Esicasmo e Chiesa d'Oriente

 

Aspetti storico-religiosi del metodo di orazione esicasta

Se questa rivista ha da poco pubblicato gli interventi sulla Qabbalah ebraica e sul Tasawwuf islamico, tenuti da Rav Moshe Somekh e dall'imam Hamid Abd al-Qadir all'appuntamento torinese del programma itinerante Imam e Rabbini, non poteva mancare da parte nostra uno spazio dedicato anche alla tradizione interiore del Cristianesimo orientale, l'esicasmo. Ce ne offre l'occasione questa recensione del bel libro del prof. Marco Toti Aspetti storico-religiosi del metodo di orazione esicasta (Japadre Editore, l'Aquila-Roma 2006).
L'opera affronta il tema della spiritualità esicasta, esaminando i suoi caratteri specifici, le analogie che essa presenta con le spiritualità ortodosse delle altre dottrine iniziatiche (in particolare il Tasawwuf musulmano, lo Yoga indù e il Buddhismo Zen), e la perfetta armonia in essa presente tra questi aspetti, armonia del resto propria ad ogni tradizione nella sua parte più interiore. Questa tradizione della Chiesa orientale è conosciuta nell'Occidente europeo contemporaneo soprattutto attraverso i Racconti di un pellegrino russo, testo anonimo che ha avuto e ha tutt'ora una gran fortuna, e le cui radici, tramite gli insegnamenti dei santi e dei maestri spirituali contenuti nella Filocalia, sono da ricercarsi proprio nella tradizione esicasta, cuore del Cristianesimo orientale.

L'esicasmo, dice l'autore, si configura come una dottrina e una pratica dal carattere iniziatico, costituendo «il “nocciolo” del Cristianesimo, in quanto disciplina che nasce, nei suoi elementi fondamentali, con il Vangelo, ed il cui fine è la théiosis, partecipazione alle “manifestazioni operative” (greco enérgiai) della divinità da parte di tutto l'uomo (alla stessa preghiera del cuore prendono parte corpo, anima e spirito)» (Premessa, p.1). In breve, l'esicasmo sarebbe dunque analogo a ciò che costituiscono la Qabbalah per l'Ebraismo e il Tasawwuf per l'Islam, dottrine spirituali contenenti l'essenza interiore della religione di cui sono l'origine, e il cui fine è l'Identità suprema, secondo un'espressione islamica, ossia la partecipazione alla Vita divina nella sua forma più alta. Naturalmente l'autore, per farsi portavoce d'una tale concezione, non può che riferirsi all'unità comune e trascendente di tutte le Rivelazioni (soprattutto per come è stata riportata dallo Shaykh Abd al-Wahid Yahya René Guénon, cui l'autore si richiama costantemente nel suo libro), Rivelazioni che non sono se non forme diverse di un'unica Verità che si manifesta agli uomini in tempi e luoghi differenti, secondo l'incommensurabile e perfetta Scienza di Dio, che si rivolge all'uomo affinché questi si rivolga totalmente alla Sua pura adorazione, condizione questa che fu quella di Abramo, Patriarca del monoteismo.

Come ogni tradizione interiore ed iniziatica mantenutasi ortodossa, l'esicasmo comporta secondo M. Toti una trasmissione, una dottrina e un metodo operativo, aspetti tutti necessari affinché il fine supremo, la théiosis, intesa come divinizzazione interiore dell'uomo, possa essere realizzata. Essa «costituisce il fine ultimo dell'iter esicasta nel senso di una metoché (“partecipazione”; cfr. 2Pt 1,4) della persona umana integrale alla vita divina increata... in una tale prospettiva si può ben parlare di unione (“essere nell'Assoluto”, nel senso di prendere stabilmente dimora in esso), per cui l'uomo è fatto “preghiera vivente” (secondo la parola “non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt 10,20))».

