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“La società multietnica: il confronto possibile”
A cura di Daniele Mariani
Daniele Mariani è il responsabile del Progetto Cultura dell’ISTESS (Istituto di Studi Teologici e Storico Sociali) di Terni, ed ha curato per l’Editrice Lombar Key un saggio dal titolo La società multietnica: il confronto possibile. Il volume contiene una serie di riflessioni proposte attraverso la “voce” di eminenti protagonisti della cultura, della comunicazione e della politica attuali, di cui sono riportate brevi relazioni tratte da una serie di convegni, di cui egli stesso era il responsabile, realizzati proprio a Terni tra il 2007 e il 2008 su temi quali l’integrazione, la donna e le pari opportunità, le radici dell’Europa. Sono riportati i contributi di Luigi Accattoli, Kaled Fuad Allam, Giuliano Amato, Simona Andrini, Dario Antiseri, Ludina Barzini, Rocco Bottiglione, Giampietro D’Alia, Leopoldo Di Girolamo, Shirin Ebadi, Paolo Ferrero, Maurizio Gasparri, Fiorella Giacalone, Franco Pittau, Stefania Parisi, Daniela Pompei, Maria Prodi, Margherita Raveraira, Souad Sbai, Damiano Stufara, e con una introduzione di Mons. Vincenzo Paglia. Il testo offre un’interessante spunto per conoscere le sfide che la società europea contemporanea, sempre più caratterizzata da una pluralità di etnie, di religioni e di culture, si trova ad affrontare, cercando di porre le basi per un nuovo confronto culturale e religioso, una nuova apertura intellettuale che, come dice Mariani: “consenta di costruire solide basi per l’edificio della pacifica convivenza tra i popoli”.
La finalità dell’autore è un dialogo autentico da intendersi “… non solo come scambio di esperienze e di verità personali, ma soprattutto come conoscenza reciproca… a mio avviso – prosegue Mariani – dovrà anzitutto basarsi sulla conoscenza del proprio “sé”, sul socratico ‘conosci te stesso’ o sull’agostiniano ‘non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell’uomo che risiede la verità”. Queste sono, anche secondo noi, le motivazioni più profonde ed universali del dialogo, e su questi presupposti si può trovare una perfetta sintonia tra le religioni. La religione islamica, ad esempio, esprime gli stessi concetti attraverso un detto del Profeta Muhammad che afferma: “Chi conosce se stesso conosce il suo Signore”. Non si tratta, per i religiosi, di una concentrazione narcisistica sul proprio io, bensì si tratta di riconoscere il Sé, lo Spirito, la natura essenziale e più nobile di ogni uomo e di ogni donna, fatti ad immagine e somiglianza di Dio, e di imparare a scorgere tale natura anche nell’altro, per quanto diverso egli si presenti, per la religione, per la cultura o per il colore della pelle. Si tratta di riconoscere nelle sue varie espressioni l’unica fonte divina da cui scaturisce la molteplicità e la diversità delle forme, del mondo e degli uomini. In questa prospettiva si inseriscono alcune osservazioni dell’ex ministro dell’Interno Giuliano Amato: “Siamo tutti figli dello stesso Dio”, anche se l’effettiva messa in pratica di tale prospettiva presenta diversi problemi: “Il nostro paradosso è che questo bianco tendenzialmente ariano, tendenzialmente cristiano, che ha monopolizzato il territorio italiano, ha finito per credere di essere lui, in realtà, l’unico figlio di Dio. E gli altri devono dimostrare di esserlo”.
Nel dibattito sulle radici dell’Europa sono centrali alcune espressioni di Stefania Parisi, che vede nel “dialogo interreligioso la pietra basilare per la costruzione di una nuova Europa”, rilevando inoltre come sia importante che nel contesto europeo non venga negato il valore della religione a favore di un laicismo che potrebbe a sua volta diventare una nuova forma di esclusivismo: “la cultura europea saprà superare lo smarrimento e le incertezze che la travagliano solo nella misura in cui non escluderà Dio dall’orizzonte della sua ricerca di verità”.
