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Per il credente la moschea non è solo il luogo della preghiera del venerdì, un luogo che appare magicamente e poi scompare dopo aver assolto il suo compito il venerdì pomeriggio. La moschea è un punto di riferimento per la preghiera e la meditazione durante tutto l'arco settimanale di vita di un musulmano. Naturalmente una situazione simile in Italia è ancora lontana per la maggior parte delle comunità islamiche, ma è su questa base che si deve pensare per risolvere il problema, non soltanto su questioni quantitative, come invece si è tentati di fare accontentandosi di soluzioni rapide sì ma inadeguate. Pubblichiamo di seguito un’intervista fatta al Presidente del Consiglio Comunale di Milano, Manfredi Palmeri, il quale si è dimostrato sensibile a questa problematica, in occasione della sua visita alla moschea della Comunità Religiosa Islamica (Coreis) Italiana in via Meda a Milano, avvenuta lunedì 14 luglio 2008.
«Distinguere l’ortodossia dall’integralismo» Intervista a Manfredi Palmeri, Presidente del Consiglio Comunale di Milano. - Presidente Palmeri, i credenti e i religiosi in Italia, a qualsiasi religione o confessione appartengano, si aspettano che lo Stato garantisca per loro ‘luoghi di culto’ adeguati. E per luoghi di culto si intende, o si dovrebbe intendere, luoghi di culto rivolto a Dio, luoghi sacri insomma, non luoghi dove si coltivano l’appartenenza etnica, politica, nazionale, culturale, linguistica. Com’è dal Suo punto di vista la situazione dei luoghi di culto islamici? In Italia in senso stretto esistono soltanto due moschee ufficiali, quella di Roma e quella di via Meda a Milano, della Coreis. Gli altri luoghi, come quelli di viale Jenner e di via Padova, sono solo dei siti destinati ad altro in cui si svolge anche un’attività di preghiera, non ‘moschee’ definibili come tali in quanto riconosciute dalle istituzioni. In effetti in Italia siamo indietro nel lavoro volto a garantire la possibilità di costruire (non solo in senso edilizio) luoghi di culto adeguati ai fedeli di religione musulmana, nell’interesse non solo loro, ma dell’intera collettività. Penso quindi che se non si arriverà ad una normazione compiuta, la via da percorrere sarà lunga, perché non è certamente possibile risolvere una questione così complessa come questa con un semplice regalo, fosse anche attraverso concessioni istantanee, da parte delle istituzioni, di moschee ai musulmani che le richiedono. La moschea di via Meda in tal senso è un esempio virtuoso e può costituire un modello, perché non è stata donata da una amministrazione, ma è proprietà dei musulmani che da anni vi si recano quotidianamente per la preghiera e l’approfondimento della religione islamica. Essa è il risultato del sacrificio, anche organizzativo ed economico, compiuto da parte di alcuni cittadini che non si sono mai esibiti in plateali rivendicazioni per ottenere una moschea senza però al contempo compiere gli adeguati sforzi necessari per realizzarla. Nel caso di altre moschee, anzi più precisamente di altri luoghi o pseudo luoghi di culto, le cose sono andate molto diversamente: è accaduto esattamente ciò che in via Meda non è successo. - In che senso “è andata diversamente” ? Si tratta di una differenza molto chiara, tra chi si limita a rivendicare un luogo di culto e chi invece l’ha costruito, a partire dall’acquisto della proprietà, e negli anni l’ha fatto crescere senza chiedere mai nulla se non il riconoscimento dello status di luogo di culto religioso. La moschea di via Meda resta un esempio anche sul piano del metodo. I musulmani della Coreis che la gestiscono hanno, fin dall’inizio, conciliato l’approfondimento della dottrina religiosa, la ricerca sapienziale e la concreta pratica islamica, con il rispetto delle leggi dello Stato italiano, comprese quelle norme urbanistiche la cui applicazione è responsabilità dei Comuni. Bisogna distinguere l’ortodossia dall’integralismo e si deve fare anche uno sforzo culturale affinché si esca da questa ambiguità nell’utilizzo dei termini, perfino nella pubblicistica attuale: vi sono comunità religiose assolutamente ortodosse, come la Coreis, che attraverso una spontanea attività