. Soprattutto in riferimento al rapporto con la società, l’ambiente, il tempo libero e la partecipazione, la Chiesa cattolica condivide e promuove l’importanza di curare se stessi, l’ambiente e i coetanei e, in tal modo, incoraggia la costituzione e il consolidamento di migliaia di gruppi giovanili in tutto il mondo, che fanno capo alla parrocchia locale o personale, al cappellano etnico o alla missio cum cura animarum (missione con cura d’anime), a seconda delle diverse strutture approntate per la cura pastorale della mobilità umana nei diversi Paesi. Senza dimenticare, poi, che la Chiesa provvede attualmente ad assistere giovani a rischio, compresi quelli con esperienze migratorie, con quasi 12 mila ospedali, innumerevoli istituzioni di assistenza sanitaria e medicina preventiva in tutto il mondo. Ovviamente, infine, la Chiesa è presente, con la sua materna sollecitudine, anche nelle tematiche più ampie e complesse, che toccano la globalizzazione, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nonché gli argomenti, da sempre dibattuti, dei conflitti giovanili e dei rapporti intergenerazionali. Pure stimolata dalla realtà giovanile, soprattutto quella in qualche misura coinvolta in esperienze migratorie, la Chiesa continua ad esprimere così la sua consapevolezza di vivere in un mondo variegato e complesso, che esige un impegno condizionato almeno da tre indispensabili tappe, vale a dire riconoscere le necessità, soprattutto dei membri più poveri del nostro mondo, pianificare una risposta e portarla a termine senza tergiversare. Proprio l’esperienza migratoria ha collocato migliaia di giovani tra le frange dei più deboli e vulnerabili, domandando alle Chiese e comunità ecclesiale e altresì all’intera comunità internazionale di sviluppare risposte realiste, appropriate e immediate, a medio e a lungo termine7. In definitiva, le politiche di integrazione verso le seconde generazioni sono un capitolo particolare ma che deve necessariamente essere integrato nel progetto delle politiche giovanili locali, nazionali ed internazionali.
5. Attenzione a tutti, indiscriminatamente
Oggi il miglior contributo ecclesiale sta certamente nello sforzo di creare una solida e feconda cultura del dialogo, a livello ecumenico, inter-religioso e inter-culturale. In effetti, si è spesso constatato che la seconda e la terza generazione sono caratterizzate da giovani che soffrono una crisi di identità, sia tra cristiani e musulmani, sia tra coloro che professano altre religioni o si dicono non credenti. Ciò può portare, in ultima analisi, pure a discriminazioni nei loro confronti, che provocano a loro volta sentimenti di contrasto alle società di accoglienza. L’aumento dell’islamofobia che si riscontra in Europa, ad esempio, è un grande ostacolo al dialogo. Ma non manca pure la cristianofobia e quella nei confronti degli ebrei. Per ovviare alla questione, la Chiesa cattolica suggerisce da un lato una maggiore conoscenza da parte dei cittadini europei dei vari contributi dell’Islam alla cultura e alla civiltà europee e, dall’altro, la reciprocità del rispetto e l’acquisizione del sapere, delle norme e dei costumi che hanno dato all’Europa la sua fisionomia caratteristica (cf. EMCC n. 2; 50; 61 e 79). Misure eccessivamente coercitive certamente non educano né sono utili alla correzione di eventuali sbagli commessi pure da giovani migranti di seconda e terza generazione, senza con ciò sminuire il peso delle responsabilità e incoraggiando, anzi, le istituzioni a ciò deputate, affinché si adottino giuste e proporzionate misure per debellare deprecabili fatti di micro e macro-criminalità. Tuttavia, è necessario ribadire che i giovani immigrati fino a diciotto anni devono poter godere dei medesimi diritti dei loro coetanei, cittadini dell’Unione europea. E aggiungo qui che, purtroppo, una minoranza di giovani è ancor oggi presente nelle carceri europee, nonostante la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Minori sostenga che la carcerazione dovrebbe essere presa solo come ultima misura, e per brevi periodi. Di fatto, i problemi con cui i giovani migranti sono alle prese, quali l’accesso all’educazione, la disoccupazione e la discriminazione, sono spesso profondamente radicati. Ciò non toglie che essi siano fondamentalmente predisposti ad intraprendere un positivo processo di integrazione, dal momento che, rispetto ai loro coetanei nazionali, sono per sé maggiormente flessibili e aperti all’apprendimento. Certo, di fronte a tale argomento sono almeno tre le ragioni principali che suscitano sentimenti di preoccupazione e persino di allarme, vale a dire la paura di ricevere flussi caotici di migranti, una percezione negativa della presenza di ghetti nelle città e la rivalità sul mercato del lavoro. Tutto questo conferma che l’unica via all’integrazione è il coinvolgimento sia