Il dialogo islamo-cristiano cresce anche col cinema
L’islam e il Cinema, Motta di Campodolcino, 3-6 luglio 2008
Nelle giornate dal 3 al 6 luglio si è svolto, nella splendida cornice dell’alpe Motta di Compodolcino, in provincia di Sondrio, l’interessante incontro L’ISLAM E IL CINEMA, una rassegna cinematografica con approfondimenti e dibattiti organizzata dalle Acli (Associazione Cattolica Lavoratori Italiani) milanesi, dal CEEP (Centro Ecumenico Europeo per la Pace) e dal CSC (Centro Studi Cinematografici). S’è trattato del terzo e ultimo evento di un ciclo dal titolo Immagini e Religioni, dopo quello che si è tenuto nel 2006 su Cinema e Buddismo e nel 2007 su Ebraismo e Cinema.
Cristiani e musulmani provenienti da diverse realtà hanno potuto confrontarsi sui temi del dialogo interreligioso e dei principi della tradizione islamica, traendo spunto dal messaggio cinemaografico; il convegno ha alternato proiezioni di film, non solo di area islamica, a interventi di specialisti e di religiosi musulmani esperti dei principi dell’arte islamica e della sua storia, con dibattiti che, partendo dal giudizio sulle proiezioni cinematografiche, prendevano la via di vere e proprie lezioni sulla religione islamica, sui suoi principi e sulle sue implicazioni nel contesto attuale.
Coordinatore dell’evento e vero e proprio regista delle giornate all’alpe Motta è stato il dott. Giulio Martini, membro del CSC, e docente all’Università di Milano Bicocca, che ha saputo dirigere con qualità e discrezione le proiezioni dei film e i dibattiti.
Fin dalla prima proiezione, Il Messaggio di Mustafa Akkad (1976), si è stagliato uno dei grandi temi dell’arte islamica, ossia il suo ‘aniconismo’, per esprimersi con un termine di Ibrahim Titus Burchkardt, cioè il suo rifiuto di privilegiare l’immagine naturalistica come mezzo espressivo delle realtà spirituali e dei protagonisti della storia sacra, a vantaggio di un linguaggio fatto di caratteri astratti e puramente simbolici. Infatti il film Il Messaggio non mostra mai né il Profeta né i suoi compagni più vicini, rispettando in tal modo la tradizione dell’arte islamica che non da loro alcun volto particolare.
Noi stessi che scriviamo, presenti all’evento come delegati dal vicepresidente Yahya Pallavicini per rappresentare la Co.Re.Is. Italiana, abbiamo approfondito proprio questo tema nella nostra relazione. Si tratta di un tema delicato, perché esplicita una modalità estranea ai canoni dell’arte cristiana in Oriente e in Occidente, abituata invece a concentrare la propria attenzione proprio su quell’Immagine del Verbo divino che è il Cristo. In ogni caso, nonostante il momentaneo stupore per questa modalità di non rappresentare il Profeta che suona “strana” per la cultura occidentale, il film Il Messaggio ha comunque svolto la funzione di introdurre a chi conosceva poco della storia dell’Islam e del contesto della Rivelazione coranica, avvenuta 14 secoli fa tra le città di Mecca e Medina.
La nostra relazione e il dibattito che ne è seguito hanno poi potuto chiarire agli spettatori molti aspetti e caratteri della tradizione sapienziale e artistica musulmana. In questo scenario, le tantissime domande rivolte nei tre giorni ai relatori sono state approfondite con l’aiuto di un giovane redattore della rivista on-line Islamicità.it, Isa Abd al-Haqq Benassi, e da un giovane del GMI (Giovani Musulmani Italiani), Ibrahim Abd an-Nur Iungo. Il senso che ne è emerso, anche relativamente alla questione delle immagini, è che l’astensione dalla raffigurazione dei soggetti sacri, invece di impoverirli, al contrario ne preserva proprio il carattere di sacralità, mostrando come la stessa essenza divina può esser conosciuta soltanto attraverso un percorso di fede interiore in quell’Unico Dio che tutti ci accomuna.
Oltre ai fondamenti della religione islamica e dei suoi aspetti sapienziale, giuridico, politico, scientifico e artistico, il convegno ha toccato anche i temi dell’integrazione e del confronto di civiltà, grazie anche alla relazione del dott. Mauro Montalbetti (CEEP). Nell’attuale teatro europeo, ha detto Montalbetti, trovandoci peraltro d’accordo, le questioni religiose, sociali, culturali, linguistiche, politiche e migratorie, devono essere affrontate nella loro specificità, conoscendone la relativa portata e il giusto valore, senza pretendere di semplificare la complessità della realtà e senza ingigantire i problemi.
