"Da Cat Stevens a Yusuf Islam" di David Nieri (Pacini Editore)

Recensione al libro


Il percorso di un uomo occidentale contemporaneo che David Nieri narra nel libro Da Cat Stevens a Yusuf Islam, viaggio nella sua essenza simile a ogni via di ricerca interiore che da sempre compiono uomini e donne, risulta per certi interessante per chiarire alcuni aspetti sul rapporto tra religione e vita, spiritualità e società, Islam e Occidente. Perchè una della più grandi pop star inglesi degli anni ’70, dopo la conversione all’Islam è uscita dalle scene per 30 anni abbandonando la fama e una carriera di enorme successo?

Il testo di Nieri ha il particolare pregio di non costringere il lettore ad una risposta univoca e scontata, limitandosi invece a ripercorrere la biografia dell’artista e mantenendo un riserbo su quanto di insondabile permane nel cuore umano alla ricerca di Dio. Questa delicatezza nell’aggiungere molto poco di proprio alla narrazione dei fatti non rappresenta un limite ma, al contrario, la possibilità di apertura a diverse letture, che non necessariamente si riducono a quella dell’appassionato di musica pop contemporanea interessato a saperne di più sull’artista Cat Stevens Yusuf Islam.


Queste diverse possibilità sono ben sintetizzate nel titolo, Da Cat Stevens a Yusuf Islam: si tratta di un percorso biografico-cronologico che passa attraverso molte fasi artistiche dell’autore di “Father and son”, dagli albori al successo mondiale, dal folk acustico dei grandi successi alle sperimentazioni elettroniche degli album meno riusciti, dalla conversione all’Islam ai trent’anni di silenzio, fino al recente ritorno sulle scene nel 2006. Fasi che l’autore mette in relazione alle tappe di una via di scoperta della vera identità, del vero nome, attraverso la ricerca di una dimensione trascendente e certa come guida della propria vita, a differenza di una dimensione soltanto immanente ed incerta che difficilmente porta alla vera felicità, come afferma lo stesso Yusuf Islam: «Una delle principali prospettive dell’uomo è quella materiale; secondo la quale dovremmo bere, mangiare ed essere felici. Il problema è che io avevo bevuto, avevo mangiato, ma non ero felice».


Ciò non significa che per essere felici si debba allora smettere di bere e di mangiare, oppure bere e mangiare qualcosa di esotico o strano. Seguendo una prospettiva religiosa si dovrebbe invece continuare a bere e mangiare riconoscendo che ogni cibo, materiale e spirituale, viene da Dio solo, e che ogni azione volta a raggiungere questo cibo materiale e spirituale è uno strumento che Lui ci dà per compiere la Sua Volontà.

Proprio questa prospettiva sembra ostacolata da una tendenza tipica dell’uomo occidentale che interpreta la spiritualità come qualcosa di scisso dalla vita concreta, rischiando di interpretare la conversione, che è certamente un cambiamento radicale di prospettiva, con un nuovo atteggiamento esteriore da noi stessi creato e immaginato. Il rischio è quello allora di costruirsi ad hoc una nuova identità che non ha nulla a che vedere con la ricerca della Sua identità in noi stessi, secondo l’indicazione profetica «conosci te stesso e conoscerai il tuo Signore».


Nieri racconta molti episodi che mettono in luce come la scelta brusca, da parte di Yusuf Islam, di lasciare in seguito alla conversione non solo lo show business ma anche la musica in generale, portò progressivamente il cantante a toccare con mano che ogni rottura radicale, ogni contrapposizione soltanto orizzontale porti con se il rischio di farci rimanere vittime degli stessi nodi interiori dai quali si cercava di fuggire.

Vediamo ad esempio come il cantante nei primi anni ’80 si trovi da un lato combattuto per non essere etichettato come un «Islam singer», dedicandosi in larga parte ad altre attività, come la fondazione di “Islamia”, «prima scuola islamica inglese», e come dall’altro lato non rinunci tuttavia a partecipare a grandi eventi mediatici ai quali è spesso invitato... rifiutandosi platealmente di suonare i suoi vecchi pezzi, e proponendo invece nuovi brani con liriche cariche di riferimenti religiosi.


Affermano i sapienti musulmani che ogni tipo di percorso di crescita non consiste nell’aggiunta di qualcosa di “nuovo”, bensì nella progressiva spoliazione di ciò che l’uomo crede erroneamente ed individualmente di essere, al fine di conoscere la realtà per quella che è veramente.

L’adesione ad una religione nella pratica dei riti offre i mezzi per questa via di purificazione che, se intrapresa con sincerità, costanza e disponibilità ad imparare e a migliorarsi può portare, se Dio vuole, a una riconciliazione con sè stessi, con il mondo e soprattutto con Dio.


Il ritorno alla musica di Yusuf Islam dopo quasi trent’anni viene messo in evidenza da Nieri proprio come un percorso di «riconciliazione» che porta il cantante a non voler più “rompere con il passato”. Come affermano nella postfazione del libro l’imam Yahya Pallavicini e il musicista Giorgio Cocilovo, «seguendo una prospettiva religiosa non si sceglie artificiosamente di rompere con una forma per un’altra, dall’ateismo alla mistica, dalla paternità greco-ortodossa all’Islam patriarcale, dal pop al rock, dall’esistenzialismo al fondamentalismo, ma occorre piuttosto scoprire e rispettare la forma che Dio ci ha dato, riconoscere il valore della tradizione familiare, culturale e spirituale nella quale si è nati e ordinare l’insieme di questi aspetti verso una sublimazione, una metamorfosi, una realizzazione superiore».


Dopo trent’anni Yusuf Islam torna a fare ciò che aveva sempre fatto, ovvero comporre canzoni pop, con la fondamentale differenza di una rinnovata intenzione: la musica non è più «al servizio di una qualità individuale ma è la qualità personale a essere al servizio di Dio anche per il beneficio dell’umanità». Una “riconciliazione” che nel caso di un uomo contemporaneo occidentale particolarmente inserito nella società attuale è allo stesso tempo un esempio di come «religione e presenza nel mondo», o anche Islam e Occidente, «possono e devono convivere armoniosamente - continuano gli autori della postfazione - in particolare nell’Islam, il cui insegnamento è quello di un’adesione alla verità che sappia essere scevra da slanci eccessivi e che sappia integrarsi nella società illuminandola con contributo di una trasparenza spirituale».


Dopo la ricca parte biografica il libro di Nieri si conclude con una serie di capitoli dedicati all’opera del cantante con una particolare attenzione ai testi delle canzoni. Anche in questo l’autore tende a mettere in evidenza i passaggi del percorso che va da Cat Stevens, cantante celebre per il noto brano “Wild world”- il cui testo mette in guardia dai pericoli di un “mondo selvaggio” – a Yusuf Islam, che dopo trent’anni è tornato a comporre canzoni fra cui la nota “Maybe there’s a world”, dove nel refrain ripete, forse con differente prospettiva, “maybe there’s a world that I’m still to find” (“forse esiste un mondo che non ho ancora trovato”). Si tratta forse di quel mondo autenticamente religioso vissuto da ogni credente?



Yahya Abd al Ahad Zanolo

5 febbraio 2009