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Pubblichiamo su Islamicità un approfondimento sull’approccio che la religione islamica rivolge alla sofferenza e alla cura, redatto in collaborazione da Ahmed Abd al-Quddus Panetta e da Isa Abd al Haqq-Benassi, e pronunciato da quest’ultimo in occasione del seminario Approcci islamici alla sofferenza e alla cura, tenutosi domenica 8 marzo presso l’Ospedale San Camillo di Roma. L’8 marzo è ricorsa anche la festa islamica del Mawlud an-Nabi, la nascita del Profeta Muhammad, colui che è l’ultimo della catena dei Profeti e il loro sigillo.
Sofferenza e cura nell’Islam
Per i musulmani ricorre oggi, dodicesimo giorno del mese Rabi al-awwal, la festa del mawlud an-Nabi, la nascita del Profeta Muhammad, colui che per i musulmani è il Sigillo della Profezia e «inviato come una misericordia per i mondi». Si tratta di un grande segno, essendo la nascita di colui che Dio ha scelto e purificato per essere il ricettacolo della Rivelazione Coranica. Il Verbo divino, disceso per gli Ebrei sotto forma di Legge per un popolo eletto e per i Cristiani sotto forma di Uomo nel Cristo figlio di Maria, si manifesta infine nell’Islam sotto forma di Libro, il Sacro Corano, recitato da un Profeta illetterato. È importante ricordare sempre la centralità della Rivelazione divina, poiché soltanto ad essa si rifà ogni prospettiva religiosa e sacrale quando affronta una qualsiasi questione, conoscitiva o pratica che sia. Non c’è ambito della vita, dal più piccolo al più grande, che nella prospettiva islamica ortodossa non tenga conto della Rivelazione divina. Soltanto questa infatti, essenzialmente non umana, costituisce la retta guida che sa ordinare ogni cosa affinchè possa essere un’occasione di conoscenza di Dio e di elevazione spirituale. La vita e la morte, la salute e la malattia sono prove in cui l’uomo è chiamato ad una crescita e ad una maturazione, fino a quando si potrà compiere il ritorno a Dio di tutte le cose.
Per parlare di approccio islamico alla sofferenza e alla cura, per riferirsi al titolo dell’incontro odierno, è necessario non dimenticare che tale discorso dovrà sempre restare all’interno di un orientamento essenzialmente sacrale dell’esistenza. Dice Dio nel Sacro Corano: «In verità abbiamo creato l’uomo nel travaglio» (Cor. XC, 4). La condizione della creazione e di tutti gli esseri creati è quella di esseri imperfetti, finiti e come tali soggetti alla nascita e alla morte. Soltanto Dio è perfetto. Con ‘travaglio’ abbiamo tradotto la parola araba kabad, parola che ha anche i significati di sofferenza, oppressione. In verità Dio fa nascere l’uomo nella sofferenza (kabad) dell’apparente separazione da Lui e lo prova affinché, nella gratitudine, possa fare ritorno a Lui, secondo la via verticale e ascendente dello Spirito. Il nostro mondo, visto come separato dal suo Creatore, è il luogo del travaglio, della molteplicità e dell’incessante mutamento delle forme. L’alternanza delle stagioni, del giorno e della notte, del caldo e del freddo ne sono un segno evidente. La dottrina islamica insegna che la creazione è per sua natura soggetta a questa alternanza, a questi cicli nei quali Dio si manifesta successivamente secondo l’infinità dei suoi attributi e delle sue azioni. Questa alternanza, mai arbitraria ma sempre ordinata dalla Sapienza divina, è paragonabile alla respirazione degli esseri viventi, caratterizzata dalla duplice fase dell’inspirazione e dell’espirazione, o della contrazione (qabd) e dell’espansione (bast), fasi che, come insegnano i maestri, sono un riflesso delle qualità divine della Maestà e della Bellezza, del Rigore e della Clemenza (jalal e jamal). La sofferenza e la malattia, o in generale il male, appaiono dunque in questo mondo come segno e come conseguenza della sua limitatezza. L’approccio religioso a tali realtà è quello che sa ricollocarle al loro posto, smorzando la pretesa di assolutizzare dinamiche che, seppur incisive, sono pur sempre relative e superficiali rispetto alla realtà divina. Si tratta di ricondurre ogni cosa alla posizione che essa normalmente occupa nell’insieme dell’ordine divino, per scoprire che in fin dei conti dietro a tale ordine non si cela altri che Dio stesso, il quale predispone misteriosamente tutto ciò di cui gli esseri hanno bisogno per tornare a Lui. Secondo la prospettiva islamica