«A che cosa serve il dialogo?»

Commento all’intervista al rabbino Riccardo Di Segni


«Si è recentemente concluso il periodo di festività di Pesach, la Pasqua ebraica, che anche quest’anno è iniziata quasi in coincidenza con il primo giorno del triduo pasquale cattolico. La prima sera che dà inizio agli otto giorni di festa ebraica, infatti, è caduta giovedì 9 aprile, mentre iniziavano le ritualità del Giovedì Santo per i cattolici.

Si tratta di una prossimità e, al contempo, di una netta distinzione, che si rinnova di anno in anno fra la principale ricorrenza del calendario cattolico e una delle più importanti di quello ebraico. La pur stretta vicinanza spirituale fra le due Rivelazioni dello stesso monoteismo abramico si concilia con la specificità dei riti che rimane tale da millenni, similmente a come ogni sforzo verso il dialogo dovrebbe procedere da un profondo rispetto delle diversità, che ponga al riparo da possibili velleità di omologazione, presunta superiorità di una parte o chiusura identitaria.


Appare in questo senso particolarmente significativa una recente intervista al rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni pubblicata dalla rivista cattolica diretta da Giulio Andreotti 30 Giorni (numero 1/2 del 2009).

«A che cosa serve il dialogo?», si chiede la guida della più antica comunità ebraica del mondo occidentale. Dalle sue risposte abbiamo sintetizzato in tre punti alcune prospettive generali sul dialogo interreligioso da parte ebraica.


Non tra religioni, ma tra religiosi

«Il dialogo non può essere sui fondamenti della fede. Non deve essere tra grandi sistemi concettuali, ma tra persone». Per Di Segni il dialogo deve infatti basarsi su una «concretezza» che poggia le sue fondamenta su «tzedek e tzedakah, giustizia e carità». «La concretezza del dialogo consiste prima di tutto nel partire dal presupposto che la persona che hai davanti è un uomo che ha un’ispirazione – continua il rabbino – Ha qualcosa che lo porta a comportarsi giustamente nella società, e per questo è un tuo alleato, secondo il tuo senso di voler fare il bene e nel comune dovere di portare questa testimonianza».


Il rispetto delle specificità religiose

La collaborazione sul piano etico deve partire secondo Di Segni da quello che egli chiama il “realismo politico”: «Il realismo politico significa che a nessun ebreo dovrebbe venire in mente di dire a un cristiano: “La tua fede è strana perchè non corrisponde alla nostra idea di monoteismo”; così come non dovrebbe venire in mente a un cattolico di rivolgersi a un ebreo dicendo: “Adesso convertiti”. Realismo politico significa che se ci sono urgenze etiche nella società, possiamo intervenire insieme, scambiarci da amici le esperienze».


L’esperienza e la conoscenza dell’altro

«Oppure c’è un altro campo da percorrere più delicato e che contiene dei rischi: lo studio della religiosità altrui – spiega il rabbino – Il credente, vedendo i fedeli di altre religioni si dice: “Quanti di noi pregano con tale ardore?”. Qualunque italiano deve essersi posto la domanda vedendo piazza del Duomo stipata di musulmani in preghiera. Qui non è in gioco la possibile provocazione politica, ma una religiosità così pubblica, forse ostinata, che comunque a un cattolico e a un ebreo ha posto l’interrogativo sulla fede vissuta da tutta una collettività. “E noi invece?”, si devono esser detti ambedue. Può capitare a un cristiano, vedendo gli ebrei festeggiare Pesach, la Pasqua, o a un ebreo, guardando la testimonianza forte dei cristiani in certi tempi liturgici. E a tutti e due capita di fronte all’Islam...».


Prendendo ora spunto dalla testimonianza del rabbino, cercheremo di sviluppare ulteriormente alcuni punti.

La collaborazione tra fedeli di confessioni diverse deve certamente trarre la propria vitalità da una dimensione vissuta della fede che si incarna, rinnovandosi in modo unico e specifico, in ogni uomo e donna. Se una collaborazione sul piano pratico, tuttavia, risultasse da un “realismo” che lascia da parte le questioni teologiche come qualcosa di infruttuoso, il rischio sarebbe quello, oggi molto diffuso, di interpretare le religioni soltanto come contenitori di valori morali cui attingere, e lo stesso dialogo interreligioso come mera forma di filantropia pratica.

