Al-Hajj, il Pellegrinaggio, quinto pilastro dell'Islam
E leva fra gli uomini voce d’invito al pellegrinaggio, sì che vengano a te a piedi e su cammelli slanciati, che vengano a te da ogni valico fondo tra i monti. (Cor. XXII – 27).
Il rito dell’hajj, il Pellegrinaggio, definito come il quinto pilastro dell’Islam, si svolge dal settimo al dodicesimo giorno del mese di Dhu al-hijja, nei luoghi santi di Mecca, Mina, Muzdalifah e Arafa, dove convergono per glorificare Allah milioni di fedeli musulmani, uomini e donne, giovani e anziani.
In questi giorni e in questi luoghi benedetti della rivelazione coranica e del monoteismo abramico, sull’esempio del Profeta Muhammad, pellegrini da tutte le parti del mondo, di tutte le culture, razze, etnie, seguono un itinerario guidato dalla dinamica dei ritmi divini che dominano ogni dove, ogni quando e ogni come. L’ordine di Allah prende il sopravvento su qualsiasi ritmo individuale umano e ogni atto che il pellegrino compie ritrova la sua funzione rituale primordiale.
Il Pellegrinaggio islamico è costituito da una sequenza ben determinata e ben regolata di riti istituiti per decreto divino da Abramo e sempre per decreto divino ripristinati, confermati e rivificati dal Profeta Muhammad durante il suo “Pellegrinaggio di Addio”. Compiendoli il pellegrino non smette di ripetere la talbiya, la sua risposta alla chiamata divina: Labbayka Allahumma Labbayka “Eccomi a Te mio Dio eccomi a Te!”.
Questa è l’invocazione che anche il Profeta Abramo e suo figlio Ismaele ripetevano incessantemente mentre ricostruivano la ka’ba, la Sacra Casa di Allah, il Tempio cubico i cui quattro angoli sono orientati verso i quattro punti cardinali. Questo è il luogo dove la sakina, la presenza di Allah, è più tangibile che in ogni altro luogo sulla terra e i musulmani vi si rivolgono per compiere le loro cinque preghiere rituali quotidiane.
In verità il primo tempio che sia stato fondato per gli uomini è, certo, quello che è in Bakka, benedetto e Guida per tutto il Creato. Cor. III-96. La Ka’ba è il tempio primordiale, Bayt-Allah, la casa di Allah, e la tradizione islamica riporta che essa sorge nel luogo dove Allah, per offrire riparo ad Adamo cacciato dall’Eden fece discendere una delle tende del Paradiso. Alla sua morte la tenda fu riportata in cielo e i discendenti di Adamo costruirono, dove era stata, una casa di fango e pietre alla quale resero visita finché non giunse il tempo di Noè. Durante il diluvio Allah la tolse dal mondo e il luogo dov’era rimase celato, finché non lo mostrò ad Abramo e a suo figlio Ismaele perché la ricostruissero.
Conscio della sua condizione di uomo decaduto, ma anche della sua natura spirituale di essere creato secondo la Sua forma, la forma del Misericordioso, la prima cosa che Adamo fece quando vide la tenda fu di compiere il tawaf, la circoambulazione rituale attorno ad essa, per rendere lode ad Allah. Così continuano a fare i suoi discendenti quando giungono a Mecca dopo aver assunto la condizione di ihram, la sacralizzazione, primo rito dell’hajj, che consente di accedere alle altre ritualità del Pellegrinaggio. Lo stato di ihram deve essere assunto in alcuni luoghi particolari in prossimità di Mecca detti miqat e consiste nel fare il ghusl, la grande abluzione rituale, e indossare l’izar e la rida, due stoffe di tessuto bianco senza cuciture. La sacralizzazione riconsegna il pellegrino ad una condizione di purezza primordiale dove le caratteristiche individuali scompaiono per lasciare il posto alla fitra, la natura primordiale dell’uomo che si manifesta nelle qualità di purezza di adorazione e di intimità con Allah. Queste qualità che nel sacro Corano sono riferite principalmente ad Abramo, definito hanif, puro adoratore e khalil Allah, intimo amico di Allah, sono peculiari anche ad Adamo e al Profeta Muhammad, nella loro sottomissione integrale, come Abramo, all’Unico Dio.
Vi si trovano segni evidenti, come la stazione di Abramo, e chi v’entra è in sicurtà. E gli uomini debbono a Dio il pellegrinaggio al Tempio, quelli di loro che hanno la possibilità di fare quel viaggio. (Cor. III-97).
