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«Un Islam europeo come antidoto al fondamentalismo». Alcune proposte per “Le sfide dell’integrazione”
Il recente fenomeno dell’immigrazione in Europa di uomini e donne di fede islamica si inserisce in una storia antica dell’Islam europeo, che in realtà già esisteva fin dai tempi dell’Andalusia, della Sicilia e dei Balcani. È proprio da questo presupposto basato sull’intrinseca «universalità» dell’Islam che il prof. Adnane Mokrani, docente all’Istituto di Studi sulle Religioni e le Culture della Pontificia Università Gregoriana, dà inizio ad un excursus molto articolato su “Le sfide dell’integrazione”, testo che Islamicità pubblica integralmente su gentile concessione dell’autore. Se, infatti, come spiega il docente, «non è la prima volta oggi che i musulmani si trovano in una situazione di minoranza», diviene allora tanto più necessario rifarsi allo spirito di quegli esempi storici per riscoprire la normalità di «un cammino di integrazione che è un dialogo tra due identità e culture». E per riuscire a concretizzarlo nell’epoca attuale, la proposta di Mokrani passa anzitutto attraverso una chiarificazione di concetti come laicità nel suo rapporto con la religione, o di separazione tra Stato e religione, proponendo ad esempio di «presentare la laicità come garanzia di giustizia e uguaglianza, due principi fondamentali nell’etica islamica». Così, dal presupposto di un’armoniosa integrazione tra Islam ed Europa attraverso la promozione di una «formazione profondamente islamica e profondamente italiana ed europea», Mokrani stigmatizza nettamente tutte le forme di ghettizzazione che alimentano la penetrazione di ideologie fondamentaliste, come ad esempio accade con le scuole islamiche o le moschee gestite da «imam volontari senza formazione accademica e teologica adeguate». Viene invece rilanciata la necessità di un’Intesa giuridica con lo Stato italiano, al fine di dare ai musulmani italiani i mezzi per la creazione di «atenei specializzati per la formazione degli imam». Adnane Mokrani insegna a Roma ai corsi universitari di “Introduzione generale al diritto islamico” e di “Il Cristianesimo visto dai musulmani”. È membro del Consiglio scientifico del Ministero dell’Interno per la stesura e la diffusione della Carta dei valori e della cittadinanza.
Le sfide dell’integrazione Per un Islam italiano: L’Islam, come tutte le religioni universali, è un fenomeno trans-culturale, che attraversa le diverse culture e civiltà in tutta la Terra. Questo cammino, graduale e complesso di adattamento e inculturazione, è il segno di un’universalità dinamica, flessibile e realistica, che considera le particolarità culturali e contestuali come fattori di arricchimento reciproco. Il mondo islamico, vale a dire i paesi a maggioranza musulmana, o in cui la presenza islamica è relativamente antica, si è intrecciato nel corso dei secoli con le tradizioni culturali delle diverse aree geografiche (o zone): la zona araba, la zona persiana (Iran, Afghanistan, Tagikistan…), la zona turca (Turchia, Azerbaigian, Turkmenistan, Caucaso…), la zona indiana (India, Pakistan, Bangladesh…), la zona africana sub-sahariana (Senegal, Mali, Niger…), la zona cinese, la zona del sud-est asiatico (Indonesia, Malesia…), la zona europea (Bosnia, Albania…) ecc. È difficile tracciare chiare linee di demarcazione tra queste zone, vista l’influenza reciproca tra loro e le sfumature esistenti al loro interno, pertanto una distinzione di questo tipo resta approssimativa e si connota principalmente su base linguistica. La lingua, infatti, non è neutrale ma rappresenta lo spazio dell’integrazione e dello scambio culturale per eccellenza. La zona culturale europea dell’Islam, o l’Islam europeo tout court, trova le sue radici nei seguenti elementi:
Non è la prima volta che i musulmani si trovano in una situazione di minoranza (India, Cina…), ma i meccanismi di integrazione nel mondo classico e tradizionale sono diversi da quelli del mondo moderno e globalizzato. Viviamo ormai in un mondo in cui i cambiamenti sono assai veloci, tanto da non lasciare tempo sufficiente al percorso naturale dell’integrazione. C’è bisogno oggi di uno sforzo consapevole che appoggi e faciliti un cammino tanto complesso. Una serie di avvenimenti tragici (gli attentati terroristici a New York - Washington, Madrid, Londra, le banlieues di Parigi, le guerre in Iraq ed Afghanistan…) hanno avuto un’influenza negativa sul cammino di integrazione, e hanno acuito un sentimento di paura reciproca e generato una grande confusione tra Islam e terrorismo. Questa paura, naturale in ogni percorso di integrazione, si è aggravata in tempi recenti: paura di perdere l’identità, di perdere l’anima, sia da parte dello straniero che si sente in minoranza e sradicato dai suoi riferimenti culturali e religiosi, sia da parte della popolazione autoctona che vede nell’altro diverso un pericolo culturale che minaccia il proprio stile di vita prestabilito, oppure latore di una minaccia fisica, quale potenziale terrorista. Hanno contribuito a questo sentimento di paura l’elemento demografico, la grande differenza di nascite tra immigrati ed europei (italiani soprattutto, il cui tasso di natalità è il più basso in Europa), e non da ultimo, la strumentalizzazione politica del fenomeno immigratorio, che alimenta la paura e la mediatizza. E così l’immigrato, che presumibilmente nel paese d’origine era meno legato alla religione, si scopre musulmano in Italia, e inizia ad esprimere la propria identità differente, tramite segni esteriori che a loro volta diventano linee di demarcazione sociale e culturale. Diventa anche particolarmente sensibile alla presenza dei simboli degli altri, in cui avviene lo stesso processo di “identificazione nei propri simboli”. È proprio qui che si rischia di ridurre la religione a mero discorso identitario, in cui rovesciare insicurezze e bisogno di difendersi, atteggiamento talvolta anche polemico e aggressivo, sia da parte dell’immigrato, che dell’autoctono. Il cammino di integrazione è un dialogo tra due identità e culture, che necessita di un compromesso, un adattamento, e che fa sentire l’immigrato a casa sua, con un certo senso di appartenenza ed adesione al paese di accoglienza. L’integrazione avviene quando all’immigrato diventano familiari la lingua, l’immaginario, i valori della società in cui vive, senza perdere necessariamente la propria specificità individuale o collettiva, la propria memoria e il proprio passato. Può essere critico nelle due direzioni, ma sa anche valorizzare e apprezzare la cultura e l’arte che lo circondano, così come il cammino storico della società in cui sta vivendo, rispettandone i sacrifici e le conquiste fatti lungo questo cammino faticoso. Certamente il fatto di apprezzare una cultura conduce gradualmente ad un altro livello di integrazione, che permette di esprimersi e produrre attraverso gli strumenti che offre la società, oppure di realizzare una fusione coerente, arricchita anche dalla cultura d’origine. La coesione e il successo di questo potenziale meticciato sono un indicatore dei diversi livelli di integrazione raggiungibili. Tutto ciò è possibile solo in un clima di fiducia e rispetto reciproci. Ovviamente, proprio la paura impedisce questo avvicinamento e genera non solo pregiudizi, xenofobie, razzismi, ma anche il mito della supremazia culturale (e razziale) da un lato, e il vittimismo che giustifica paradossalmente la violenza dall’altro. Dunque, in questo cammino d’integrazione è necessario evitare ogni tono da imperialismo culturale che suscita solo resistenza e chiusura. L’integrazione è di natura dialogica e rispetta la dignità umana e l’uguaglianza, in base a cui la contaminazione e l’arricchimento sono reciproci. In ogni caso, non si tratta di educazione alla civiltà, né tanto meno della missione civilizzatrice di un popolo avanzato che insegna a popoli arretrati come comportarsi e pensare. L’integrazione non è la conversione dai valori islamici, o orientali, ai valori cristiani, o occidentali, quanto piuttosto la conversione ai valori universali e umani che sono il frutto del cammino comune dell’umanità lungo la storia, cammino cui hanno preso parte tutte le civiltà e le culture. Questo spazio relativamente neutrale permette un cambiamento pacifico e dignitoso, senza cadere nella logica dei vincitori e degli sconfitti. Non è una scusa per far passare ed accettare certi cambiamenti difficili, ma una verità storica provata: non esiste una civiltà che non abbia attinto ed imparato dalle altre. Una civiltà pura non esiste. Questo spazio umanistico e neutrale contribuirebbe a risolvere un problema che si trovano ad affrontare società tradizionali profondamente religiose, in cui i valori etici e morali non sono separati dalla religione. In questo contesto c’è poco spazio per valori laici che non abbiano un legame diretto con la fede. Questo è, innanzitutto, il problema della persona proveniente da una società religiosa che è scandalizzata dalla mancanza di valori in una società moderna e secolarizzata. Non si tratta di una problematica esclusivamente legata all’Islam, ma la si può riscontrare anche presso un indù osservante, senza dimenticare che le società cosiddette islamiche hanno conosciuto diversi livelli di modernizzazione, soprattutto quelle del bacino mediterraneo.
