La redazione riceve e pubblica questa recensione del Direttore Generale della CO.RE.IS. Italiana, ‘Abd al Sabur Turrini, al libro del Senatore Marcello Pera Perché dobbiamo dirci cristiani. Il Liberalismo, l’Europa, l’Etica. La centralità del punto di vista autenticamente religioso e il ripristino di una mentalità realmente sacrale costituiscono, nelle parole del Senatore Pera e in quelle del Direttore Generale della CO.RE.IS., la vera sfida del mondo attuale. La «religione costituisce il fondamento stesso dello Stato medesimo, la garanzia della sua sussistenza», scrive Marcello Pera, perché, conferma Abd al Sabur Turrini, «non si può concepire nessuna vera civiltà che non sia fondata su dei principi religiosi ben precisi». Così come «il vero antidoto al fondamentalismo cristiano è il Cristianesimo stesso», «anche l’antidoto all’integralismo islamico è l’Islam». La convergenza su questi principi fondamentali è, ci sembra, la prova più lampante non solo della possibilità ma della realtà del vero dialogo interreligioso e intellettuale, dove la comunanza di una prospettiva religiosa, al di là delle forme religiose specifiche, può orientare un dibattito qualificato sui temi più importanti del mondo attuale anche nel nostro paese.

 

Perché dobbiamo dirci cristiani. Il Liberalismo, l’Europa, l’Etica di Marcello Pera

Recensione del Direttore Generale della CO.RE.IS. Italiana ‘Abd al Sabur Turrini


Egregio Senatore Marcello Pera, il suo libro: “Perché dobbiamo dirci cristiani. Il Liberalismo, l’Europa, l’Etica” offre numerosi spunti di sensibilità religiosa che vogliamo condividere. Non si può, infatti, fondare la costituzione repubblicana, o lo Stato liberale, su una dottrina comprensiva del bene limitata alla sola dimensione razionale. Ossia non si può concepire nessuna vera civiltà che non sia fondata su dei principi religiosi ben precisi, in cui la realizzazione delle virtù sacrali, corrisponde ad una società etico-civile dove i doveri di ognuno corrispondono ai comandamenti divini. Con questo Lei non intende dire che lo Stato etico non sia laico e che debba essere subordinato alla Chiesa, ma che la “religione costituisce il fondamento stesso dello Stato medesimo, la garanzia della sua sussistenza”. Come musulmani non abbiamo nessuno problema a ritrovarci pienamente in queste affermazioni, sia perché, come Lei sa, l’Islam non ha clero e non possiede una istituzione come la Chiesa cattolica, o tanto meno il califfato che si è concluso con l’Impero Ottomano, sia perché la stessa civiltà islamica si fonda propriamente sui principi rivelati dal Sacro Corano e dalla sunna, derivante dall’esempio del Profeta Muhammad. L’essere musulmani comporta esattamente come per i cristiani, o per gli ebrei, di essere coerenti alla propria dottrina religiosa, nell’accettazione dell’ordinamento giuridico civile vigente, vivendo i valori della cittadinanza alla luce dei principi sacrali della fede in Dio.


Siamo d’accordo con Lei anche quando sottolinea che il vero antidoto al fondamentalismo cristiano è il Cristianesimo stesso, e noi vorremmo aggiungere che anche l’antidoto all’integralismo islamico è l’Islam stesso, vissuto nella sua ortodossia ed integralità, scevro da qualsiasi istanza ideologica, politica o territoriale. Sulla scia di quanto Lei sostiene nel capitolo Fondamentalismo islamico e dialogo inter-religioso, anche noi crediamo che non si possa concepire un dialogo “teologico” come espresso anche nella lettera dei 138 sapienti islamici, sia dal Principe di Giordania Ghazi bin Muhammad bin Talal, sia dal nostro vice Presidente Yahya Pallavicini. Le teologie sono infatti necessariamente differenti e non si possono compiere semplificazioni, sincretismi, o strumentalizzare il dialogo per finalità proselitistiche. Esiste tuttavia a nostro avviso un dialogo che non è teologico e che non è neppure solo “culturale”. Si tratta del dialogo “metafisico”, il dialogo che si basa sul riconoscimento del’Unicità dell’unico e stesso Dio che ha provvidenzialmente rivelato la religione ebraica, quella cristiana e quella islamica. Pur nella differenza delle specificità e nella necessità di praticare una, ed una sola, religione è la volontà conoscitiva ad aprirsi alla Verità divina e a costituire il mezzo per la ricaduta della Sua grazia. L’intellettualità permette di cogliere la dimensione “metafisica”, non come la concepisce la “fenomenologia dello spirito”, ma come la indicano le simbologie sacre delle dottrine religiose, le quali se vissute con integrità, coerenza e sincerità spingono il fedele ben oltre loro stesse, verso la realtà dell’Unicità divina. Ciò non è relativismo ma il riconoscimento che è proprio la sacralità delle religioni a guidare l’uomo ad essere espressione della volontà di Dio e a saperLo riconoscere oltre la molteplicità delle forme, delle espressioni o delle religioni con cui Egli si “rivela”.


Nel ringraziarLa ancora per il Suo profondo contributo religioso, in un mondo che mira ad un cinico secolarismo, ci auguriamo che l’attuale società civile e liberale non si limiti a fare “Sicut Deus daretur”, come se Dio esistesse, poiché per “gareggiare nelle buone opere” come lo stesso Sacro Corano raccomanda, bisogna veramente partire dal presupposto che “Dio è” e non dai “come se” di quanti, anche del mondo islamico, hanno poi trasformato la Realtà divina della religione in una ideologia, in un moralismo letteralista o in una missione identitaria volta all’autoaffermazione anziché alla conoscenza di Dio.


‘Abd al Sabur Turrini

Direttore Generale CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana

 

15 gennaio 2009