In effetti, per giungere ad una convivenza pacifica in Europa e in Italia non si può ignorare la presenza e la vitalità delle diverse religioni, manifestata anche dalla rinnovata presenza pubblica dei segni di appartenenza religiosa, e non solo quelli cristiani, come sottolinea Luigi Accattoli: “La vitalità testimoniale dei segni va incoraggiata, quella conflittuale occorre imparare a gestirla, aiutando la nuova generazione ad accettare la compresenza delle fedi e dei loro segni”. L’Italia ha la possibilità di cercare una via all’integrazione diversa dal modello francese, dove i simboli religiosi sono esclusi a favore di una presunta “libertà laica” con la quale sarebbero in conflitto. Ciò permetterebbe a ebrei, cristiani e musulmani di vedere uno accanto all’altro i propri simboli religiosi, non per una commistione, ma nel riconoscimento di una stessa dignità sacrale, vera base, come dice Accattoli, di un “valore aggiunto – che in questo caso – sta nella reciproca conoscenza in vista di una accettazione informata della diversità” L’accettazione della diversità è fondamentale, ma occorre allo stesso tempo imparare anche a ricercare e riconoscere gli aspetti comuni tra le religioni, quelli che uniscono, che sono in effetti più numerosi e più importanti, piuttosto che quelli che dividono. Proprio questo fa dire alla professoressa Giacalone dell’Università di Perugia come ”nelle scuole l’integrazione religiosa dei musulmani è più facile di altri gruppi in quanto la credenza in Gesù e nella Madonna fa parte della loro tradizione”. Infatti nell’Islam queste due figure sono pienamente riconosciute e venerate, come lo sono anche tutti i Profeti a partire da Adamo fino a Muhammad. Non bisogna sottovalutare dunque il valore educativo delle religioni, poiché attraverso la storia sacra e i simboli di cui sono permeate possono offrire nella formazione complessiva e soprattutto intellettuale delle nuove generazioni un apporto significativo. In tal senso si esprime anche Giuliano Amato: “Ricomincia un tempo diverso, è un tempo più bello, più ricco, più stimolante; è un tempo nel quale abbiamo la possibilità gli uni di imparare dagli altri e tutte le nostre memorie possono convergere diventando memoria e cultura dell’insieme del Paese”.
L’integrazione delle diverse componenti religiose e culturali, richiede dunque un impegno da portare avanti su più fronti, e l’ambito educativo è uno dei canali più importanti: “La scuola e l’università hanno un ruolo importante nella formazione non soltanto dei giovani immigrati, ma anche dei nostri giovani che devono imparare a gestire una realtà così complessa… realizzando i prestiti culturali che ci vengono anche da altre culture nella storia” afferma ancora la professoressa Giacalone. Il sociologo Khaled Fuad Allam propone l’introduzione nei programmi scolastici di nuove lingue e letterature, ma anche e soprattutto l’aggiornamento dei testi scolastici, per ampliare gli orizzonti rispetto alle altre civiltà, per uscire finalmente dai numerosi stereotipi culturali e affrontare in modo costruttivo la seconda fase dell’integrazione, quella che riguarda le nuove generazioni: occorre scongiurare il rischio, insiste Fuad Allam, che “fasce intere di popolazione si chiudano all’interno di gabbie etniche e religiose a funzionamento ideologico”. In effetti, si è potuto constatare come gli ambienti chiusi verso l’esterno possano essere facile terreno per la coltivazione di ideologie pseudo-religiose che prendono pian piano il posto alla vera sacralità delle religioni, portando alla manifestazione delle peggiori degenerazioni quali il fondamentalismo e l’integralismo.