La laicità: La problematica precedente è legata alle difficoltà che incontra la presentazione e l’inserimento del concetto di laicità nelle società islamiche. È un problema di definizione e di traduzione concettuale. Dire che “la laicità è la separazione tra Stato e chiesa” non ha senso per una religione che non ha gerarchia. Come dire che “la laicità è la separazione tra Stato e religione” può sembrare blasfemo per una persona che crede che l’etica sia essenzialmente religiosa, è come dire “Stato senza religione” o “Stato senza etica”, in pratica uno Stato corrotto, che i movimenti islamisti cercano di islamizzare e moralizzare. Uno Stato religioso, in quest’ottica, è uno Stato onesto e giusto. È vero che la laicità e la stessa democrazia moderna, nelle loro diverse accezioni e sfumature, affondano le proprie radici nella storia europea ed occidentale: un cammino lungo, faticoso e talvolta sanguinoso. È vero anche che la laicità è stata non solo mal posta come teoria politica, ma anche praticata in modo sbagliato da certi regimi dichiaratisi laici che non hanno niente a che fare con la democrazia. I despoti cosiddetti laici, e qualche volta antireligiosi, hanno indotto un pregiudizio forte contro la laicità, vista come una sorta di ateismo camuffato. Come si può uscirne da questo dilemma? Ci sono tre concetti fondamentali che possono aiutare in questo senso:
La scuola: Non si può raggiungere un alto grado d’integrazione senza una formazione su due livelli:
La scuola, soprattutto quella pubblica, che rappresenta lo strumento essenziale d’integrazione e che non offre solo l’insegnamento della lingua italiana, ma anche la cultura, la storia, la letteratura e l’arte, trasmette tutto un insieme di conoscenze che, assimilate dal bambino entreranno a far parte della sua formazione e lo accompagneranno nel tempo. La scuola pubblica che per la sua diffusione sul territorio nazionale e per motivazioni di carattere economico è alla portata di tutti gli immigrati, si distingue dalla scuola privata che rimane un’eccezione, non alla portata di tutti. Le scuole istituite presso le ambasciate, nonostante la loro realtà sia assai limitata, nascono per rispondere alle esigenze dei figli dei diplomatici di passaggio, ma purtroppo accolgono anche i figli degli immigrati permanenti (o di coloro che hanno l’intenzione di rimanere in Italia), creando così un’isola culturale separata dalla società del paese in cui si trovano, ostacolando l’integrazione linguisticamente (perché la lingua dell’insegnamento è straniera) e per i programmi, che non sempre corrispondono alle esigenze e ai valori fondamentali del paese. Allo stesso tempo, la scuola privata “islamica”, diretta da un ente o associazione islamica, non è ancora all’ordine del giorno, nonostante sia prevista a livello giuridico. Ciò implica un controllo dello Stato che ingerisce sui contenuti dei programmi e sul riconoscimento degli insegnanti. Rimane la questione dell’insegnamento religioso, o meglio l’ora di religione. Una corrente dei musulmani in Italia ritiene che l’insegnamento religioso spetti alla famiglia o alla moschea (la scuola del sabato e della domenica) e preferirebbe che i propri figli studiassero “la storia delle religioni”, piuttosto che frequentare l’ora di religione. Questo permetterebbe loro di apprendere delle nozioni di cultura generale, neutrale ed obiettiva, in grado di trasmettere il rispetto dell’altro e di liberare dal pregiudizio e dall’ignoranza. Una sorta di educazione alla pace, all’interculturalità ed al pluralismo religioso. Un altro motivo di questa scelta è il desiderio di non separare le classi e gli allievi, considerato poco educativo. La seconda scelta è di insegnare la religione islamica nelle scuole pubbliche e private, naturalmente quando esiste un numero sufficiente di studenti. Ci ritroviamo in questo caso, come nel caso precedente, di fronte alla questione di chi deve insegnare questa materia e preparare i programmi e i testi scolastici. Arriviamo qua al nodo del problema, da cui dipende un’integrazione profonda e completa, la formazione degli imam e degli insegnanti di religione.
La formazione degli imam: L’esigenza di formare imam e insegnanti di religione islamica, ognuno nel suo campo specifico, la moschea e la scuola, non scaturisce solo da necessità cultuali e scolastiche, ma è una condizione d’indipendenza e autonomia delle comunità islamiche in Italia ed Europa, sia sul piano ideologico e politico, sia su quello economico e finanziario. Un imam che non parla italiano e non predica in questa lingua, un imam formato all’estero, senza nessun’iniziazione culturale, che riproduce i discorsi, i problemi, le crisi (se non addirittura l’appartenenza politica) del suo paese di origine, non aiuta per niente il cammino di integrazione. Il problema ha due dimensioni:
La questione della formazione ci conduce direttamente alla grande questione dell’Intesa con lo Stato italiano di cui si parla da tempo. I musulmani non sono ancora riusciti ad organizzarsi in modo tale da poter usufruire di questo privilegio offerto dallo Stato. C’è, da una parte, la diversità etnica, nazionale e culturale di un Islam universale con tutte le sue ricchezze e contraddizioni, lotte e divisioni. C’è, dall’altra parte, come già accennato, la mancanza d’iniziativa, oppure l’attesa talvolta inconscia, di un’iniziativa statale alla stregua di ciò che accade nei paesi d’origine degli immigrati. Questa iniziativa dovrebbe provenire dalla cosiddetta maggioranza silenziosa, quella dei musulmani laici, che non sono organizzati e non appartengono alle associazioni che gestiscono le moschee. Ma esistono anche le interferenze esterne e i riflessi dei giochi politici interni. Senza dimenticare che le comunità islamiche, come presenza storica e realtà numerica, sono relativamente giovani e limitate, se paragonate alle altre realtà europee. Si può ambire, in queste condizioni, ad un ruolo promozionale dello Stato italiano nell’organizzazione dell’Islam italiano, un ruolo che non arriva all’ingerenza diretta, ma chiama con insistenza i musulmani a rispondere concretamente all’esigenza di un’Intesa.
Adnane Mokrani 18 giugno 2008 |