Da Assisi a Ratisbona e oltre
Aspetti attuali del dialogo interreligioso

a cura della Redazione

A un anno dallo storico discorso di Benedetto XVI a Ratisbona è ancora doveroso chiedersi quali frutti abbia portato e quali siano le prospettive del dibattito sorto fra intellettuali musulmani e cristiani.

Nonostante «il modo brusco» nel quale tutto era iniziato, possiamo veramente affermare che sia nato un “virgulto di dialogo”, come è stato definito dal vaticanista Sandro Magister, che nel suo sito www.chiesa (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/93245) aveva pubblicato proprio uno dei primi interessanti dibattiti fra teologi musulmani e cristiani?

Se molti ancora rimangono i nodi irrisolti, accogliamo tuttavia come un inedito e positivo segnale il fatto che una rivista cattolica come “il Regno” abbia recentemente pubblicato una lettera dello Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini, presidente della Co.Re.Is (Comunità religiosa islamica) italiana, nella quale si risponde all’articolo di un’altra rivista, “Civiltà Cattolica”, proprio su uno dei temi più delicati e allo stesso tempo fondamentali del rapporto fra la seconda e la terza rivelazione del monoteismo di Abramo: Gesù e Muhammad.

Vogliamo prendere le mosse proprio da questa significativa testimonianza di dialogo per iniziare un breve excursus “da Assisi a Ratisbona e oltre” attraverso gli “aspetti attuali del dialogo interreligioso” forse anche perchè, come religiosi, non dovremmo alla fine seriamente chiederci, secondo le parole dello Shaykh Abd al-Wahid, «cosa c’è di più interreligioso della stessa successione dei Profeti?».


Caro Direttore,
dice bene il Prof. C.W. Troll quando scrive su “Civiltà cattolica” del 19 maggio (pp. 339-353) che “Maometto non può essere considerato un Profeta cristiano”. Infatti non lo è! E nessuno l'aveva mai preteso prima d'ora. Cristiano vuol dire seguace di Gesù Cristo, mentre Muhammad lo aveva preceduto, perché se Gesù ha detto: “Prima che Abramo fosse, io sono”, il Profeta Muhammad ha detto: “Io ero quando Adamo era ancora fra l'acqua e l'argilla”. Non è cristiano, ma è cristico, “l'unto del Signore”, come lo sono coloro che rappresentano il Ruh Allah, lo Spirito di Dio, il Suo “Soffio”, del quale Gesù è detto nell'Islam essere “il Maestro”. E anche “l'Annuncio dell'Ora”, quella della Fine, dell'escatologia, dell'attesa messianica, che noi musulmani dobbiamo ricordare a chi l'ha dimenticata. E allora, dovremmo dire piuttosto che Gesù è islamico, non solo perché presente nel sacro Corano, ma perché, dopo aver detto: “Padre, allontana da me questo amaro calice”, ha detto “Sia fatta la Tua Volontà”, espressione che dà il senso della parola “islam”.
È Profeta islamico, ma non solo un Profeta – se questo termine non è inteso in forma riduttiva – e non Profeta come gli altri, se è lui, e non altri, che noi attendiamo nella sua seconda venuta, dopo averne riconosciuta la prima. E non ha lasciato niente di scritto, e la sua storia è stata raccontata dagli evangelisti, così come quella di Muhammad – “l'illetterato” (al 'ummi), vergine intellettualmente, come vergine è la madre di Gesù – è stata raccolta negli ahadith, i detti del Profeta, nei quali egli afferma che “la vicinanza fra me e Gesù è come quella di due dita contigue della stessa mano destra”, e dicendo questo avvicinava fra loro il dito medio e l'indice. E non gli si può dunque rimproverare se nel Corano ci sono dei passaggi che al Prof. C.W. Troll appaiono poco misericordiosi, così come non si può rimproverare a Gesù che la Bibbia affermi: “Occhio per occhio...”.
Forse ci resta da capire quanto grande sia la Misericordia di Dio nell'averci concesso il rigore di queste sacre scritture e anche una tale successione di Profeti per poter parlare veramente “In Nome di Dio il Clemente, il Misericordioso”.

Milano, 21 Giugno 2007
'Abd al Wahid Pallavicini
CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana
Lettera pubblicata su “Il Regno” n. 14 del 15 luglio 2007 con il titolo “Gesù Profeta per l'Islam?”

 

Regno dei Cieli o Civiltà Cattolica?

