Civiltà islamica e modernità. Un incontro internazionale di Al-Azhar in Malesia
La massima autorità in ambito teologico e universitario dell’Islam sunnita, l’Università Al-Azhar del Cairo, ha scelto quest’anno la Malesia per la terza conferenza mondiale dei propri laureati, tenutasi all’inizio del 2008.
Dopo le prime due edizioni svoltesi al Cairo, questa volta è stata Kuala Lumpur ad ospitare un dibattito durato tre giorni che ha coinvolto in decine di workshop centinaia di studenti musulmani da tutto il mondo, riunitisi per discutere di un tema complesso quanto fondamentale: il rapporto fra civiltà islamica e modernità.
In merito a questo argomento, a spiegare ai lettori di Islamicità come la scelta del luogo, la Malesia, non sia stata casuale, è l’imam di Parigi Abd al-Wadoud Yahya Gouraud, unico musulmano francese presente all’incontro come membro d’onore del Consiglio esecutivo della Lega dei laureati di Al-Azhar.
Perchè la Malesia per discutere di un tema così vitale per tutta la Ummah?
Il motivo più esteriore è dato dalla grande presenza di studenti di Al-Azhar provenienti dalla Malesia, dove l’università del Cairo è considerata un po’ come Oxford per l’Occidente, nonostante anche in Malesia, uno dei paesi più densamente abitati da popolazione islamica, vi siano numerose università e centri sapienziali.
Alla conferenza ho così avuto la possibilità di conoscere centinaia di studenti di Al-Azhar da tutto il mondo, toccando così con mano l’universalità dell’Islam, che mai in 14 secoli di storia è coinciso con una particolare etnia, nonostante molti pregiudizi da parte occidentale, ma anche da parte araba, vorrebbero oggi farlo credere. E proprio la Malesia è un chiaro esempio di come, al di fuori del mondo arabo, esista un paese dove all’inizio del terzo millennio coesistano un modello di civiltà moderna “al passo con i tempi”, la viva presenza della spiritualità tradizionale unita a una notevole preparazione dottrinale nelle scienze religiose, e un’apertura alla convivenza tra diverse fedi e culture.
Si tratta dell’Islam Hadhari, espressione che letteralmente significa “Islam civilizzante”: una forma di governo esistente in Malesia dagli anni ’50 che cerca di armonizzare gli aspetti della vita sociale moderna propri dei paesi democratici con una costante ispirazione ai principi sacrali contenuti nella tradizione islamica ortodossa. Ortodossia che in Malesia si esprime attraverso un’evidente unità teologica basata sulla dottrina sunnita del consenso (ahl al-sunna wal-jama’a) all’interno della scuola giuridica shafi’ita.
La stessa conferenza era il frutto di una collaborazione fra Al-Azhar e il Governo malese, con il patrocinio del primo ministro Ahmed al-Badawi, attraverso la “Islamic dawah foundation” della Malesia.
Cosa è emerso in merito a quella che in Occidente viene vista normalmente come un’incompatibilità fra religione e Stato laico, legge sacra e democrazia?
Se, da un lato, questa presunta contrapposizione è causata da molti pregiudizi e false conoscenze sull’Islam, dall’altro le ragioni andrebbero ricercate invece proprio da parte islamica, a causa della concezione molto recente secondo la quale l’Islam coinciderebbe in gran parte con i suoi aspetti legali, “sharaitici”. Si tratta infatti di un’idea formalista e fondamentalista della religione, estranea alla corrente spirituale dell’Islam ortodosso, e che oggi ostacola il naturale e normale adattamento dell’Islam anche in contesti dove esso non è la religione maggioritaria, né tanto meno ispira l’ordinamento giuridico. Se ne è molto discusso all’interno dei vari workshop durante i tre giorni di conferenza a Kuala Lumpur, dove anche fra gli stessi studenti di Al-Azhar emergevano varie sfumature di questo atteggiamento “legalista”: portato agli estremi esso conduce all’integralismo letteralista, che riduce la religione a una serie di regole esteriori di comportamento, dimenticando gli aspetti più interiori e autentici delle virtù religiose, nonché, cosa ancor più grave, riducendo la dimensione intellettuale a uno sterile intellettualismo razionalista.
E, nonostante l’alto livello dottrinale di molti docenti di Al-Azhar, ho dovuto constatare come questa tendenza tipicamente wahhabita e formalista, che vorrebbe risolvere tutte le sfide che la modernità pone all’Islam attraverso semplici adattamenti giuridici e precetti sharaitici, sia ormai radicata anche all’interno della prestigiosa università egiziana.
Di quali fra queste “sfide” si è maggiormente discusso?
