Un decalogo per conoscere l’Islam

Una comunicazione onesta, rigorosa e intelligente può rivestire un ruolo cardinale per favorire nella società contemporanea, in Oriente come in Occidente, la conoscenza dell’Islam. L’informazione sulla religione islamica dovrebbe in primo luogo dissipare alcuni equivoci ricorrenti, sui quali si fondano prospettive favorevoli oppure ostili a costruzioni immaginarie che in ogni caso non hanno nulla a che vedere con l’Islam. In altre parole, avviene spesso che gli occidentali siano affascinati o impauriti non dall’Islam, ma dalla propria rappresentazione mentale dell’Islam, alimentata da descrizioni missionarie, correnti politiche, movimenti ideologici e letterature esotiche.
Potremmo allora compendiare in dieci punti i principali equivoci che inducono a misinterpretare la religione islamica, nella speranza di contribuire agli sforzi di un’ermeneutica intelligente, premessa imprescindibile di una conoscenza vera e di un’informazione onesta.

1. Allāh non è un dio arabo.

I musulmani non adorano un dio che si chiama Allāh, così come gli inglesi non adorano «God» né i francesi «Dieu»: «Allāh» è la parola araba per dire «Iddio», e anche i cristiani arabi pregano rivolgendosi ad Allāh. I musulmani non possono essere definiti «maomettani», perché adorano Dio e non il Profeta. Il nome del Profeta è Muhammad, e non «Maometto», come si dice spesso in italiano, non di rado con una sfumatura sprezzante: Muhammad significa «il lodato», mentre Maometto non è che la storpiatura del nome arabo.

2. I musulmani non sono solo arabi.

L’Islam è una religione universale, «cattolica», che si estende non solo dal Marocco all’Indonesia, ma anche dalla Svezia al Sudafrica. Ci sono musulmani norvegesi, australiani, americani, cinesi e anche una significativa comunità di musulmani italiani. Gli arabi sono meno del 20%. I musulmani devono pregare in arabo, poiché il Verbo divino si è fatto Libro nella lingua sacra dell’arabo, ma non sono tenuti ad usarlo aldilà delle necessità rituali. Ad esempio, il sermone del venerdì può essere tenuto dall’imām in italiano.

3. L’Islam non è l’immigrazione.

Non bisogna confondere l’immigrazione con la religione islamica, né l’integrazione, l’assistenza e l’ordine pubblico con il dialogo interreligioso. L’accoglienza riguarda l’immigrato in quanto immigrato, così come l’assistenza spetta all’indigente in quanto indigente e la repressione al delinquente in quanto delinquente, a prescindere dalla confessione religiosa di ciascuno. Gli immigrati non sono solo musulmani e gli italiani non sono tutti cattolici. Allo stesso modo, i musulmani italiani non sono meno italiani per il fatto di essere musulmani, né meno musulmani per il fatto di essere italiani, bensì incarnano la possibilità di coniugare senza difficoltà Islam e Occidente, culto e nazionalità.

4. L’Islam non si identifica con gli Stati islamici.

Non esistono più Stati islamici, anche se alcune nazioni si fregiano ancora di questa denominazione, come non esistono più Stati cristiani, non solo perché lo Stato moderno non è confessionale, ma soprattutto perché gli uomini non sono più realmente religiosi. Non si possono imputare all’Islam i comportamenti degli Stati sedicenti islamici, e non sono le religioni a creare il dispotismo e la guerra, ma proprio la mancanza di uomini veramente religiosi. È assurdo reclamare la reciprocità dalla comunità islamica italiana pretendendo di costruire chiese in Arabia Saudita, poiché i musulmani italiani non hanno alcuna autorità nel merito di una questione gestita politicamente da uno Stato sovrano. D’altra parte, i musulmani italiani possono costruire luoghi di culto in Italia con altrettanta legittimità dei loro concittadini di qualunque confessione, perché sono cittadini di questo Paese con i diritti e i doveri di tutti.

5. Esiste un solo Islam.

Se è vero che vi sono molti musulmani, divisi dalle peculiarità etniche, culturali e sociali, tuttavia l’Islam è uno, ortodosso e tradizionale, oppure non è Islam. Non è Islam il cosiddetto «islam laico», secolarizzato o riformato, rappresentato spesso da atei dichiarati che contrabbandano per Islam caratteristiche etniche o consuetudini culturali esotiche. Non è Islam l’integralismo, deviazione ideologica sviluppatasi nel mondo islamico in  tempi recenti. Parlare di «terrorismo islamico» è assurdo e si potrebbe evitare l’ossimoro definendo il terrorismo che strumentalizza l’Islam, ma che con l’Islam non ha nulla in comune, come «islamista».

