Il Ministro Pollastrini e l’Intesa con i musulmani sulla violenza di genere

 

Il 26 settembre 2007 si è svolta a Palazzo Chigi la prima riunione convocata da Donatella Linguiti, Sottosegretario del Ministro per le Pari Opportunità Barbara Pollastrini. Alla riunione sono state invitate l’Opera Nomadi e ben tre organizzazioni islamiche in Italia: l’UIO (Unione dell’Islam in Occidente), rappresentata per l’occasione da Khaled Biagioni; la CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana, rappresentata dal Vice Presidente Yahya Pallavicini e dal Segretario Generale Chiara IlhamAllah Ferrero; l’UCOII (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia), rappresentata dal suo Presidente Muhammad Nur Dachan e da una famiglia di esponenti romani. Ne parliamo con Chiara IlhamAllah Ferrero, unica donna musulmana italiana presente.

Il tema della riunione era la violenza di genere e l’obiettivo era quello di preparare un testo che permettesse un’Intesa tra le associazioni interpellate e il Ministero per le Pari Opportunità. Con quale spirito avete affrontato questa convocazione?

Con il senso di responsabilità e di servizio che ogni cittadino e ogni religioso autentico deve naturalmente avere nei confronti di un’Istituzione del nostro Stato che, nel caso specifico, ci ha chiesto di partecipare attivamente a questo progetto in virtù del “ruolo fondamentale nell’elaborazione di una cultura del rispetto” che è stato riconosciuto alla CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana.

Perché l’Opera Nomadi e tre organizzazioni islamiche? Sembra quasi che i nomadi e i musulmani siano accomunati rispetto a tutte le altre religioni o popoli dalla necessità di dover dimostrare più di altri di rispettare la donna.

La domanda va posta al Ministero. Durante la riunione la COREIS ha presentato la richiesta di coinvolgere un numero maggiore di associazioni che operano per la tutela dei diritti umani e della dignità della donna, evitando di circoscrivere questo gruppo di lavoro solamente ai nomadi e ai musulmani e coinvolgendo anche organizzazioni cattoliche, di altre confessioni religiose e laiche. Siamo infatti convinti che il lavoro potrebbe avere una ricaduta ottimale qualora si riuscisse a creare una rete di cooperazione tra un maggior numero e una rosa più ampia di associazioni di vario tipo. La violenza di genere è infatti un problema che riguarda tutti e non solo noi musulmani e i nomadi.

Cosa pensa del metodo utilizzato nella convocazione dal Ministero per le Pari Opportunità, che ha ritenuto opportuno coinvolgere “gli uomini” per combattere la violenza di genere? Può essere utile a ridurre le violenze maschili che in alcune famiglie si verificano nei confronti delle donne?

Come donna e musulmana italiana credo che la responsabilità nella tutela dell’integrità spirituale, intellettuale e fisica di una persona sia un dovere di ogni uomo e donna e che sarebbe auspicabile condividere questa responsabilità senza creare artificiosi steccati tra maschi e femmine, anche quando si tratta di affrontare e risolvere, come in questo caso, un problema creato generalmente da uomini maschilisti, privi di sensibilità per la natura umana e per la sacralità di ogni persona. Credo che ripristinare un’armonia di rapporti tra uomo e donna sarà impossibile se si divide artificiosamente la complementarità maschile e femminile a vantaggio di un femminismo radicale o di un vittimismo antimaschile. La violenza fisica non si risolve con il pacifismo psicologico, l’ignoranza non si combatte con la burocrazia o la tecnologia. Ciò che occorre è una campagna d’informazione, educazione, conoscenza religiosa, culturale e sociale. Una formazione preventiva, una sensibilizzazione che tenga conto di un sistema di valori profondi e complessi e di un fenomeno di strumentalizzazione perversa della religione. La vera famiglia musulmana, come ogni famiglia, è quella dove i coniugi si amano, si rispettano e imparano a condividere le gioie e i dolori della vita. I fondamentalisti, uomini e donne, tradiscono il vero spirito di ogni religione e di ogni famiglia.

E la presenza dell’UCOII e della famiglia velata alla riunione che effetto le ha fatto?

La dignità di ogni persona, uomo o donna, non va giudicata dall’abito che porta. Trovo che sul velo in Europa si faccia troppa demonizzazione e troppa demagogia da tutte le parti. Il vero problema non è il velo ma la testa di alcune donne e di alcuni uomini, che fanno dipendere dall’uso o dall’abuso del velo la dignità femminile. Da secoli, in ogni parte del mondo, le donne pie di molte religioni hanno usato occasionalmente il velo per esprimere una particolare devozione. Nell’Islam, le donne hanno l’obbligo di indossarlo durante la preghiera rituale, mentre possono scegliere di usarlo o meno in altri momenti. Mi lascia perplessa constatare come alcune organizzazioni impongano l’uso del velo attribuendo a questo simbolo una connotazione prettamente ideologica, facendone una divisa femminile, una rivendicazione identitaria formalista che la tradizione islamica non ha mai espresso se non nella decadenza di alcuni predicatori islamisti degli ultimi due secoli. Le ragioni della presenza dell’UCOII alla riunione vanno comunque richieste al Ministero per le Pari Opportunità; io le ignoro.

Il prossimo passo sarà la firma di un’Intesa contro le violenze di genere...

La COREIS spera di firmare con lo Stato soprattutto l’Intesa che permetta anche alla confessione islamica di essere finalmente riconosciuta. Ci proponiamo come interlocutore ufficiale, affidabile e qualificato per orientare l'avviamento di una gestione del culto che consenta ai musulmani di vedere tutelate le proprie esigenze religiose da predicatori saggi, in grado di fare delle moschee italiane autentici centri religiosi, culturali e di formazione al dialogo ecumenico. Questo sarebbe l’antidoto ad ogni ignoranza e ad ogni violenza. In attesa di raggiungere un risultato così importante, seguiamo con interesse anche queste occasioni di collaborazione interistituzionale, collaborando con il Centro Islamico Culturale d’Italia e con le associazioni che riuniscono il maggior numero di musulmani immigrati in Italia, tra i quali marocchini, pakistani, tunisini, senegalesi ed egiziani.

 

Yahya 'Abd al-Ahad Zanolo

15 ottobre 2007