Islam europeo o Europa islamizzata? La sfida delle nuove generazioni

Esiste un legame fra il dilagare del fondamentalismo in molti giovani musulmani europei e la forte crisi d’identità che coinvolge proprio le seconde e terze generazioni di musulmani, nati in un Occidente che ha reciso i loro legami con l’Oriente d’origine, ma nel quale raramente si sono integrati? Che influenza ha avuto questo processo di assorbimento passivo dei principi di secolarizzazione ed educazione laicista, avvenuto di pari passo con la perdita di quelli spirituali della tradizione d’origine, nella quale ancora erano radicati i propri genitori?

Saffia Bossa, musulmana francese di seconda generazione, offre un «punto di vista» che va con forza al di là di ogni comune schematismo, affermando che «integralismo ed assimilazione costituiscono due estremi, profani entrambi, posti agli antipodi dello spirito religioso e dell’integrità spirituale che sono predicati dall’Islam». E dimostrando come sia proprio l’impatto violento con la modernità, subito da chi proviene da culture che non hanno attraversato lo stesso tragitto di secolarizzazione vissuto dagli occidentali, ad aver prodotto una generazione non più “orientale” ma nemmeno “occidentale”: un vuoto identitario colmato sovente proprio da stili di vita «pseudo-religiosi», diffusi da chi approfitta di questa crisi del mondo moderno per riplasmarlo a immagine e somiglianza di un’ideologia.

Pubblichiamo la versione integrale in italiano di un intervento tenuto in francese da Saffia Bossa in occasione di “Rexpó – spazio euromediterraneo delle Responsabilità sociali”, la più importante manifestazione culturale-fieristica del Terzo settore nel Sud d’Italia, dove dal 25 al 28 ottobre a Cosenza si sono riunite 130 fra organizzazioni non profit, imprese e istituzioni che lavorano nell’ambito del sociale. All’interno di un convegno sul “Contributo della donna nel processo di crescita euromediterraneo” organizzato da Mediate, organizzazione che raggruppa oltre 500 Ong di numerosi paesi del Mediterraneo, Saffia Bossa ha rappresentato l’Institute des Hautes Etudes Islamiques offrendo inoltre, come figlia di un francese e di un’algerina, una testimonianza vissuta ed un messaggio di «armonia tra unità e molteplicità, vittoria dell’incontro sullo scontro e unione fra Oriente e Occidente».

Punto di vista di una giovane musulmana francese sull'affermazione delle diversità culturali
 
La maggioranza delle persone che migrano in Occidente provengono dalle vecchie colonie. All'epoca, i loro padri avevano soltanto uno statuto di “indigeni” e non godevano degli stessi diritti dei coloni. I rapporti tra gli Stati europei e queste popolazioni avevano quindi come scopo principale il mantenimento della presenza coloniale. Tuttavia, con la fine progressiva della colonizzazione, questa situazione cambiò, portando in seguito all’indipendenza dei territori e dei paesi colonizzati.
Dopo la decolonizzazione, l'espansione economica francese, per esempio, spinse centinaia di migliaia di lavoratori ad emigrare verso la metropoli. Questi poco a poco hanno “messo radici”, si sono sposati e hanno avuto dei figli che, per “il diritto del suolo” (jus soli), sono nati francesi. Ma la crisi economica degli anni 70, seguita dalla sospensione ufficiale dell'immigrazione e dalla politica del ricongiungimento familiare, cominciò a far prendere coscienza alla popolazione francese, così come agli immigrati, che questa presenza diventava più concreta e duratura. Di conseguenza, questa popolazione ha cessato di essere straniera o un “problema indigeno” legato al mantenimento del potere coloniale, per diventare una questione di integrazione e di cittadinanza, poiché questi immigrati sono una componente importante della società francese.