6. L’Islam è una religione.

La religione ha origine divina e ha lo scopo di ricondurre gli uomini a Dio. Lo scopo dell’Islam è dunque la salvezza dell’anima e, per coloro che ne abbiano le qualificazioni, la realizzazione spirituale. Non si è musulmani in virtù dell’etnia o della cultura, ma per la fede in Dio e nel Suo Profeta, vissuta nella pratica rituale: parlare di «musulmani atei» è privo di significato. Il letteralismo formalista travisa il linguaggio del Corano, che è simbolico: le donne e i cibi del Paradiso islamico, ad esempio, rappresentano realtà spirituali che non hanno nulla di materialistico.

7. L’Islam riconosce le altre religioni.

I musulmani riconoscono la validità salvifica delle altre confessioni ortodosse, che è dichiarata esplicitamente dal Corano: non vi può dunque essere esclusivismo nell’Islam. I musulmani non ritengono affatto che tutti dovrebbero convertirsi all’Islam, riconoscendo che anche ebrei e cristiani si salvano. Anche per i musulmani Gesù è il Verbo di Dio, nato da Maria Vergine, senza padre umano, oltre ad essere l’Inviato di Dio che nella successione profetica precede il Sigillo della Profezia Muhammad. Gesù è inoltre il Sigillo della Santità, atteso da cristiani e musulmani alla fine dei tempi. D’altronde esistono chiese e sinagoghe dal Marocco all’Indonesia, e gli unici oppositori di una serena convivenza interreligiosa sono gli integralisti.

8. L’Islam riconosce la libertà di culto.

In nessun caso una conversione può essere imposta con la forza, poiché «non c’è coercizione nella religione», come insegna il Corano: si discute dunque della legittimità dottrinale. A questo proposito, non vi può essere reciprocità: se un musulmano si converte al Cristianesimo, infatti, è costretto a rinnegare il Profeta e la Rivelazione coranica, poiché la dottrina cattolica non riconosce alle altre Rivelazioni l'origine divina e la validità salvifica, né riconosce la missione profetica di Muhammad, né indica nel Sacro Corano il Verbo di Dio che si fa Libro. Al contrario, l'Islam riconosce nel Cristo il Verbo nato da Maria Vergine e attesta l'origine divina e la validità salvifica del Cristianesimo: un cristiano che approdi all'Islam non deve dunque abiurare il Cristianesimo.

9. L’Islam impone il rispetto delle leggi.

Chi non rispetta le leggi dello Stato e alimenta la sovversione rappresenta uno scandalo per la comunità islamica, viola le indicazioni del Profeta e costituisce un problema di ordine pubblico da affrontare col massimo rigore. Il Profeta Muhammad ha più volte ordinato l’obbedienza ai rappresentanti dell’autorità politica, che viene da Dio, a prescindere dalla dignità degli individui che la detengono. La conformità alla legge civile è corollario della conformità all’Islam. Per quanto riguarda pratiche tribali, violenze familiari, prepotenze sociali e disordini di qualunque tipo, chi se ne rende responsabile non lo fa in quanto musulmano, ma proprio perché musulmano non è.

10. L’Islam rispetta la dignità della donna.

Se l’uomo ha una funzione diversa dalla donna e una precedenza gerarchica su un piano sociale e familiare, da un punto di vista spirituale non c’è invece differenza tra uomo e donna, chiamati entrambi alla conoscenza di Dio attraverso i «ruoli» loro assegnati in quella «recita sacra» che costituisce la vita di ogni religioso, che ha come fine Dio, non l’affermazione dell’individualità. La poligamia non è un obbligo, ma una possibilità concessa ai credenti, caratterizzata da un forte valore spirituale ma sconsigliata per la difficoltà di essere perfettamente equanimi con le spose e comunque impraticabile in Italia, poiché il Corano impone di adeguarsi alla legge del Paese in cui si vive. Il velo indossato dalle donne musulmane, obbligatorio solo durante la ritualità, ha un significato metafisico profondo e corrisponde alla manifestazione esteriore della propria vocazione spirituale, poiché la donna «vela» la propria individualità per svelare la luce della Presenza divina. Nell’iconografia tradizionale dell’Islam, anche il volto del Profeta risulta sempre nascosto da un velo o da una fiamma, che ne indicano la trasparenza rispetto alla Realtà di Dio.

 

Yunus 'Abd al-Nur Distefano

5 ottobre 2007