degli immigrati che della società civile in tale processo. Ed è in questo contesto che il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in sinergia con le Commissioni per la pastorale migratoria delle Conferenze episcopali di tutto il mondo, si pone come obiettivo quello di sostenere i processi di integrazione innanzitutto attraverso lo studio, l’analisi e la conoscenza del fenomeno migratorio, sollecitando ogni possibile iniziativa per sondarne i molteplici aspetti, con particolare attenzione a quello pastorale. Inoltre, vi è attenzione costante a promuovere “la centralità della persona e la difesa dei diritti dell'uomo e della donna migrante e quelli dei loro figli; la dimensione ecclesiale e missionaria delle migrazioni; la rivalutazione dell'apostolato dei Laici, il valore delle culture nell'opera di evangelizzazione; la tutela e la valorizzazione delle minoranze, anche all’interno della Chiesa; l'importanza del dialogo intra ed extra ecclesiale; il contributo specifico dell'emigrazione per la pace universale” (EMCC n. 27).
Conclusione
Citando il Messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 20038 mi piace ricordare come le migrazioni presentano sempre un duplice volto: quello della diversità e quello della universalità. Il primo, che è dato dal confronto fra uomini e gruppi di popoli diversi, comporta tensioni inevitabili, latenti rifiuti e polemiche aperte; il secondo è quello costituito dall’incontro armonico di soggetti sociali diversi che si ritrovano nel patrimonio comune ad ogni essere umano, formato dai valori dell’umanità e della fraternità9. Ci si arricchisce, così, reciprocamente attraverso il confronto di culture diverse. Sotto il primo profilo le migrazioni accentuano le divisioni e le difficoltà della società che accoglie; sotto il secondo contribuiscono in modo incisivo all’unità della famiglia umana e al bene comune universale. L’integrazione, quindi, è innanzitutto una questione di relazioni tra persone di diverse appartenenze e identità, che condividono però lo stesso spazio fisico, sociale, amministrativo e politico. Non sono dunque alla fine le diverse culture che si incontrano o si scontrano, ma le persone che ne sono portatrici. D’altra parte, nessun essere umano oggi ha elaborato un’unica monolitica appartenenza, ma individui, gruppi e società sono incessantemente obbligati a confrontasi con orizzonti culturali in continuo cambiamento. L’integrazione, poi, è soprattutto un processo di tutta la società, degli uni e degli altri, che deve includere le dimensioni economica, sociale, politica e religiosa del fenomeno, senza le quali non si compie una vera integrazione. Esso, infine, coinvolge anche le diverse appartenenze – etniche, nazionali, religiose, politiche, professionali, ecc. – cui fa riferimento la persona nella propria esistenza; è quindi un processo che coinvolge gruppi portatori di specifiche identità, anche collettive che sono a loro volta costantemente sollecitate dal cambiamento, se non altro per la stessa evoluzione identitaria dei propri membri, soprattutto quelli delle giovani generazioni. La sfida, allora, si gioca non tanto nell’importare modelli integrazionisti stranieri, quanto sull’esperienza ormai consolidata di alcuni Paesi, che può aiutarci a evitare gli effetti negativi sia delle impostazioni assimilazioniste, dove le diversità delle appartenenze e la loro evoluzione non hanno trovato sempre buona accoglienza, che di quelle separatiste, dove il rispetto e la preservazione delle diversità può diventare alibi per evitare la contaminazione generata dalla quotidianità dei rapporti interpersonali e intercomunitari. Visto, dunque, che oggi non ha più senso rifarsi meccanicamente al passato, ci si può chiedere se sia possibile elaborare una nuova via all’integrazione, non come soluzione studiata a tavolino, ma come sperimentazione di un processo di coesione e partecipazione, partendo anche da una grande risorsa come quella rappresentata dai giovani migranti di seconda generazione. Credo che ciò sia possibile nella misura in cui sapremo diffondere la consapevolezza che la presenza dei migranti non è passeggera, ma strutturale e che essa è “una grande risorsa per il cammino dell’umanità”10. Infine, bisogna convincersi che gli stessi giovani migranti dovrebbero prender parte nella progettazione delle politiche sull’emigrazione. Le organizzazioni giovanili, in questo, giocano un ruolo chiave. I giovani stanno orientando diversamente la coscienza comune, da una percezione negativa dell’emigrazione a una positiva. Sono proprio essi che stanno creando un mondo più sicuro, accogliente e multiculturale, nonostante tutto. Questi giovani devono avere un ruolo attivo nel concentrare gli sforzi della società, delle organizzazioni internazionali e delle istituzioni educative nell’affrontare tali problematiche.