ortodossa la sofferenza, così come ogni avversità, pur non potendo essere evitata in quanto parte della creazione e dunque voluta da Dio stesso, deve essere affrontata dal credente secondo la virtù della pazienza (sabr), ma non può assolutamente essere cercata in sé e per sé. A tale livello, l’unica e sola cosa che deve essere cercata, nel limite del possibile, è la salute su tutti i piani, che come anticipo della salvezza è un riflesso della misericordia divina e una partecipazione all’unità e alla conoscenza di Dio stesso. La prova cui i credenti sono sottoposti, non è quella di cercare o evitare ad ogni costo la sofferenza piuttosto che il piacere, quanto quella di sapersi elevare, tramite la fede, ad una visione unitaria della realtà e alla conoscenza dell’ordine secondo cui Dio ha disposto ogni cosa. Piacere e dolore, consolazione e sofferenza fanno parte di questo mondo, ad-dunya, sensibile o psichico, mentre la religione con tutti i suoi mezzi e in tutte le sue forme rivelate ha come unico scopo quello di aiutare l’uomo a partecipare dell’altro mondo, al-akhira, il mondo dello Spirito dove si realizza l’intima contemplazione delle realtà celesti e dell’Essenza divina. Dal canto suo la pazienza non è per nulla un atteggiamento passivo o rassegnato, ma essenzialmente attivo e sereno. Essa comporta l’accettazione di ciò che Dio ha predisposto nella nostra vita in vista di un’elevazione e di una conoscenza spirituale. Il sentimentalismo che assolutizza la sofferenza pensandola come un valore in sé non è poi così distante da quell’edonismo che assolutizza la ricerca del piacere: entrambe le prospettive sono invero materialiste, attratte soltanto dal sensibile, mancando di quell’intelligenza sovrasensibile che sa cogliere la realtà nella sua complessità e nella sua profondità come mistero della manifestazione divina. Per quanto riguarda l’amore, che spesso sembra essere presentato come il solo antidoto alla sofferenza, esso ricopre nella prospettiva islamica un valore effettivo soltanto come forza che unisce e che eleva alla conoscenza, ma mai come mero atteggiamento emotivo o sentimentale verso esseri o situazioni. Per il musulmano l’amore reale è sempre l’amore di Dio e del Suo ordine, e non è un caso che la parola ‘amore’ sia così simile alla parola araba che esprime l’ordine, amr. L’amore è sacro e benefico soltanto come quella forza che eleva al di sopra delle contingenze e degli attaccamenti che generano sofferenza, malattia, dubbio e ignoranza.
È necessario aprirsi ad una visione simbolica della realtà, che sappia vedere questo mondo come riflesso dell’altro, evitando l’illusione di usare un approccio double-standard, schematico e soltanto tecnico-pragmatico verso questo mondo e fideistico-sentimentale verso quell’altro. Il Sacro Corano, così come la Sunna del Profeta, introducono il credente a una visione simbolica e sacra della creazione, dove ogni cosa, dai fatti della vita ai fenomeni della natura, sono riflessi e simboli che in maniera infinitamente varia manifestano Dio stesso e la sua unità, come Signore degli uomini (rabbu-n-nas) e Signore dei mondi (rabbu-l-‘alamin). La stessa dinamica della cura si inscrive necessariamente in questo orizzonte. La Tradizione islamica, che ha visto lo sviluppo di una medicina tradizionale come scienza al servizio della religione, inscrive perfettamente anche tale scienza nel novero di quelle che devono sempre essere radicate nello Spirito. Si dovranno innanzitutto distinguere diversi livelli, sia per quanto riguarda la malattia che la cura. Esistono malattie del corpo, malattie dell’anima e anche malattie dello spirito. Per analogia possiamo dire che la religione è una scienza medica rivelata per curare le malattie dello spirito, avendo come obiettivo quello di ristabilire l’uomo nella sua natura originaria, trasparente allo Spirito divino, condizione che è oscurata dalla decadenza dell’umanità nel suo stato attuale. La vera medicina tradizionale è quella che sa ristabilire la salute dell’uomo nella sua integralità, nell’unità armonica e gerarchica di corpo, anima e spirito: tale principio non dovrà mai essere perso di vista da una scienza medica che voglia essere ispirata alla spiritualità dell’Islam e delle altre tradizioni ortodosse, che sono su questo punto, come anche su tutto ciò che posseggono di essenziale, in perfetto accordo.