La rivista “Il Regno” ha pubblicato il contributo qui sopra riportato dello Shaykh 'Abd al Wahid Pallavicini intitolato “Gesù Profeta per l'Islam?”, in risposta all'articolo del Prof. C.W. Troll apparso su “Civiltà Cattolica” del 19 maggio scorso, nel quale il noto studioso gesuita rinnovava alcune ricorrenti incomprensioni occidentali nei confronti dell'Islam. Lo stesso editoriale di questo numero de “Il Regno” è dedicato alla nuova fase del dialogo interreligioso inaugurata da Benedetto XVI, reinterpretata dalla storica rivista dei Dehoniani nell'ottica di una “ermeneutica della continuità” ecclesiastica, a partire dalle dichiarazioni del Concilio ecumenico Vaticano II fino alle più recenti “lezioni” del nuovo Pontefice.
Comunque si vogliano vedere le cose, finora, il discorso sull'ecumenismo – inteso nel suo senso più ampio di dialogo con tutte le religioni e civiltà che appartengono all'ecumène (al mondo abitato riconosciuto come civile) – non sembra però superare il piano metodologico o delle dichiarazioni di intenti (cosa del resto lamentata anche da parte cattolica, come nel recente articolo di Alberto Melloni “L’ecumenismo non è buona educazione”, apparso sul Corriere della Sera del 25 settembre), e pertanto non permette quelle ricadute positive, che sarebbero auspicabili soprattutto  nell'ambito degli scambi interni al monoteismo abramico.
L'ostacolo più grande per un proficuo scenario di dialogo interreligioso altro non è che il ritenere vera soltanto la propria religione, secondo un atteggiamento evidentemente provincialistico, laddove invece tutte le religioni ortodosse sono legittime e sacre perchè provenienti dall'Unico Dio.
Così, quella che viene presentata come una difesa dell'“identità spirituale” sembra essere una vera e propria difesa dell'identità o dell'individualità occidentale. Sarebbe invece auspicabile rifarsi alla continuità di quella millenaria convivenza nella fede che tutte le comunità ebraiche, cristiane e islamiche, orientali e mediorientali, hanno praticato nella pace fin dalle origini nelle rispettive Rivelazioni dell'Unico Dio di Abramo.
Negli scambi tra i maestri e i santi delle tre tradizioni abramiche sono infatti emersi nella storia sostanziali punti di contatto, purtroppo progressivamente perduti di vista nel corso dei secoli,  testimonianza di un patrimonio dottrinale comune che si è sempre collocato su un piano diverso da quello della teologia. Mosè Maimonide, Sant'Alberto Magno, o ancora prima di loro l'Imam Abu Hamid al Ghazali, esponevano identiche vedute in tema di Unicità di Dio, Principi della Rivelazione Divina, salvezza dell'anima, attesa escatologica e significato profondo della vita umana finalizzata alla conoscenza di Dio. Per questi maestri l'ecumenismo non era una teoria astratta ma una pratica vissuta.
Il vero dialogo non può dunque avvenire sul piano teologico, che è specifico per ogni singola religione, e che, una volta estrapolato dal proprio contesto tradizionale finirebbe per rispecchiare semplici propensioni individuali o collettive, ma  proprio su questo piano autenticamente spirituale, nel quale il superamento di ogni riduzionismo sistematico attinge finalmente a una più profonda conoscenza di Dio.
Il vero dialogo tra uomini di buona volontà che si concentrano sulla spiritualità unica nel rispetto delle specifiche vocazioni e ritualità ortodosse e irrinunciabili rappresenta davvero quello “Spirito di Assisi” con cui l'attuale Papa sembra voler ora riconoscere la propria devozione nei confronti del  predecessore e dare il suo contributo positivo nel segno di una continuità benedetta.

Lo “Spirito di Assisi”

Nello “Spirito di Assisi” – e proprio con questo titolo – si era svolto a Terni, il 26 ottobre 2006, uno dei convegni in commemorazione del primo storico incontro interreligioso del 1986, al quale già lo Shaykh 'Abd al Wahid Pallavicini aveva partecipato. Nell'incontro di Terni furono quindi poste dagli organizzatori al presidente della CO.RE.IS. alcune significative domande che riportiamo testualmente qui di seguito con le relative risposte:

1. Il Papa Benedetto XVI ai delegati della Chiesa Cattolica a Verona ha detto che l’illuminismo e il laicismo diffusi in Occidente rappresentano un ostacolo al dialogo con le altre culture. Condividete questa osservazione e, secondo voi, in che senso?