interreligiosa hanno alimentato ottimi rapporti con gli esponenti di altre fedi e attraverso un altrettanto spontaneo dialogo con le istituzioni hanno saputo essere naturalmente integrati nello Stato di cui si sentono e sono cittadini. Con queste azioni verso l’esterno nulla è stato perso della loro fede religiosa, che anzi è stata rispettata ed esaltata. Al contrario, le rivendicazioni di chi strumentalizza arbitrariamente le sacre parole della fede per fini particolari o personali destano piuttosto il sospetto di integralismo: le religioni contengono dentro di sé il seme per il rispetto dell’uomo e dei territori in cui vive, organizzato in società con altri uomini. Il Paese e le sue istituzioni sono comunque un po’ in ritardo nel processo di armonizzazione dei luoghi di culto per le comunità musulmane. - Ritiene sia adeguata la soluzione proposta di trasferire 4 mila musulmani da viale Jenner al velodromo Vigorelli per la preghiera del venerdì? E quella del Palasharp? Da subito non ho né sposato, né sostenuto, né accettato l’idea del Vigorelli, sia nel merito del luogo sia nel metodo scelto ma, ancor prima, per una questione cronologica che forse è anche logica: si trattava di una soluzione provvisoria senza alcuna idea sul dopo. Infatti questa opzione aveva all’inizio molti padri e poi si è ritrovata improvvisamente orfana, senza però che nessuno abbia fatto ammissione di miopia. Detto questo, sottolineo che ero e sono convinto dell’errore che ha compiuto chi ha consentito, per ignavia o paura, il cristallizzarsi della vergognosa situazione di viale Jenner, su cui è stato giusto intervenire. Meglio tardi che mai, e indietro per fortuna non si potrà tornare… Alcuni parlamentari egiziani hanno chiesto a tal proposito che venisse ritirato il loro Ambasciatore a Roma e che venissero espulsi i rappresentanti diplomatici italiani nei Paesi arabi. A chi nel mondo islamico ha sostenuto che è stata un’azione incivile, rispondo che ad essere incivile era invece la situazione precedente, non solo per gli abitanti della zona, ma anche proprio per i musulmani che pregavano in strada. Paradossalmente possiamo dire che i deputati egiziani dovevano protestare prima, non adesso: era quindi utile un chiarimento immediato con (qualcuno potrebbe dire tra) le autorità egiziane, a partire dal Console generale a Milano, su quanto accaduto negli ultimi anni e nell'ultimo mese in riferimento ai luoghi di preghiera dei musulmani. Certamente le informazioni corrette sulla questione non potevano costituire una base per sostenere quanto abbiamo ascoltato: Milano è una città civile, non mette in dubbio la libertà di espressione religiosa e rispetta l'Islam e le altre fedi, come dimostrato in molte ed evidenti occasioni di dialogo interreligioso, attraverso l'approfondimento dottrinale ed esempi di azione concreta. Al contempo, e non potrebbe essere diversamente, la nostra città vuole che si rispettino le leggi dello Stato, nell'interesse dei milanesi e anche di chi milanese in senso stretto non è, come molti cittadini stranieri, pure di religione musulmana. - In che senso la soluzione della moschea di via Meda rappresenta un modello? Non si penserà forse di trasferire i 4 mila di viale Jenner alla moschea della Coreis? Chi ragionasse così darebbe prova di non conoscere, neanche a livello superficiale, la positiva realtà di via Meda e di non aver compreso ciò che di importante la Coreis rappresenta. Fare spostare 4 mila musulmani nella moschea, ripeto moschea, di via Meda che ospita al massimo 150 persone creerebbe lo stesso problema di viale Jenner, mentre l’imam della moschea Yahya Pallavicini mi ha assicurato che in questi anni non è mai avvenuta nessuna preghiera nel cortile esterno o sul marciapiede o in strada. Anche su questo tema, di convivenza civile reale e percepita, la moschea della Coreis rappresenta un modello, perché è gestita responsabilmente da persone che ne sono i proprietari, che la frequentano da anni e che il resto del quartiere conosce e rispetta, dando così l’esempio di una integrazione riuscita. L’auspicio è che si creino altri luoghi di preghiera seguendo questo metodo. - Dal progetto per l’erigenda moschea al-Wahid, l’Unico, in via