Buddismo e Islam al Palasharp

 

Domenica 9 dicembre, al Palasharp, dopo tre intense giornate dedicate alla “via della pace interiore”, si è conclusa la visita di Sua santità il Dalai Lama, Tenzin Gyatzo, a Milano.
Simbolica e significativa la presenza in prima fila del Presidente della CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana, Shaykh ‘Abd al-Wahid Pallavicini, unico rappresentante ufficiale nell’ambito del monoteismo abramico. Isolata e imprevista anche la presenza del Sindaco di Milano, Letizia Moratti, che ha dato il benvenuto iniziale alla massima autorità del buddismo tibetano e ai quasi diecimila partecipanti all’incontro religioso, tutti straordinariamente attenti, silenziosi e disciplinati.
Il Dalai Lama si è mostrato subito molto sensibile alla presenza dello Shaykh ‘Abd al-Wahid Pallavicini, e al di là dei saluti e dei ringraziamenti di rito ha voluto improntare il suo discorso sull’unicità di Dio, comune a tutte le confessioni e tradizioni religiose, e sull’importanza di saper andare al di là dei pregiudizi diffusi e delle semplicistiche generalizzazioni, che vorrebbero far identificare le religioni con le loro aberrazioni ideologiche e fondamentaliste.
«Io non sono musulmano – ha continuato il Dalai Lama – ma riconosco la grande tradizione religiosa dell’Islam», e ha aggiunto che solo la conoscenza può rappresentare un antidoto efficace alle reazioni istintive e viscerali di chi dimentica troppo facilmente che l’Islam ha sempre «raccomandato il bene e sconsigliato il male». Bisogna infatti focalizzare l’attenzione sull’essenza delle religioni autentiche, poiché la loro finalità intrinseca è la medesima, ossia quella di ricongiungere l’uomo a Dio. È assurdo volere rivendicare le differenze con disquisizioni teologiche, filosofiche o letterarie, che dimenticano l’essenziale, ossia l’incommensurabilità di Dio e la vera natura dell’uomo, con le sue virtù e la sua naturale disposizione spirituale. Natura primordiale che la tradizione buddista incarna visibilmente e che l’Islam testimonia insistendo sul fatto che l’uomo è creato ‘ala suratihi, secondo la forma divina.
Il buddismo, come l’Islam, non nega la necessità dei mezzi di grazia trasmessi dalle religioni, anzi considera ciò così scontato e naturale da non dovervi neppure insistere, e si concentra sulla realizzazione dell’integrità dell’uomo, inteso nella sua completezza trascendente e immanente. I riti servono solo se ci si concentra sulla Verità, devono essere praticati così naturalmente da giungere quasi a dimenticarli, ricordandosi di Dio solo. Essi trasmettono una benedizione che assiste l’uomo nel suo cammino di realizzazione spirituale, propiziandola e guidandolo all’identificazione con il proprio Sé trascendente e immanente da cui ogni grazia procede.
Se il Dalai Lama ha voluto riferirsi alla positività della natura umana, quasi biologicamente intrisa delle virtù spirituali, nell’Islam le qualità divine, espresse dai novantanove più bei nomi di Dio, costituiscono il modello archetipico che il musulmano deve realizzare incarnando l’esempio del profeta Muhammad, rinunciando a ogni forma di affermazione personale. Così, la pace interiore deriva dall’accrescimento di virtù quali la tolleranza, l’amore o la compassione, nella realizzazione della dimensione spirituale dell’uomo e si comprende come la pace non possa essere una semplice non belligeranza, ma solo il perfetto compimento spirituale dell’uomo, che richiede la lotta incessante contro il proprio io e le proprie pulsioni. Per compiere questa lotta occorre quindi una concretezza spirituale che va ben al di là di un vago trasporto verso il fascino dell’Oriente, e, forse, il sorriso del Dalai Lama nel vedere la presenza dello Shaykh ‘Abd al Wahid racchiudeva proprio il compiacimento di chi riconosce come Dio, nella sua Unicità, inviti ogni uomo a ricercare la Verità nella religione che gli ha dato; di chi già vede con l’occhio dello spirito quel punto di arrivo nel quale gli uomini di fede, di speranza e di carità, di compassione, si ricongiungono a Lui pur avendo percorso strade differenti.
L’incontro di domenica, nella sua semplicità, ha saputo rinnovare, il senso dell’attesa escatologica che accomuna i veri religiosi di ogni fede, come è ben emerso dalle parole che lo Shaykh ‘Abd al-Wahid Pallavicini ha potuto pronunciare alla fine dell’incontro su invito di Sua santità Tenzin Gyatzo:

«Grazie per le sue buone parole riguardo all’Islam e grazie di essere venuto nel nostro Paese, malgrado i problemi relativi alla situazione del Suo e a quelli che ha purtroppo incontrato nel nostro. Spero di poterLe offrire una consolazione dicendoLe che anche noi musulmani italiani non siamo ancora stati riconosciuti dal nostro Governo. Tuttavia, non siamo qui per compiere delle rivendicazioni, bensì per testimoniare che il messaggio trasmesso dal principe Siddharta Gautama, il Budda, 600 anni prima di Cristo e quello trasmesso dal Profeta Muhammad, 600 anni dopo la venuta di Seydna, ‘Isa, (a.s.), di nostro Signore Gesù Cristo, tale infatti anche per la tradizione islamica, che noi consideriamo l’ultima ortodossa, è lo stesso indirizzato da Dio a tutti gli uomini e a tutte le donne. Siamo pertanto tutti accomunati dall’attesa escatologica dell’avvento di colui che Voi buddisti e gli indù chiamate Kalkin Avatara, l’ultima Incarnazione, il Messia dei nostri fratelli Ebrei, il Cristo atteso nella sua seconda venuta dai cristiani e da noi musulmani».

Assalamu’alaykum wa rahmatulLahi wa barakatuHu,  che la Pace e la Benedizione di Dio siano su tutti voi.

 

'Abd as-Sabur Turrini

11 dicembre 2007