Un gran numero di immigrati che vivono oggi in Europa conoscono “il pensiero e lo stile di vita occidentali”. Tuttavia, anche se i loro paesi di origine hanno conservato molto spesso un certo numero di caratteristiche proprie ai modelli dei paesi europei, come le strutture amministrative o la costituzione nazionale, là dove non c’erano che delle tribù, la storia ci insegna che il sistema di pensiero occidentale non ha mai potuto, anche al tempo della colonizzazione, essere il modello assoluto, perché non riguardava che i coloni, considerati allora come i soli cittadini.
L'occidente è percepito dagli immigrati come una terra dove è possibile “vivere meglio”. E’ principalmente per questioni di ordine economico, politico e materiale che sono portati ad emigrare, ma occorre anche dire che la maggior parte dei credenti di queste popolazioni sperano di vivere serenamente anche la loro fede, senza rischi di strumentalizzazione del religioso da parte dei politici, né di manipolazione del politico da parte dei fondamentalisti pseudo religiosi, come purtroppo talvolta accade nei loro paesi di origine. Malgrado questa antica convivenza nel loro paese di origine con “il pensiero e lo stile di vita occidentali”, gli immigrati restano però ignoranti su certe realtà del paese verso il quale stanno emigrando, particolarmente per quello che riguarda le leggi, la lingua e la cultura. E’ solo durante il periodo di immersione in questo nuovo contesto che certe illusioni cadono per lasciare posto alla realtà.
Certe difficoltà possono allora manifestarsi, ma restano generalmente superabili, come la prima generazione di immigrati ha saputo testimoniare. È del resto interessante costatare che la maggior parte delle tensioni che ai giorni nostri sono denunciate in Europa non sono imputabili tanto alla prima generazione di immigrati, ma piuttosto ai loro figli. 
La prima generazione di magrebini, per esempio, ancora naturalmente legata alla fede islamica, ha saputo affrontare la maggior parte dei problemi amministrativi, linguistica, sociali, ecc., per vivere in accordo con le persone del paese di accoglienza. Questa prima generazione, nonostante fosse costituita da persone modeste, spesso analfabeti, era ancora naturalmente sensibile al sacro. Furono concentrati, ed anche confinati, in quartieri alla periferia dei grandi agglomerati urbani. Questo, in una certa misura, ha ridotto per loro e per gli Occidentali le opportunità di scambio con un'altra concezione di vita, un'altra civiltà. Questi immigrati, uomini e donne, così come i loro figli, talvolta, erano in fondo considerati come degli arretrati incapaci di adattarsi in Occidente, capaci solo di venire a “mangiare il pane”, come si sente correntemente dire in Francia e dai cittadini europei.
Parallelamente a questa situazione, gli Stati europei hanno tuttavia cercato di promuovere e favorire realmente “l’integrazione” delle proprie popolazioni e soprattutto dei loro figli. 
In Francia, il principale motore per l’integrazione resta la scuola pubblica della Repubblica laica, che svolge un ruolo principale in ciò che riguarda il terreno di applicazione delle politiche di integrazione condotte dai governi che si sono succeduti, come per esempio la legge sulla “legalità delle probabilità”.  
Contrariamente alla prima generazione di immigrati, la seconda, che spesso non ha beneficiato di un insegnamento religioso, benché oggetto degli stessi pregiudizi, ha ricevuto un'educazione laica nella scuola della Repubblica. I giovani, detti impropriamente “frutto dell'immigrazione” sono dunque, a differenza dei loro genitori, istruiti, e ci si aspetta che conoscano e rispettino le leggi del paese che è anche il loro. Durante tutto il loro percorso scolastico hanno appreso e assimilato i principi di laicità e di neutralità degli spazi pubblici in virtù del primo, di autodeterminazione dei popoli, il fatto che presso lo Stato-nazione erano dei cittadini a pieno titolo, così come i valori dell'evoluzionismo e del modernismo. Hanno imparato, in particolare, ad apprezzare pienamente i vantaggi dello sviluppo e del progresso tecnologico, della comunicazione e dello sfruttamento delle immagini. A questi giovani cittadini è stato anche insegnato che le differenti dottrine religiose sono da considerare come delle filosofie, addirittura delle semplici ideologie. Così come la Repubblica assicura ai suoi cittadini la libertà di praticare o no una religione - nel primo caso solo a casa propria - lo Stato garantisce a tutti la libera espressione delle opinioni. 