Meda, sono previsti anche spazi adibiti destinati all’insegnamento religioso islamico, alla formazione degli imam, all’approfondimento del significato spirituale della storia e della’arte islamica, e anche spazi per conferenze e approfondimenti di carattere interreligioso e culturale. Entrando negli spazi della Coreis in via Meda si ha una sensazione di tranquillità e di silenzio che parla, insomma di un’atmosfera adatta alla preghiera e alla meditazione, che dovrebbero essere i veri strumenti utilizzati nei luoghi di culto. Più profondamente, essa è forse il riflesso del puro scopo che alimenta chi la custodisce, uno scopo religioso e sapienziale di approfondimento della fede. Ne sono il segno tutte le attività che la Coreis italiana svolge già da anni, e non solo a Milano: principalmente attività di dialogo con le istituzioni e di dialogo interreligioso. E si tratta di attività non indotte ma su cui si è sempre naturalmente concentrata, come riflesso spontaneo di chi vive la propria fede religiosa, riconoscendo contemporaneamente anche le altre ed il contesto civile in cui abita. Questo è particolarmente possibile ed efficace per le religioni monoteiste, che guardano ad un unico Dio. Si tratta della ricerca di un’islamicità all’interno dell’uomo che non confligga con il mondo esterno, con leggi dello Stato. Questa è la condizione che devono trovare le nuove generazioni di musulmani, sia italiani d’origine sia immigrati, al riparo dalle suggestioni dei fanatici e dei fondamentalisti, amando il nostro Paese, rispettando le leggi dello Stato e onorando il tricolore, quale simbolo del passato e del presente dei valori della nostra comunità nazionale. Tutto questo, guardando ad un futuro da costruire necessariamente con questo spirito: se così non fosse, i rischi sarebbero gravissimi. - L’imam Yahya Pallavicini ha infine lanciato la proposta di una creazione di un organismo che possa interloquire tra l’amministrazione locale e la comunità islamica presente sul territorio? Cosa ne pensa della proposta, sarà attuabile? È auspicabile che le istituzioni favoriscano la creazione di luoghi di confronto che ispirino le scelte cui siamo chiamati. Si potrebbe pensare ad una Consulta regionale dell’Islam, senza che questa però sconfini assumendo funzioni più che consultive: dovrebbe formulare proposte ed esprimere pareri sulle questioni indicate dalle istituzioni locali. Nessuno potrà così pretendere di essere l’unico rappresentante del mondo islamico in una Regione e la presenza della Comunità islamica, anzi delle comunità islamiche, in questa Consulta o in quello strumento che si riterrà più idoneo, deve rispettare alcune precondizioni di carattere civile e quindi etico. Si deve partire dal rigetto di ogni forma di fondamentalismo, violenza, discriminazione e dalla condanna assoluta del terrorismo quale strumento di lotta religiosa o politica. Evidentemente si deve andare alla sostanza del termini ‘terrorismo’, comprendendo anche quello che alcuni definiscono ‘resistenza’: penso a ciò che accade tragicamente nell’area della Terrasanta. Potrebbe essere ripresa anche l’attività di stesura di un ‘Manifesto dell’Islam’ che i diversi esponenti andrebbero a sottoscrivere, con un pensiero dichiaratamente rivolto non solo al territorio italiano, ma anche a quei Paesi a maggioranza musulmana; il documento dovrebbe avere un’enfasi particolare sui principi della libertà A tal proposito, un riferimento all’esistenza dello Stato di Israele sarebbe un elemento fondamentale. Oltre al rispetto delle leggi italiane, ma dico anche dei principi dell’Unione Europea, sarebbe utile un’esplicita pari dichiarazione su tutte le altre religioni, a partire da quella cristiana cattolica, praticata dalla maggioranza dei nostri cittadini. Accanto alla Consulta, dobbiamo lavorare tutti insieme ad una sorta di ‘Statuto delle moschee’: dovrebbe comprendere norme sugli ‘oggetti’, le strutture in cui si svolge l’attività religiosa e, contemporaneamente, sui ‘soggetti’, gli imam che, come dice la radice lessicale araba, guidano le comunità di fedeli musulmani e che è necessario che parlino italiano, conoscendo leggi e cultura del nostro Paese.
'Isa 'Abd al-Haqq Benassi 24 agosto 2008 |