Dopo aver abbandonato con l’ihram gli attaccamenti mondani e i comportamenti profani e aver rivestito l’abito della povertà spirituale e della purezza primordiale, il pellegrino può accedere all’haram, il recinto sacro, per eseguire il tawaf, i sette giri rituali compiuti in senso antiorario attorno Ka’ba la Sacra Casa di Allah. Ad ogni giro cercherà di toccare o saluterà la Pietra nera, incastonata nell’angolo orientale della ka’ba dal Profeta Muhammad. Invocando e adorando Allah, in comunione con gli angeli che girano perpetuamente attorno alla Bayt al-Ma’mur, la Casa frequentata, posta sotto il Trono di Allah sulla verticale della Ka’ba, la volontà individuale si estingue al cospetto della sakina, ed ogni associazione ed ogni dualità svaniscono riassorbite nell’Unità divina.
In prossimità dell’angolo sud della Ka’ba c’è la maqam Ibrahim, la stazione di Abramo, la pietra su cui salì per completare la costruzione della casa di Allah che porta ancora impresse le orme dei suoi piedi. Terminato il tawaf il pellegrino esegue verso essa due rak’ah, due preghiere, con la Ka’bah di fronte.
In verità Safa e Marwa sono tra i simboli di Allah quindi, chi fa il pellegrinaggio alla Casa o compie la ‘Umra non commette peccati nel suo giro tra le due stazioni per chiunque abbia operato il bene in verità Allah è il Riconoscente, il Sapiente. (Cor. II, 158)
A ridosso della Ka’ba, un basso muro semicircolare delimita lo spazio detto dell’hijr, luogo dove sono sepolti Agar ed Ismaele, la moglie e il figlio di Abramo. Il pellegrino compirà ora il sa’y, la corsa ripetuta sette volte tra le coline di Safâ e Marwa e berrà alla fonte di Zamzam, la cui acqua benedetta disseta da quattordici secoli chi si accosta alla casa di Allah. Questi due riti fanno rivivere a chi li compie l’episodio della storia sacra di Agar e Ismaele che Abramo, affidandoli alla Misericordia di Allah, aveva lasciato in quel luogo desertico. Agar, temendo per la vita del figlio che piangeva per la sete, cercò aiuto invocando il soccorso di Allah, correndo per ben sette volte su due colli, Safâ e Marwa. Alla fine, stremata, si fermò, e vide che accanto a Ismaele c’era una figura umana: era l’Angelo Jibril, Gabriele, che dal terreno sul quale poggiava il tallone del bambino fece scaturire una sorgente che in seguito fu detta di Zemzem.
Dopo il movimento circolare del tawaf, questa corsa rettilinea tra le sommità delle due colline diviene il simbolo della sirat al-mustaqim, la via diritta che il pellegrino deve sforzarsi di percorrere nell’alternarsi degli stati della vita, tra le ascese e le discese che ne scandiscono il ritmo. Rimettendosi ad Allah, scrutando tutto attorno l’orizzonte dell’esistenza, egli cerca di scorgere da dove arriverà l’invocato soccorso divino, lo sgorgare nel cuore della sorgente vivificante della contemplazione dell’Unità divina nella molteplicità del mondo.
Il primo giorno di Pellegrinaggio è terminato e dopo il tramonto i fedeli possono già cominciare a dirigersi verso Mina a otto chilometri da Mecca, dove resteranno tutto il giorno successivo. Apparentemente vissuta come una semplice tappa intermedia sulla via di ‘Arafat, questa giornata è detta della tarwiya, cioè dell’approvvigionamento dell’acqua in vista della stazione di ‘Arafat. Questo approvvigionamento non viene ormai più fatto, ma il fedele deve vivere interiormente questa sosta come il necessario ritiro spirituale per preparasi al giorno successivo. La permanenza ad ‘Arafat, infatti, è il momento cruciale, il punto culminante del Pellegrinaggio, tanto che il Profeta Muhammad affermò che il Pellegrinaggio è ‘Arafat.
A Mina i fedeli ritorneranno due giorni dopo per gli ultimi due riti, la lapidazione e il sacrificio.
All’alba del terzo giorno i pellegrini si dirigono verso ‘Arafat dove devono sostare da mezzogiorno al tramonto. Qui il Profeta Muhammad, durante il Pellegrinaggio d’Addio, salì sull’altura chiamata jabal al-rahma, il Monte della Misericordia, per pronunciare quello che viene ricordato come il “sermone d’addio”, ricevendo da Allah gli ultimi versetti della rivelazione coranica e ritrasmettendoli a tutta la comunità, riunita attorno a lui in quel momento particolare che coincideva con il yawm al-jumu’a, il giorno di riunione rituale comunitaria del venerdì. Compiuta la preghiera rituale il Profeta Muhammad si trattenne in piedi in quel luogo fino al tramonto.