Dio stesso nel sacro Corano esorta i fedeli delle diverse comunità religiose a “gareggiare nelle buone opere”. Ma il fine di questa “gara” viene chiarito del contesto del versetto stesso: “Gareggiate dunque nelle opere buone, ché a Dio tutti tornerete, e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia” (V, 48). Appare evidente come lo stesso invito divino alla “gara” fra credenti di diverse comunità debba essere contestualizzato all’interno della prospettiva escatologica comune a tutti gli uomini. La collaborazione reciproca nelle “opere buone” trova in altre parole il suo senso più profondo e autentico solo se vissuta dai credenti come un mezzo per anticipare quell’unità in Dio fra tutti gli uomini, quando questi saranno radunati il Giorno in cui “Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia “.

La concretezza di un dialogo anche sul piano etico e della promozione dei diritti umani, dunque, dovrà fondarsi anzitutto su una concreta prospettiva conoscitiva del senso più intimo delle religioni, quali mezzi diversi per permettere agli uomini di riconoscere che «verso di Lui è il ritorno».

Si potrebbe parlare, allora, di dialogo “tra religiosi proprio perchè tra religioni”: il dialogo inteso come serio confronto teologico sui fondamenti della fede, infatti, lungi dall’essere una pietra di scandalo della quale è meglio non parlare, potrebbe invece rivelarsi come un supporto per entrambi i dialoganti al fine di volgersi al di là delle differenze – ma anche al di là dei tratti comuni – verso un’unità superiore, la sola che possa vivificare un’unità e collaborazione anche su altri piani e ambiti. Il “realismo” andrebbe allora inteso nel senso di una conoscenza autentica della vera “realtà” delle diverse forme religiose che possono manifestare aspetti comuni come riflessi dell’Unicità di Dio e, al tempo stesso, provvidenziali differenze come segno della Sua Onnipotenza e del Mistero che la avvolge.


D’altra parte, l’imprescindibile rispetto per le specificità religiose sottolineata dal rabbino appare come un presupposto fondamentale per l’inizio stesso di ogni dialogo interreligioso. Un riconoscimento che per i musulmani coincide con i principi fondamentali della dottrina islamica, che riconosce la sacralità e specificità delle diverse rivelazioni che Dio ha dato a uomini in tempi e luoghi diversi per permettere loro di adorarLo, rifiutando ogni idolatria.

Questa apertura verso l’incommensurabilità dell’onnipotenza divina rappresenta il terreno necessario affinchè lo studio e le riflessioni sulla teologia possano essere efficaci, senza voler ridurre i tratti comuni presenti nelle dottrine o nei riti a “prestiti” storici, oppure utilizzare le diversità per giustificare tendenze esclusiviste (solo una religione è vera) o atee (tutte sono false perchè contraddittorie).


A sua volta il confronto dottrinale potrà venire vivificato proprio dalla dimensione vissuta dell’incontro religioso con l’altro, al punto che la pratica religiosa di alcuni fedeli, come afferma Di Segni nell’intervista, può fungere da sprono a praticare con più intensità la propria. Tuttavia, in merito all’esempio riportato della preghiera di un gruppo di musulmani in piazza Duomo, non crediamo che la strumentalizzazione politica di quello che è il secondo pilastro dell’Islam per tutti i musulmani da 14 secoli possa essere un buon esempio di richiamo alla spiritualità!

Fa bene dunque Di Segni a parlare anche di “ostentazione”, che va rigorosamente distinta dalla necessità di una testimonianza religiosa pubblica, allo stesso modo in cui la presenza costruttiva nella società è altra cosa dalla presenza mediatica, e infine come la vivacità spirituale è assai diversa dall’abilità di saper scioccare l’immaginario collettivo strumentalizzando la forza di un rito.