Una della tematiche trattava il rapporto fra ricerca scientifica moderna e la fede. Ma chi parte da una supposta opposizione tra “fede e ragione”, perde di vista quello che nella tradizione islamica, e in ogni tradizione spirituale ortodossa, è il rapporto gerarchico che sussiste fra ogni applicazione contingente e i principi metafisici della Scienza sacra. Fra gli studenti di Al-Azhar vi era chi, basandosi sulle scoperte scientifiche avvenute in passato all’interno del mondo islamico e utilizzate per lo sviluppo della scienza moderna attuale, attribuiva a quest’ultima una fondamentale importanza nella riforma della dottrina e della civiltà islamica. Ma anche qui c’era una grande confusione fra piani: anzitutto, sulla base di una sudditanza al modello scientifico occidentale moderno, tutto volto da secoli al solo sviluppo analitico dei rami contingenti della ricerca scientifica, ci si dimentica che in ogni autentica civiltà religiosa le scienze particolari fungevano unicamente da supporto per la crescita spirituale. La ricerca scientifica non ha nulla, di per sè, contro la religione, a patto tuttavia che anch’essa venga perseguita dall’uomo per praticare la fede e il timore di Dio, che tra l’altro sono proprio i due principi a capo del concetto di “Islam Hadhari” malese. Se la ricerca scientifica diviene altrimenti fine a se stessa, come accade oggi, allora entra in contrapposizione non tanto con la religione, che si situa su tutt’altro piano, ma con la prospettiva tradizionale e dunque spirituale nel suo insieme.
Il rettore di Al-Azhar, lo Shaykh Muhammad Sayyed Tantawi, ha iniziato la sua relazione commentando il seguente versetto coranico: “Solo i sapienti, fra i Suoi servitori, sono coloro che davvero temono Dio”.
Cosa in Malesia, a differenza di altri paesi a maggioranza islamica, rende possibile tale armonia tra pratica della fede e ricerca scientifica, sviluppo economico-tecnologico e ordine sociale fondato sui principi dell’Islam?
Un maestro sufi contemporaneo ha scritto che “il mondo moderno ci appare profano soltanto nella misura in cui lo siamo noi”. E forse è proprio la presenza dei sapienti che da sempre ha saputo garantire all’interno della tradizione islamica questo tipo di equilibrio sacro, che permette una ricerca della via mediana, e di una sintesi sempre nuova tra i principi eterni e le condizioni diverse di ogni epoca, in modo tale per cui non vi sia un solo istante o un luogo che non possa essere “sacralizzato”, anche in un’epoca così distante dai principi spirituali come quella attuale. La presenza dei sapienti costituisce l’argine più efficace contro le due derive opposte e simmetriche del fondamentalismo e del modernismo, ben presenti entrambi anche in Malesia.
A questo riguardo, che importanza ha in Malesia la dimensione più interiore dell’Islam nota in Occidente come sufismo?
Esiste da molto tempo e ancora oggi una presenza molto viva delle turuq islamiche, le confraternite sufi, i cui membri sono presenti sia a livello della popolazione che all’interno dell’elitè accademica, teologica e politica. Fino a pochi anni fa, uno dei massimi capi di Stato era un membro dell’Ahmadiyya Idrissiya, l’ultima diramazione in ordine temporale della Shaddhiliyya, una delle più importanti correnti spirituali in seno all’Islam, fondata nel XIII secolo dallo Shaykh Abu-l-Hassan ash-Shadhily (rady Allahu anhu, che Dio sia soddisfatto di lui). Tuttora uno dei mufti più autorevoli della Malesia è uno Shaykh dell’Ahmadiyya. La presenza di questa componente interiore dell’Islam, che da 14 secoli rappresenta il cuore stesso della tradizione, ha costituito la più valida reazione intellettuale contro le tendenze antitradizionali.
È infatti la presenza dei sapienti, necessaria in ogni epoca, ad essere la sola stella polare di orientamento per la comunità islamica, sopratutto in momenti di grande mutamento e confusione come quello che stiamo vivendo.
Questo può anche implicare di affermare cose non sempre facili da dire, come è stato durante i dibattiti a Kuala Lumpur, dovendo criticare esplicitamente certe tendenze che vorrebbero confondere la necessità di rinnovamento spirituale con quello che oggi viene definito “progresso” in senso evoluzionista moderno. Esiste il serio rischio, infatti, anche all’interno del mondo islamico, di dimenticare una delle funzioni che il Profeta Muhammad ha dato alla sua comunità di cui facciamo parte, ovvero di essere un richiamo per tutta l’umanità al senso della fine, dell’avvento dell’Ora.
Ci auguriamo che la prossima tappa possa essere proprio una collaborazione con sapienti musulmani europei, per coinvolgere Al-Azhar in precisi progetti di ricerca e attività anche in Occidente, per produrre un vero rinnovamento, o “rivivificazione”, della Scienza sacra della civiltà islamica, come direbbe un grande santo e sapiente come l’imam Abu Hamid Al-Ghazali.
Yahya 'Abd al-Ahad Zanolo
24 aprile 2008 |