Si noti che queste seconde e terze generazioni, oltre alla diversità culturale ereditata dei loro genitori e un'istruzione repubblicana laica, hanno anche evidenti problemi di identità. Tra questi giovani in preda a conflitti interiori e alla ricerca di punti riferimento si trovano purtroppo anche un numero crescente di fondamentalisti religiosi. Infatti, se i più estremisti arrivano perfino ad augurarsi, in modo utopico ed anacronistico, una riforma dello stato per farne una nazione islamica, all'opposto, altri hanno perso di vista ogni riferimento religioso e sacrale per sposare completamente una mentalità profana ed un stile di vita moderno. Integralismo ed assimilazione costituiscono così due estremi, profani entrambi, posti agli antipodi dello spirito religioso e dell'integrità spirituale che sono predicati dall'islam. Tuttavia, il problema del fondamentalismo e dell'integralismo pseudo-religioso, che non tocca soltanto i giovani “figli dell'immigrazione”, nelle nostre società è sicuramente il più visibile e più pericoloso, tanto per i non musulmani che per i musulmani religiosi. Alcuni giovani di questa tendenza rigettano qualsiasi legame con il loro paese di nascita pretendendo di appartenere a un'altra civiltà, o cercando di fare prevalere il loro particolarismo e la rivendicazione identitaria attraverso l’ostentazione di un certo abbigliamento e la diffusione del folclore etnico. Altri ancora organizzano partiti politici pseudo religiosi, organizzano  manifestazioni al fine di destabilizzare l’ordine e la coesione sociale. E’ così che, nel peggiore dei casi, contro il rispetto delle diversità, si è arrivati a predicare la rivoluzione tramite il sotterfugio di un preteso jihad, parodia del vero Jihad di cui ignorano il significato spirituale e le regole insegnate dal Corano e dal Profeta Muhammad.
Davanti a questo stato di fatto, possiamo chiederci la ragione per cui non sono generalmente gli immigrati che si trovano al centro di un certo numero di problemi ma i loro discendenti. Infatti, perché alcuni di questi giovani non riescono a commisurare completamente i benefici dell'educazione ricevuta in Occidente, tramite la scuola, l'educazione civica e il valore della cittadinanza? Queste rappresentano senza dubbio una fonte di arricchimento interiore ed un sostegno proficuo, un “di più” di cui i loro genitori non hanno potuto beneficiare. Al contrario: che cosa possiedono gli immigrati che i loro figli non hanno più, essendo cresciuti in Europa? Certamente una vicinanza più armoniosa e più naturale con la fede vissuta nella sua profondità più sincera. Sembra, difatti, che manchi a queste nuove generazioni la coscienza di questa predisposizione interiore, propria ad ogni essere umano, che tuttavia possiedono anche loro. Alcuni giovani, non avendo ricevuto un’educazione religiosa da parte dei loro genitori, si trovano per pura ignoranza, nell'incapacità di sottomettersi a Dio nella pace, e dunque nell'incapacità di comprendere in una prospettiva unitaria la loro natura, il mondo e la diversità delle forme d’espressione della Realtà divina.
Di fronte alle difficoltà incontrate da questi giovani « natidall’immigrazione » o « in crisi d’identità », diventa urgente ricordare che l’educazione alla conoscenza di se stessi, del prossimo e del mondo è alla base dell’educazione islamica da più di 14 secoli. Ancor oggi, questa educazione può contribuire a garantire alle nuove generazioni la capacità di convivere con gli altri sapendo rispettare l’armonia della creazione e la nobile funzione dell’essere umano sulla Terra. Tuttavia, questa educazione che i genitori, ed in particolare la madre per la sua funzione mediatrice, devono garantire ai propri figli, non può che essere trasmessa da uomini e donne caratterizzati dalla pietà spirituale, capaci pertanto di insegnare la dottrina e le ritualità proprie al culto islamico. Essi devono anche saper approfittare di ogni occasione offerta dalla vita quotidiana come supporto di insegnamento tradizionale, interpretandola alla luce della storia sacra della Rivelazione, e fare dei loro gesti e delle loro azioni all’interno ed all’esterno della famiglia il segno di una testimonianza vivente della fede vissuta nell’Unità di Dio.