Apprezzando l’importante invito del rabbino capo Di Segni a cogliere nella religiosità di altri fedeli un richiamo alla fede, vogliamo sperare che da parte islamica questo possa essere dato da esempi più efficaci e reali, forse più silenziosi, vissuti nella quotidiana testimonianza in Italia e in tutto l’Occidente di musulmani che portano nei vari settori della società, della vita pubblica, professionale e famigliare quel carattere di intelligenza, nobiltà intellettuale, moderazione e ordine a cui sono religiosamente chiamati. Un contributo che i musulmani europei hanno già dato nell’ambito della formazione politica, culturale e spirituale dell’Europa e che ancora possono dare, nella misura in cui non si lasceranno confondere da alcuni agitatori politici che in seguito al cosiddetto “crollo” delle ideologie utilizzano ora i riti e le parole sacre di una tradizione millenaria per i medesimi scopi sovversivi e rivoluzionari. In tal caso a dialogare non sarebbero più né le religioni né tanto meno i religiosi, ma sistemi politico-ideologici contrapposti che usano i simboli sacri come mezzi di moderna e sofisticata propaganda di massa, ammesso e non concesso che sistemi tali politico-ideologici siano in grado di dialogare senza farsi la guerra l’un l’altro.


Un esempio concreto di come la strumentalizzazione dei riti e delle preghiere sia forse l’ostacolo più pericoloso alla crescita del dialogo è offerto dal rabbino Di Segni nell’ultima parte dell’intervista a “30 Giorni”. In essa egli chiarisce alcune recenti incomprensioni circa le possibili allusioni polemiche verso il Cristianesimo contenute nella preghiera ebraica dell’Alenu, messa da alcuni in correlazione con la preghiera cattolica per la conversione degli ebrei, la Pro Iudaeis del Venerdì Santo, recentemente al centro di controversie.

È significativo che il rabbino, nel rispondere al giornalista, si limiti a tradurre direttamente dall’ebraico il testo della preghiera, lasciando emergere il senso profondamente universale di questa formula, l’Alenu, che conclude le preghiere quotidiane di ogni ebreo, sottolineando che «potrebbe tranquillamente trattarsi di una preghiera dei primi cristiani».

Ci permettiamo di riportare la parte iniziale e conclusiva della traduzione di Di Segni: “Noi dobbiamo lodare il padrone del tutto e riconoscere grandezza all’autore della creazione perché non ci ha fatto uguali ai popoli idolatri e non ci ha costituiti come le famiglie dei pagani, poiché essi si prostrano davanti al nulla e alla vanità e invocano dei che non possono soccorrerli”.

“L’Eterno sarà re su tutta la terra, e in quel giorno l’Eterno sarà Uno e il Suo nome Uno! Ed è inoltre proclamato: Ascolta, Israele, l’Eterno Dio nostro, l’Eterno, è Uno”.

Colpisce ritrovare numerosi passi coranici simili alla prima parte (ad esempio “Lui solo si invoca davvero. E coloro che invocano altri invece di Lui non otterranno da loro risposta” (XIII,14)), ma sono soprattutto gli ultimi passi a ricordare ad ogni musulmano una delle sure più brevi e più recitate del sacro Corano, la 112ma, detta del “culto sincero”: “Di': Egli Dio è Uno, Dio è l'Assoluto. Non ha creato, non è stato creato e nessuno a Lui è eguale”.


«A che cosa serve il dialogo?», riprende il rabbino alla fine dell’intervista, rispondendo: «A far sì che una preghiera che è nata come universale resti tale nella coscienza di chi la recita, senza trasformarsi in altro». Accogliamo pienamente questo invito come un richiamo a quella “sincerità” espressa nei versetti della sura Al-Ikhlas, del “culto sincero”, che secondo il sommo sapiente dell’Islam Al-Ghazali rappresenta simbolicamente un terzo del Corano, in quanto in essa è racchiuso il senso della conoscenza di Dio Altissimo, che è una delle tre conoscenze più essenziali del Corano, assieme a quella dell’Ultimo Giorno e della Retta Via.

La sincerità, allora, potrà essere ciò che veramente accomuna i veri dialoganti, che in essa troveranno un mezzo per non confondere ciò che è universale e spirituale con i propri interessi particolari e materiali. Ogni forma di dialogo servirà allora soltanto a ricordarsi vicendevolmente dell’unico messaggio che, secondo la tradizione islamica, è stato rinnovato da Dio grazie ai Suoi sapienti, santi e profeti, da Adamo, Abramo, Mosè, Gesù e Muhammad. Esempi tuttora viventi di quell’adorazione in sincerità del Dio Unico che rappresenta il solo punto di partenza e di arrivo di ogni dialogo fra ebrei, cristiani e musulmani.

 

Yahya ‘Abd al-Ahad Zanolo

29 aprile 2009