Arcivescovo Agostino Marchetto 12 gennaio 2009
note: 1 Dati del “Rapporto sulla gioventù mondiale 2005” (World Youth Report 2005: Young People Today and in 2015: cf. www.un.org/esa/socdev/unyin/wyr05.htm) elaborato dal Segretario Generale dell’ONU per la 60° sessione dell’Assemblea Generale. 2 Sull’argomento si possono utilmente compulsare gli Atti dell’VIII Convegno Nazionale dei Centri Interculturali (Reggio Emilia, 20-21 ottobre 2005), pubblicati da G. Cacciavillani – E. Leonardi ( a cura di), Una generazione in movimento. Gli adolescenti e i giovani immigrati, FrancoAngeli, Milano 2007. Cf. anche A. Fucecchi – A. Nanni, Identità plurali, EMI, Bologna 2004. 3 Varrà qui ricordare la celebre presa di posizione dello scrittore Max Frisch, il quale, in merito alla questione dei lavoratori stranieri in Svizzera, nel 1965, coniò la formula lapidaria: “Cercavamo delle braccia, sono arrivati degli uomini”. Del resto, tale affermazione trova adeguata spiegazione nell’Istruzione Erga migrantes caritas Christi, la quale ribadisce che “i lavoratori stranieri non sono da considerarsi una merce o una mera forza lavoro, e non devono quindi essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione” (n. 5): People on the Move XXXVI (95, 2004), p. 49. 4 Cfr. Benedetto XVI, Messaggio Pontificio per la 94° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: People on the Move XXXIX (105, 2007), p. 55. 5 Particolare attenzione, nell’ampio contesto europeo, è stata data soprattutto ai flussi migratori che hanno recentemente interessato Germania (Berlino), Francia (Parigi), Spagna (Barcellona) e Italia (Milano), nello studio di M. Ambrosini – E. Abbatecola (a cura di), Immigrazione e metropoli. Un confronto europeo, Franco Angeli, Milano 2004. 6 Cf. G. Mammarella – P. Cacace, Le sfide dell’Europa. Attualità e prospettive dell’integrazione, Laterza, Roma-Bari 1999, specialmente pp. 175-189. 7 Cf. Marie-Jo Thiel (sous la direction de), Europe, spiritualités et culture face au racisme. Colloque international tenu au Parlement européen de Strasbourg les 28, 29 et 30 août 2003, Lit Verlag/ Editions du Cerf, Berlin-Paris 2004, specialmente pp. 391-404 e 437-445. 8 Cfr. Giovanni Paolo II, Messaggio Pontificio per la 89° Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: AAS XCV (2003) 336-339. 9 Il filosofo francese Remy Brague scive su Avvenire (13 settembre 2008, p. 29) “il Cristianesimo non difende una morale specifica. Si limita a quello stretto necessario che consente alla vita umana di continuare a vivere e di restare umana. Questo ‘kit di sopravvivenza’ dell’umanità lo troviamo nei dieci comandamenti. Ma anche nei pensatori pagani dell’antichità in Cina, nelle Indie, a dire il vero un po’ dappertutto. Non esistono regole morali prettamente cristiane. Come vivere lo sanno tutti o possono saperlo. Ma perché vivere, perché scegliere la vita e, tanto per cominciare, perché dare la vita, sono interrogativi più complessi. E’ a essi che il Cristianesimo fornisce una risposta”. 10 Benedetto XVI, Angelus del 14 gennaio 2007: People on the Move XXXIX (104, 2007), p. 29.
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