A differenza degli altri momenti del pellegrinaggio, la stazione di ‘Arafat non richiede il compimento di nessun atto particolare ed il rito consiste nell’essere presenti su questo territorio fino al tramonto, glorificando Allah e supplicando il Suo perdono, appellandosi alla Sua Misericordia.
L’importanza attribuita dal Profeta e la necessità di prepararsi è data dal fatto che la stazione di ‘Arafat è considerata un’anticipazione dell’Ultimo Giorno, quando gli esseri umani incontreranno il loro Signore e si troveranno al Suo cospetto per il Giudizio Finale e le azioni saranno chiamate a testimoniare per chi le ha compiute.
Dopo il tramonto i pellegrini si dirigono verso Muzdalifah, a metà strada tra ‘Arafat e Mina, dove si trattengono tutta la notte. All’alba partono per ritornare a Mina e lungo la via raccolgono le pietruzze da lanciare nel rito della lapidazione.
A Mina i pellegrini compiono il rito del jamra, la lapidazione di Satana, che consiste nel lancio uno dopo l’altro di sette sassolini contro la prima di tre colonne di pietra, chiamata Jamrat al Aqabah, dicendo ad ogni lancio Allahu akbar, Allah è grande, e infine il rito del nahr, il sacrificio del montone. Come per la corsa tra Safâ e Marwa chi compie questi riti rivive un episodio della storia sacra legata al Profeta Abramo al quale Allah chiese di sacrificare suo figlio. E quando raggiunse l’età di andare con suo padre al lavoro, questi gli disse: “figlio mio, una visione di sogno mi dice che devo immolarti al Signore: cosa credi che io debbo fare?” Rispose: “Padre mio, fa’ quel che ti è ordinato: tu mi troverai, a Dio piacente, paziente!”. (Cor. XXXVII, 102). La tradizione riporta che lungo il tragitto, prima di arrivare al luogo del sacrificio, per ben tre volte Satana si manifestò con sembianze umane, tentando Abramo per cercare di sviarlo dalla sua intenzione di compiere la volontà Allah. Tutte e tre le volte Abramo, riconoscendo l’avversario che si celava nelle persone incontrate, lo scacciò tirandogli contro una pietra. Questi, colpito, lasciava la sembianza assunta, trasformata in roccia. Da qui le tre colonne di pietra contro cui i pellegrini lanciano i sette sassolini per saper scacciare le tentazioni che si presentano nella loro vita.
Ora quando si furono rassegnati al volere di Dio e Abramo ebbe disteso il figlio con la fronte a terra, allora gli gridammo: “Abramo! Tu hai verificato il tuo sogno: così Noi compensiamo i buoni!”. E questa fu prova decisiva e chiara. E riscattammo suo figlio con sacrificio grande. (Cor. XXXVII, 103-107).
Questo momento viene condiviso da tutti i musulmani ed è la festa del ‘Id al-Adha, detta anche ‘Id al-Kebir, la grande festa durante la quale i fedeli si recano in moschea per una preghiera particolare dopo la quale avviene il sacrificio di un animale. Ma il sacrificio più grande che il musulmano deve compiere è quello interiore della purificazione dell’anima, affinché tutto il suo essere sia sottomesso ad Allah per il compimento, come Abramo, della Sua Volontà.
Dopo il sacrificio ci sono il taglio dei capelli e il compimento del tawaf finale di saluto alla Sacra Casa di Allah. Questi atti rituali segnano la fine dello stato di sacralizzazione, ma il Pellegrinaggio continua perché i fedeli lasciano Mecca per ritornare a Mina dove si tratterranno ancora due o tre giorni per la lapidazione delle altre due colonne di pietra.
Lo stato di ihram viene formalmente abbandonato ma il pellegrino è cambiato: non è più l’uomo, la donna, il giovane o il vecchio che aveva varcato il recinto sacro qualche giorno fa. La condizione di purezza primordiale e di povertà spirituale assunta deve permanere nel suo cuore, confermata e fortificata dai riti compiuti per volere di Allah, così come furono compiuti, sempre per Suo volere, dai profeti che li istituirono affinché gli esseri umani si approssimassero a Lui e lo conoscessero attraverso i Suoi attributi divini, i Suoi 99 più bei Nomi, che sono i riflessi in questo mondo dell’essenza di Allah.
‘Abd al-Jabbar Ceriani
12 dicembre 2007 |