Si è parlato anche del tema caldo del fondamentalismo di matrice islamista, grazie soprattutto al film Acque silenziose, che racconta la diffusione dell’ideologia fondementalista e bigotta nel Pakistan della seconda metà del Novecento, tramite l’azione di veri e propri agitatori nazionalisti travestiti da sapienti religiosi, ma che di religioso hanno ben poco, scenario che ai presenti ha ricordato gli analoghi eventi avvenuti in Europa prima, durante e dopo l’ultimo conflitto mondiale, sotto l’egida dei totalitarimi fascisti, nazisti e comunisti. È infatti necessario saper discernere tra la l’Islam ortodosso, che riconosce le altre rivelazioni, in primis ebraica e cristiana, e che da 14 secoli custodisce una sapienza universale d’origine divina, dalle deviazioni di carattere fondamentalista, che di islamico hanno soltanto il nome, usato per nascondere interessi etnici, politici o commerciali in una strumentalizzazione ideologica veramente diabolica. Anche in questo senso il convegno è stato importante, fornendo un’occasione per poter dissipare, grazie alle stesse domande dei presenti, i timori relativi all’Islam, timori causati da un’informazione il più delle volte tendenziosa e falsa.
Su tutto ha sempre prevalso la sete di conoscenza reciproca dei presenti, i quali, senza farsi sconti, hanno saputo confrontarsi in un dialogo intenso, i cui frutti si sono ripartiti sia tra i relatori che tra gli ascoltatori. E deve essere proprio questo il vero messaggio che deve scaturire da occasioni simili, poiché solo la reciproca conoscenza può far superare le diffidenze e gli errori di valutazione, spesso veicolati dalla rigidità confessionale, prodromo dell’esclusivismo, o da un troppo bonario ecumenismo, anticamera del relativismo.
L’evento avrà un seguito il prossimo anno, probabilmente tra febbraio e marzo, a Milano, dove al cinema Gnomo si terrà una conferenza dove interverranno i relatori presenti all’alpe Motta insieme ad altri esperti, e dove sarà presentato anche il volume con la raccolta degli interventi di L’Islam e il Cinema.
Yusuf Abd al-Hakim Carrara
Commenti a L’Islam e il Cinema
Intervista a Ibrahim Iungo
Pubblichiamo un’intervista a Ibrahim Abd an-Nur Iungo, delegato dei Giovani Musulmani Italiani (GMI) all’evento L’Islam e il Cinema, svoltosi all’alpe Motta di Campodolcino (SO) dal 3 al 6 luglio.
- La conoscenza della religione islamica, dei suoi principi e della sua storia, è quanto mai carente nell'Europa contemporanea. Possono iniziative come quella dell'alpe Motta, che prendono come base spunti culturali come il cinema, rendere un contributo in tal senso?
Certamente. Ogni occasione è buona - potremmo dire - per offrire alcune indicazioni di massima circa una tradizione spirituale profondamente incompresa. E' inoltre assai importante testimoniare la genuina umanità di coloro che si sforzano di farsene portatori, al di là di qualsiasi falso pregiudizio ideologico. D'altra parte, è opportuno non coltivare troppe aspettative, nei confronti di iniziative comunque lodevoli: spesso la diffidenza nei confronti dell'Islam prescinde dalla sola costatazione delle sue deviazioni più cruente, ed è dovuta anche alla grave dimenticanza del patrimonio spirituale dell'Occidente stesso. Si tratta di una dimenticanza che i musulmani possono contribuire a sanare soltanto in piccola misura, e con l'aiuto di Dio.
- Come è stato il rapporto con il pubblico, per lo più cristiano, della manifestazione?
Mi sembra di poter dire che si è trattato di un rapporto eccellente, intessuto tanto di reciproca curiosità intellettuale quanto di vicendevole calore umano. Anche le domande più superficiali ed ovvie, e gli interventi meno pacati e disponibili, da parte di alcuni spettatori, hanno comunque contribuito a chiarire nella maggioranza dei presenti i termini reali delle questioni, e quel che invece ne rappresenta soltanto un'escrescenza polemica. Tutte le espressioni sopra le righe sono state cordialmente ricondotte nell'ambito di una pacata conversazione, ed hanno forse dato maggior frutto in termini di comprensione, di quanto avrebbe potuto offrire una qualsiasi ingessata discussione accademica.
- Nei film visti, in particolare in Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (Francia 2003, regia di F. Dupeyron), emerge una contrapposizione tra legge rivelata (shari'a) e dimensione sapienziale (tasawwuf, sufismo) all'interno dell'Islam, contrapposizione che non rispecchia la realtà e il vero ordine delle cose. Qual è secondo lei la causa di questa falsa opinione, purtroppo assai diffusa, che vorrebbe vedere separati gli ambiti di un'unica scienza sacra?