Quindi, i membri della comunità islamica nei paesi dell’area euro-mediterranea, il cui carattere è essenzialmente religioso, non saranno capaci di trasmettere ai loro figli la dottrina dell’Unicità – supporto che permette di mantenersi al di fuori di ogni dualismo e visione dicotomica – se non a patto di avere loro stessi saputo mantenere una vera coerenza rispetto a questo quadro tradizionale. Essi offriranno allora alle nuove generazioni l’opportunità di partecipare attivamente alla società civile, pur mantenendo la propria identità spirituale, religiosa e culturale. Ma nel momento in cui gli uomini e le donne immigrati non si basano più, per definire se stessi, se non su riferimenti etnici e culturali, ecco allora comparire frustrazioni, tensioni e sentimenti di dualità, di opposizione e di incompatibilità. Le dualità non si manifestano se non quando si tenta di distaccarsi dalla Tradizione – nel suo senso autenticamente religioso – e quando non si accettano più le benedizioni insite nella ricerca di una vera conformità e corrispondenza con le strutture della propria natura interiore.
E’ dunque proprio di ogni musulmano di elevarsi e porsi secondo il punto di vista universale dell’Islam (condiviso d’altra parte anche dalle altre religioni), e di essere capace di ricordarsi che la stessa comunità islamica è multietnica, transnazionale e multiculturale. Quel che è necessario preservare è precisamente un comportamento che rifletta la caratteristica essenziale di ogni musulmano, muslim : l’accettazione, la sottomissione alla volontà di Dio il Quale ha deciso che ciascuna creatura sia destinata ad uno spazio e ad un tempo determinati, essendo l’uno e l’altro – spazio e tempo – al servizio di Dio, in ogni istante ed incessantemente strumenti utili alla Sua conoscenza. E’ in questa prospettiva che i giovani musulmani possono impegnarsi ad essere veri cittadini europei, interpreti di una tradizione storica e multiculturale, dall’interno della quale uomini e donne hanno costantemente contribuito allo sviluppo ed alla ricchezza della civiltà occidentale, così come agli scambi fruttuosi con tutti i popoli. Questi potranno allora  in effetti diventare la testimonianza vivente della reale esistenza di una sintonia tra la loro fede ed i luoghi dove essi sono provvidenzialmente nati musulmani, per volontà divina, e dove hanno potuto crescere serenamente ricevendo la loro educazione tradizionale islamica insieme ad un’istruzione accademica laica.
Io stessa sono nata da un padre francese e da una madre algerina: un frutto dell’incontro tra Oriente e Occidente. Nata e vissuta sempre in Francia, sono una musulmana sposata con un musulmano anch’egli di origine francese. Lo shock che posso percepire negli occhi di chi mi incontra per la prima volta va ben al di là, mi sembra, del semplice fatto che la mia pelle chiara e i miei capelli biondi contrastino parecchio con lo stereotipo della musulmana. In effetti, è come se i miei interlocutori vedessero in me, nell’unione tra dei tratti occidentali ed un nome islamico, qualcosa di impossibile, di inesplicabile, una vera anomalia in un’epoca dove il multiculturalismo e la commistione tra i popoli, paradossalmente, sembrano aver prodotto una rigidità « monoculturale » ; un’epoca in cui l’alternativa si riduce irrimediabilmente a due possibilità: scontro di civiltà o assimilazione di tutte ad una sola, con la distruzione della ricchezza e della bellezza delle differenze. Se, al contrario, altri dicono di vedere in me un esempio vivente di armonia tra unità e molteplicità, un segno della vittoria dell’incontro sullo scontro, lo devo interamente a coloro che, prima di me, hanno lottato, talvolta duramente, per costruire un ponte tra due culture, due religioni, due sponde del Mediterraneo, costretti da una Volontà superiore a subordinare le loro scelte di vita ad una testimonianza di questo senso primordiale dell’unità, dalla quale tutti i colori e tutte le diversità derivano.