Il discorso si sposta così necessariamente anche all’ambito politico e giuridico, il quale ha il compito di recepire le istanze sociali e di proporre strumenti, anche legislativi, per integrare culti, culture ed etnie per favorire l’armoniosa costruzione di una società plurale. Tale necessità è sostenuta dall’ex Ministro del Lavoro Paolo Ferrero, sostenitore del ”rispetto delle differenze culturali: io penso – continua l’ex ministro – che fare una legge sulla libertà religiosa sia un punto decisivo come riconoscimento delle fedi diverse… non [è] il modello francese dell’assimilazione in cui tutti diventano uguali formalmente (per forza); non è nemmeno il modello inglese dell’accettazione delle Comunità e del dialogo tra lo stato e le comunità – Dobbiamo costruire un’Italia in cui le identità presenti non si irrigidiscano in identità incompatibili, indialogabili, in cui l’identità di una persona è ridotta a una sola parte (musulmano o cattolico, immigrato o italiano) ma in cui sia riconosciuta l’identità plurale delle persone, in cui si può essere italiano e musulmano senza che le due cose debbano suonare in contraddizione”.
Daniele Mariani organizza ogni anno grazie all’ISTESS l’incontro ”Donne di Oriente e di Occidente”, con l’obiettivo della costruzione di “un ponte di solidarietà tra le donne di Oriente e di Occidente perché nel mondo globalizzato le questioni aperte possano meglio risolversi insieme.” Gli incontri hanno lo scopo di riaffermare la dignità della funzione femminile che spesso sembra non essere rispettata né in oriente né in occidente. Gli occidentali sovente attribuiscono alla religione islamica l’accusa di discriminazione e di violenza nei confronti delle donne dando erroneamente credito alle tendenze minoritarie e fondamentaliste che nulla hanno a che vedere con la religione islamica e ne sono solo una grottesca parodia. Denuncia questa confusione la giornalista Ludina Barzini, la quale afferma che “La violenza nei confronti delle donne mi sembra di averla individuata in vari usi e costumi che sono entrati nelle culture più che in veritiere ragioni religiose, come si vuol far credere”. Possiamo affermare che questi atteggiamenti contro le donne derivano in realtà dalla mancanza di una autentica dimensione religiosa, la quale riconoscerebbe naturalmente la sacralità dell’esistenza sia dell’uomo sia della donna. Questa dimensione di rispetto riguarda tutte le religioni le quali, come l’Islam, riconoscono la stessa dignità di fronte a Dio di ogni creatura sia essa uomo o donna. A tale proposito, molto interessante è l’intervento di Maria Prodi che tratta della esperienza di Shirin Ebadi, la cui azione contro le discriminazioni: “non diventa mai ideologismo. Colpisce – continua la Prodi – questo suo… cercare di costruire spazi dignitosi alle donne nel suo paese nei luoghi delle decisioni, senza farne una battaglia contro le radici etiche e religiose che nutrono la società del suo paese… e senza pensare di dover scardinare la fede dei propri padri, ma anzi ricercando nel patrimonio di pensiero che attorno all’esperienza religiosa era fiorito in altre epoche… La sua testimonianza esprime la certezza… che dalle religioni può nascere… la comprensione della dimensione profonda della dignità dell’uomo e della donna”. Alla luce di questo incontro tra Oriente ed Occidente, possiamo affermare la necessità che il riconoscimento della pari dignità dell’uomo e della donna non diventi la scusa per promuovere l’uniformazione di tutte le donne al solo modello di “donna emancipata, occidentale, moderna”; il modello della donna religiosa ha presupposti diversi, che non coincidono con l’affermazione di una dimensione esclusivamente individuale. È necessario quindi un cambiamento della mentalità che possa riconoscere eguale dignità alle diverse realtà femminili, legate ai vari contesti religiosi e culturali. Davvero preziosi i convegni dell’ISTESS, come anche tutti i libri che come questo ne sono il frutto: anche noi operiamo nella convinzione della necessità di azioni concrete e tangibili che promuovano la conoscenza reciproca. Ed è proprio tramite il contributo di qualificati e sapienti rappresentanti delle diverse religioni, e di quelle Comunità che nella trasparenza sappiano integrare i principi religiosi agli scenari moderni nel contesto giuridico e culturale europeo, insieme al contributo di studiosi universitari, esperti culturali e infine di rappresentanti politici ed istituzionali, che sarà possibile costituire insieme un tessuto sociale basato sull’integrazione e sulla coesistenza pacifica, nella prospettiva del dialogo e del rispetto reciproco.
Donatella Ferrero, presidente Accademia di Studi Interreligiosi (ISA) 30 giugno 2009 |