Credo che il primo limite stia nel pensiero stesso di "scienza sacra", relativamente inaccessibile alla modernità. Questo limite è esemplarmente espresso nella difficoltà a riconoscere i legami tra dinamiche spirituali e ritualità del quotidiano, ed in senso più ampio tra coltivazione della vita spirituale e una forma di legislatività comprensiva dell'interezza dell'esistenza. Così si giunge immediatamente al paradosso per cui un percorso di fede viene considerato tanto meno "spirituale" quanto più si occupa del "materiale": è un fraintendimento manicheo di vecchia data, aggravato dalla polarizzazione materialistica della modernità e dalle corrispettive dinamiche – soprattutto a livello di dottrina politica - innescatesi di conseguenza in parte dello stesso mondo musulmano. Scorgo comunque un aspetto positivo, nella descrizione di un modello umano - come quello di Monsieur Ibrahim - che pur discostandosi in diversi punti dall'osservanza dell'ortodossia islamica, si distacca in misura ancor maggiore dai feticci di quell'etica materialistica che aveva appestato l'esistenza del suo figlio adottivo. Credo che in questo movimento di coscienza ed allontanamento si possano riconoscere, almeno per lo spettatore, i prodromi di un accostamento più consapevole ad un'antropologia del credente, che avrà comunque da superar se stessa in quella sola ontologia che ne dà il senso e la ragione.
- Nel film Ai confini del Paradiso (Germania / Turchia 2007, regia di F. Akin), in una scena viene ricordata la Festa islamica del Sacrificio ('Id al-Adha), legata ad Abramo, al quale Dio chiese di sacrificare il proprio figlio. Uno dei protagonisti del film ricorda allora che il proprio padre, riferendosi a suo modo all’episodio del patriarca del monoteismo, disse che «per nulla al mondo avrebbe mai acconsentito a sacrificare il proprio figlio, a costo di inimicarsi persino Dio». Quali sono secondo lei i motivi di una tale risposta, che rivela una profonda ignoranza del significato simbolico e spirituale della storia sacra di Ebraismo, Cristianesimo e Islam?
Il rapporto tra uomini e Libri rivelati rappresenta uno snodo cruciale della comprensione del senso della fede e del percorso spirituale cui essa rimanda perennemente. E' chiaro che parte dei problemi del mondo contemporaneo siano dovuti anche alla totale ignoranza dei significati profondi delle Sacre Scritture, ridotte a testi umani e semanticamente svilite a testi di storia ed a trattati di buon comportamento. La loro ermeneutica spirituale è ormai perlopiù ignorata, se non proprio rinnegata, dalla maggior parte delle persone; ciò che rappresenta un ulteriore elemento della perdità di sé che caratterizza la modernità. Espressione di questa stessa perdita è quel commento sul sacrificio abramitico. L'uomo contemporaneo non riconosce più un "Sé grande" cui sacrificare il "sé piccolo"; perduto ogni orientamento che superi la sua propria individualità, non può che abbarbicarcisi con tutte le sue poche forze, sostituendo il consumismo al digiuno, la sessuomania alla continenza, e così via. Oltre alla fondamentale incomprensione della dimensione spirituale del racconto biblico - che dunque non rimanda ad una figliolanza fisica - potremmo quindi dire che è la mentalità stessa della contemporaneità a renderle comunque inconcepibile un sacrificio di questo genere.
- Il film Acque Silenziose (Francia / Pakistan / Germania 2003, regia di S. Sumar) descrive la diffusione del fondamentalismo islamico in Pakistan nella seconda metà del Novecento, mostrando come pian piano l'ideologia di una religione "pura", o meglio purista, prenda il posto della vera tradizione islamica. Ritiene sia importante far conoscere anche all'auditorio europeo queste differenze tra ideologia e vera religione, soprattutto visto l'attualità del confronto tra musulmani, ebrei, cristiani in Europa? Non diventa forse sempre più necessario discernere tra la tradizione autentica e le sue contraffazioni, spesso mascherate dai due eccessi del tradizionalismo o del modernismo?
Credo che una critica adeguata alle deviazioni della tradizione islamica debba passare attraverso le molteplici cause di ordine politico, economico e culturale che hanno contribuito alla loro nascita e crescita in seno al mondo musulmano. In questo modo, la comprensione di queste deviazioni godrà di un'adeguata contestualizzazione e degli strumenti più adeguati per combatterne l'incancrenimento. Credo inoltre che la comunità islamica debba riconoscere al proprio interno la priorità della fraternità, che chiaramente non si traduce mai in connivenza col crimine: il Messaggero d'Iddio (Pace e benedizioni su di lui) raccomandava di andare in soccorso del fratello oppresso, e di impedire di compiere il male al fratello che si fosse reso oppressore. Il discernimento, consustanziale ad un'ottica di fede, va quindi praticato con ogni rigore, e dedicato sia alla persuasione fraterna dei musulmani che hanno perduto la Buona Direzione sia al consiglio solidale di coloro che, questa Direzione, per Volontà di Dio non l'hanno ancora adottata. Restando naturalmente in ascolto di quei segni che l'Altissimo vorrà elargirci, servendosi sia degli uni sia degli altri. Iddio è il Più Sapiente; a Lui domando perdono, ed a Lui va ogni lode ed ogni ringraziamento.
Isa Abd al Haqq Benassi
27 luglio 2008
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