Per fare un esempio strettamente in tema, l’apporto della spiritualità alla medicina non può essere relegato all’ambito di un conforto morale da dare ai malati o a quello di iniziative caritatevoli da avviare sul piano sociale, verso gli immigrati o gli altri poveri, ma deve poter intervenire anche e soprattutto nel merito della prassi medica e nella scelta dei paradigmi scientifici, nonché orientare la ricerca in modo umanamente e spiritualmente sostenibile. È quindi fondamentale riprendere le mosse da che cosa debba intendersi per salute e per malattia, sia sul piano fisico che spirituale, come abbiamo detto, senza confusioni e commistioni, e senza cadere in concezioni eccessivamente materialistiche o pseudo-spiritualistiche. Una volta ridefiniti questi aspetti, sarà finalmente possibile beneficiare realmente e pienamente dell’apporto della spiritualità islamica alla cultura e alla salute, sia sul piano personale che sociale. Non è peraltro certo possibile approfondire compiutamente tali aspetti in questa sede, e mi limiterò solo ad accennare al fatto che la malattia non può essere considerata un fenomeno puramente meccanico e bidimensionale, ma che vi sono vari piani in cui essa può manifestarsi, pur mantenendo sempre ben distinti l’ambito naturale da quello spirituale, in quanto l’essenza non si ammala mai, ma viene solo offuscata la relazione fra quest’ultima e i vari “involucri” che formano l’essere umano nella sua condizione manifestata. Normalmente, tendono ad ammalarsi gli strati più superficiali del composto umano a causa di squilibri abbastanza semplici da rilevare, di natura nutrizionale o comportamentale; molto spesso, poi, soprattutto al giorno d’oggi, la malattia è causata dall’incapacità di gestire le emozioni e le forti sollecitazioni dell’ambiente, e qui già diviene più complesso intervenire in modo opportuno. A tale proposito, dirò solo, per inciso, che ogni supporto di tipo psicologico è destinato a restare molto sulla superficie delle cose, in quanto solo un’apertura di tipo conoscitivo può permettere di risolvere realmente queste situazioni. Così, la religione ha precisamente la funzione di canalizzare la tensione metafisica che si crea fra il piano di un’assimilazione ancora imperfetta delle verità principiali e quello della realtà contingente. In altri termini, non sono mai i principi a essere oggetto di discussione, trattandosi di evidenze intellettuali, ma la capacità di accettare la realtà in modo coerente con questi principi. L’orientamento spirituale dell’uomo determina infatti necessariamente una polarizzazione gerarchica delle cose, e la malattia, dell’anima o del corpo, è in quest’ottica solo uno dei processi concomitanti a questa rimessa in asse delle cose. A tale proposito è significativo che spesso la medicina moderna operi per impedire un tale processo, e proprio perché esso mantiene, anche se alla lontana, una portata di ordine conoscitivo. Così, un approccio esclusivamente sintomatico e palliativo finisce spesso per far abortire quello che resta di una partecipazione simbolica a un processo pur sempre conoscitivo. Naturalmente, occorre insistervi, fra i processi della malattia corporea e lo sviluppo spirituale vi può essere a volte analogia, ma mai identità. Questa è anche la ragione per la quale alcuni possono beneficiare in forma trasfigurata di alcune esperienze legate alla malattia fisica, mentre altri, più immaturi e incapaci di compiere questa integrazione, ne possono avere persino un danno in termini spirituali. In conclusione, l’Occidente vive oggi più che mai una sorta di schizofrenia fra “buone intenzioni di cui – come dice il proverbio – è lastricata la strada che conduce all’Inferno”, incarnate da un generoso volontariato, e interessi di gruppi industriali o di lobby scientifiche. Questa forma di ipocrisia non può tuttavia condizionare chi opera nel settore, senza per questo condurlo a forme di scontro o di rivendicazione ideologica. L’uomo spirituale deve saper sempre riconoscere il marchio del male, penetrato purtroppo all’interno delle strutture e della prassi istituzionale, ma deve anche sempre saper mantenere la consapevolezza che Dio è più grande e che l’opposizione al sistema non rappresenta che l’altra faccia dello stesso male. Occorre quindi testimoniare la Verità e sensibilizzare gli operatori verso modalità più efficaci di reazione, che né si oppongano in forma polemica, né gettino la spugna di fronte all’apparente ineluttabilità della diffusione di certe pratiche dannose e poco intelligenti. Non si possono quindi rimandare certi sforzi a un ipotetico futuro nel quale finalmente il legislatore avrà epurato le leggi dalle attuali imperfezioni. L’uomo spirituale opera hic et nunc, in ogni istante, incoraggiando il bene e scoraggiando il male, con determinazione e distacco. Questo è l’Insegnamento dell’Islam ortodosso. La spiritualità non vive infatti di astrazioni, né di situazioni ideali, ma offre il proprio apporto all’interno delle situazioni concrete, siano esse pratiche o dedicate alla chiarificazione dei principi che devono orientare l’azione, come mi auguro di aver contribuito a fare qui oggi. Ai nostri tempi mancano infatti entrambi questi apporti. È pertanto per noi necessario che si creino anche in campo medico sia occasioni di approfondimento principiale, o se vogliamo epistemologico della medicina, che sappiano beneficiare dell’apporto dei religiosi e dei ricercatori religiosi, sia che si approfondisca proprio la natura di quello “spazio etico” che deve dimorare inviolato anche nella prassi quotidiana e malgrado ogni meccanica applicazione delle leggi e dei protocolli. Come si è detto, questi due aspetti del lavoro non sono in realtà distinti e distanti fra loro, ma coesistono strettamente. In effetti, così come la disumanità di certa presunta ricerca scientifica e di certe prassi protocollari si respira fino al capezzale stesso del malato, così l’amore per la Verità, che dovrebbe auspicabilmente tornare a orientare la ricerca e la prassi medica, non mancherebbe di animare, come avveniva in passato, proprio anche la carità al capezzale dei pazienti.
'Isa 'Abd al-Haqq Benassi Ahmad 'Abd al-Quddus Panetta 18 marzo 2009
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