Certamente l’illuminismo e il laicismo rappresentano un ostacolo al dialogo perché mancano della dimensione della fede. Non condivido, invece, che si possa parlare di dialogo fra culture perché le religioni implicano la pratica religiosa, il culto, dal quale proprio deriva la cultura. Non si può limitare tutto solamente alla dimensione orizzontale del mentale e del sentimentale come se fosse vero il detto cartesiano del “cogito ergo sum”. Dio ci ha creato e pertanto noi anzitutto “siamo” Sue creature e come tali, conseguentemente “pensiamo”. Dunque “sum ergo cogito”, non si può fare della religione una filosofia o una logica che non necessitano della fede: “credo quia absurdum”.

2. Cosa significa “dialogo interreligioso”? E “come” dialogare senza rinunciare ciascuno alla propria identità di fede? Come coniugare identità e dialogo?

Dialogare fra le religioni significa metterle tutte sullo stesso piano di verità e se le Rivelazioni dell’Unico Dio di Abramo sono tre, bisognerebbe parlare anziché di dialogo piuttosto di “trialogo”. Per fare sì che il credente non perda la propria identità di fede si deve riconoscere a Dio l’onnipotenza di essersi potuto manifestare in varie forme teologiche diverse senza pretendere che la verità assoluta risieda solamente in una di esse. Queste ultime sono rivelate, “relative” – due parole formate dalle stesse lettere – e non temiamo di incorrere in una scomunica pontificale circa una presunta “dittatura del relativismo”, perché tutto è relativo di fronte all’assoluta verità rappresentata da Dio stesso. Quale rispetto si può avere infatti per un’altra religione che non si pensa possa portare alla salvezza se la salvezza è proprio la ragion d’essere della religione?

3. Qual è il contributo che le religioni possono e debbono dare per la costruzione della pace oggi nel mondo?

Il contributo che le religioni possono dare alla pace nel mondo sta proprio nel riconoscimento reciproco della validità salvifica delle varie fedi, perché i conflitti che strumentalizzano la religione per fini di egemonia politica derivano originariamente proprio da quell’esclusivismo confessionale che ci fa pretendere di essere noi soli a possedere la verità e che ci porta a credere di dover convertire gli altri alla nostra fede o per amore o per forza. Nelle tre Rivelazioni del Monoteismo abramico è soltanto il Cristianesimo, nel quale “verbum caro factum est”, la sola religione a riferirsi a una istituzione centralizzata, e in quanto tale in condizione di sostenere il dialogo mediante la dichiarazione ufficiale del riconoscimento della validità salvifica anche dell’Ebraismo e dell’Islam.

Una domanda al Prof. Borrmans: quale vera religione?

Al Prof. Maurice Borrmans, invece, insigne islamologo ed ex Direttore della rivista Islamo-cristiana, edita dal PISAI (Pontificio Istituto di Studi per l'Arabo e l'Islamistica), il quale, in una conferenza tenuta recentemente a Roma nello stesso Istituto,  giustificava l'intervento del Papa a Regensburg affermando che, in tale occasione, il Pontefice avrebbe parlato solo in veste di professore universitario, lo stesso Shaykh 'Abd al Wahid Pallavicini poneva invece la seguente domanda:

“Prof. Borrmanns, come vede Lei le dichiarazioni papali sulla presunta irrazionalità delle altre religioni e in particolare dell'Islam? Non pensa che questa frattura, che vorrebbe distinguere assolutamente il Cristianesimo dalle altre fedi sia preoccupante soprattutto per il fatto che quest'ultimo sembrerebbe orientarsi verso un razionalismo di stampo hegeliano (come è stato rilevato da diverse parti), considerato quale unico presunto antidoto a ogni forma di fondamentalismo e prerogativa esclusiva dell'uomo moderno?
Non sarebbe forse invece necessario recuperare quella autentica dimensione della fede che non è certo irrazionale, ma sovrarazionale, e cioè quaerens intellectum, quella che si realizza unicamente nella ricerca conoscitiva di certezze intellettuali che solo Dio può svelare?
Così come nella triade medievale la dimensione spirituale e verticale dell'Aql (l'intellectus agens), dello spiritus, trascende anima e corpus, parimenti trascende anche la convenzionale contrapposizione fra fides e ratio, la quale conduce invece alla psicosi delle moderne tendenze occidentali e orizzontali, dimentiche della ricerca della Verità, unico scopo di ogni religioso, ciò che fa di tutti gli uomini le sole creature fatte “a immagine e somiglianza di Dio”.

 

La Redazione

5 ottobre 2007