La trasmissione comporta sempre la presenza di un maestro (in russo starec) che ha il compito di trasmettere l'insegnamento e di iniziare e guidare il monaco esicasta nella pratica dei riti, secondo quanto egli stesso ha imparato dai suoi maestri, fino a risalire in una sequela ininterrotta agli Apostoli, ai quali lo stesso Gesù Cristo ha insegnato la preghiera del cuore. Questa trasmissione, inizialmente orale e solo successivamente, a partire circa dal XIII secolo, affidata anche a testi scritti, comporta naturalmente molti adattamenti successivi, e l'autore ne mostra alcuni caratteri, come ad esempio l'esistenza di due rami maggiori della tradizione esicasta nella Chiesa orientale, quella sinaitica, custodita e praticata dai monaci negli eremi dei deserti egiziani soprattutto nei primi secoli del Cristianesimo (quella dei Padri del deserto), e quella athonita,  attualmente ancora attiva, il cui cuore sono i monasteri sul monte Athos in Grecia.

La dottrina dell'esicasmo è naturalmente pienamente cristiana, ossia dipendente dalla forma della Rivelazione cristiana, esprimendosi attraverso i dogmi di questa tradizione, di cui costituisce un compendio sintetico e non un'alternativa. Ma il fatto che sia cristiana nella forma teologica, non le impedisce di essere universale e metafisica nell'essenza, come ogni altra dottrina iniziatica tradizionale, ciò che esige il superamento del piano letterale dei dogmi dei quali il monaco esicasta aspira e cogliere la fonte, senza accontentarsi della loro enunciazione esteriore, ma mirando alla contemplazione tramite lo Spirito e non tramite la ragione: «La spiritualità orientale si fonda in toto su un'antropologia tricotomica (corpo, anima, spirito: cfr. Mc 12,30; 1Ts 5,23), che trova nel terzo elemento [lo spirito, n.d.r.] la risoluzione del conflitto tra i primi due» (p. 9).

D'altra parte, lo stesso nome di esicamso assunto e mantenuto da questa dottrina contiene un indizio della sua universalità: Dio stesso, fine dell'ascesi esicasta, è infatti il Principio Unico e Assoluto di tutto, e si pone prima e al di là di qualsiasi forma, allo stesso modo in cui il Silenzio (hesychía) è superiore e precedente la Parola(lógos), contenendola in sé come suo principio: «Originariamente hesychía (“pace”, “silenzio interiore”), termine da cui deriva “esicasmo”, coincideva con anachóresis [da cui “anacoreta”, n.d.r.], la forma più diretta di realizzazione, da parte del monaco, del suo essere “solo” (monos) con il “Solo”: un intransigente ed aristocratico spogliarsi di tutto per rivestirsi della divinità».

Per quanto riguarda il metodo, dice Marco Toti: «La spiritualità esicasta costituisce un “metodo” in senso etimologico (méthodos da meth’ odos, “(far) la strada con”), ossia un percorso guidato sulla Via e con la Via mirante all’experiri immediato e cosciente del sovrannaturale, conseguibile mediante la sinergia tra sforzo umano e libera attività della Grazia: ciò che si concreta in un costante stare alla presenza di Dio e di ciò che più avvicina a Lui» (p. 8). E «ciò che più avvicina a Lui» altro non è che la preghiera del cuore, l'invocazione secondo particolari ritmi della formula: Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me (naturalmente in greco). L'invocazione del Nome divino (ricordiamo ai nostri lettori che secondo la prospettiva cristiana nel Cristo sono unite natura umana e natura divina) è così l'analogo di quel che nell'Islam è il dhikr Allah, ricordo e menzione di Dio, supporto rituale o simbolo agito che permette la concentrazione interiore e la conoscenza effettiva della Verità eterna.