   «Non ci posso credere, è impossibile!» fu la reazione di mia madre quando, nella sua giovinezza, incontrò dei giovani francesi che avevano abbracciato la fede nel Dio Unico e nel Suo Profeta Muhammad. Ne fu sconvolta a tal punto di rendersi conto che lei, al contrario, nonostante fosse musulmana di nascita, non era più praticante. Con molta naturalezza, dopo questo incontro, ricominciò a praticare la sua religione di appartenenza. Tra quei giovani francesi c’era quello che sarebbe diventato mio padre, e che un semplice incontro di due mani incoraggiò a domandare in sposa mia madre.
Le reazioni delle rispettive famiglie non tardarono a manifestarsi. Era impossibile che un’algerina potesse sposare un francese, ed un francese un’algerina, e questo a dispetto del fatto che mio padre fosse musulmano. Per mio nonno paterno, questa scelta significava il rinnegamento definitivo delle proprie origini occidentali e cristiane, mentre per i miei nonni materni questa unione matrimoniale era sinonimo di « contaminazione » e di una perdita dell’identità arabo-algerina. Comprendiamo dunque che dalle due parti, come ragione di un’opposizione a quel matrimonio, non si seppe offrire altro che l’argomento di una difesa artificiosa e superficiale delle proprie radici etnico-nazionaliste. In effetti i miei nonni, nella misura in cui si erano allontanati dalla loro religione d’origine, non hanno voluto vedere e riconoscere il segno provvidenziale di un rinnovamento spirituale per le loro rispettive famiglie. Malgrado il rifiuto delle loro famiglie, i miei genitori si sposarono secondo la sunnah del Profeta. Da questa « fuga » verso l’amore e la ricerca delle vere radici spirituali è nata una famiglia unita e salda in questa fede che non è nè orientale nè occidentale, ma universale, e che sola può riunire quello che l’uomo vorrebbe dividere. Quest’unità in Dio si riflette infatti in quella della famiglia.
Da quell’unione sono nati tre figli : oltre a me, mio fratello Jawad e mia sorella Maïssane. Per il fatto che in noi – che siamo il frutto di questa unione – si fondono naturalmente due mondi, siamo spesso costretti a confrontarci con due pregiudizi: da un lato, i francesi non ci considerano come loro, dato che siamo per metà arabi, e dall’altro lato gli stessi arabi immigrati vedono con diffidenza il fatto che noi non abbiamo nulla in comune con la pretesa « cultura araba » degli immigrati, nè col loro modo e stile di vita.
In effetti, ciò che crea al giorno d’oggi un certo imbarazzo è proprio la naturalezza con la quale i miei genitori, non senza difficoltà, ci hanno educati, cercando di trovare un’armonia tra le loro rispettive culture, quella araba e quella europea.
I nostri genitori ci hanno infatti insegnato la necessità di realizzare quella islamicità che essi stessi hanno saputo con coraggio e determinazione incarnare, insegnando tra le altre cose ai loro figli la dottrina del tawhid, dell’Unicità divina, il tawakkul, l’affidarsi con fiducia nelle mani di Dio, come anche la virtù della pazienza, che è metà della fede. E’ con questi mezzi che si consolida nei cuori la certezza che, se agiamo sinceramente in Suo nome, sarà Lui a guarire i nostri mali ed a ristabilire l’armonia perduta, quando, come e dove Egli vorrà. E’ questo un patrimonio spirituale inestimabile che le future generazioni dovranno ugualmente proteggere ed a loro volta rinnovare, ma questo sarà possibile solamente nella misura in cui essi rimarranno capaci di abbeverarsi alla sola fonte inesauribile che non è mai stata nient’altro – dopo quel primo incontro di due mani tra Oriente ed Occidente – che la fede nel Dio Unico.

 

Saffia BOSSA
Institut des Hautes Etudes Islamiques

4 novembre 2007