«A qualcuno potrebbe apparire azzardato concepire un’orazione fondata sulla ripetizione del Nome di Gesù come “via” di carattere iniziatico; ma una tale (solo apparente) semplicità adombra le angustie di un’opera spirituale sommamente impervia, che richiede un impegno costante ed è unita, oltre che alla cosiddetta “discesa della mente nel cuore”, ad una tecnica “psicosomatica” la cui utilità – come pure è stato fatto – non va sottovalutata. Ulteriori ostacoli si manifestano poi per l’uomo contemporaneo, che vive una realtà satura d’immagini, quelle stesse immagini contro le quali l’esicasta è obbligato ad ingaggiare un combattimento che non ammette deroghe» (p. 6, n.). La  “discesa della mente nel cuore” altro non è che la liberazione dal condizionamento delle passioni e dai pensieri che distraggono lo spirito dalla concentrazione sulla Realtà divina, e perché ciò sia realizzato è necessario entrare nel cuore, che rappresenta per l'esicasmo, come per tutte le tradizioni religiose ortodosse, il centro dell'uomo e il luogo della Presenza divina. Tra le tecniche di concentrazione (il metodo in senso tecnico), cui l'autore dedica la seconda parte del suo lavoro, ricordiamo la ritmizzazione del respiro, attraverso la quale si mira a riconoscere lo Spirito divino, e l'aniconismo interiore, ossia il rifiuto di tutte le immagini mentali, affinché sia possibile vedere la vera Immagine di Dio nell'uomo, che secondo la dottrina cristiana è il Cristo stesso, «icona del Dio invisibile» (Col 1, 15).

L'esicasmo è detto dall'autore una «spiritualità guerriera» per il carattere di lotta violenta che il monaco deve tenacemente condurre e vincere contro i logismoí (dal greco lógos), i pensieri passionali che disturbano e incatenano l'anima al mondo terreno. Questo carattere si ritrova in modo affine nell'Islam, ove è comandata la Grande guerra santa (al-jihad al-akbar), lo sforzo di lotta interiore contro le passioni che oscurano la visione del Volto di Dio. Ma il prof. Toti richiama l'importanza del carattere di violenza interiore della disciplina esicasta e del simbolismo della guerra in essa ben radicato soprattutto contro le deviazioni in senso sentimentalista e razionalista che dilagano nel mondo religioso ,o pseudo-tale, di questi tempi, in ambito cristiano ma non solo, essendo questa una nota caratteristica per nulla ortodossa dell'età contemporanea.

L'autore ricorda infatti che la pratica del metodo esicasta è efficace soltanto quando tutte le sue condizioni ortodosse e regolari siano ottemperate, ciò che squalifica a priori qualsiasi possibilità di pratica individualistica e romanticheggiante. L'esicasmo costituisce infatti un corpus ben radicato nella vita ecclesiale dell'Oriente cristiano, in una dimensione di pienezza che completa la dimensione religiosa ordinaria senza sostituirvisi. É ad esempio richiesta una condizione di ritiro dal mondo, che nei primi secoli prendeva spesso la forma estrema dell'anocoresi, e successivamente sempre mantenutasi soprattutto in quella monacale (assente ad esempio nell'Islam), come immagine esteriore del ritiro e del silenzio interiore, e la preghiera del cuore non è praticabile al di fuori di un tale contesto. Ma, sebbene esteriormente ritirata, la condizione del monaco esicasta non è affatto passiva nei confronti del mondo: “In quanto compendio delle verità e della sostanza del Cristianesimo, dimensione attiva e contemplativa sono integrate nella preghiera del cuore” (p. 11),  poiché, potremmo dire, la presenza a Dio del monaco è la stessa Presenza di Dio nel mondo. Tutto ciò è ben altro dalle diffuse forme contemporanee di idealistica fuga dal mondo, che celano ben volentieri una fuga dalla lotta contro le tendenze passive della propria anima, laddove il monaco non si ritira da esse, ma si ritira proprio per meglio lottare contro di esse. Questi e altri caratteri della spiritualità esicasta menzionati dal prof. Toti, rendono il suo libro immensamente più pregevole di altri sullo stesso tema, spesso impregnati di sincretismo e spiritualismo individualista, dove non è sempre chiaro il carattere religioso e ortodosso del vero esicasmo.

 

'Isa 'Abd al-Haqq Benassi