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“Etica e Capitale” secondo Dionigi Tettamanzi
Fra le numerose pubblicazioni e i dibattiti dedicati all’ultima enciclica di Benedetto XVI “Caritas in Veritate”, il recente libro dell’Arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, “Etica e Capitale”, si distingue per lo sforzo di applicazione dei principi spirituali alla complessità propria del mondo moderno nella sua dimensione più concreta del sociale, dell’economia, della finanza e degli equilibri fra popoli e nazioni. La sfida è infatti quella, propria per tutte le tradizioni spirituali, di occuparsi di tali questioni senza perdere la concezione di una trascendenza assoluta della Verità rivelata, ma al tempo stesso contribuendo ad una presenza attiva e vivificante di tale Verità nel contesto attuale del mondo. A tale fine l’Arcivescovo di Milano offre al pubblico un libro che è al tempo stesso una riflessione teologica sui presupposti dottrinali che stanno alla base della “dottrina sociale” della Chiesa Cattolica – rivisitando le tappe ripercorse dallo stesso Papa nelle precedenti encicliche “sociali” – ma anche una fotografia della realtà milanese alla luce dei sette anni di conduzione spirituale (un’intera parte è dedicata proprio alla situazione milanese) e, negli ultimi capitoli, un esempio di coinvolgimento attivo nella discussione da parte di vari esperti in materia di economia, fra cui Mario Monti, presidente della prestigiosa Università Bocconi di Milano, che hanno dato alcuni brevi e illuminanti contributi al libro. Il testo si presenta come una specie di “workshop” in una veste operativa alla ricerca di soluzioni concrete alle questioni analizzate dall’enciclica: prima fra tutte, quella centrale di come favorire il passaggio a una “post-economy” «le cui caratteristiche sono quelle di un’economia cui è stato tolto il piedistallo e che ritorna a misurarsi e a porsi al servizio di tutti i valori e le esigenze dell’uomo: di ogni uomo e di ogni popolo, di tutti gli uomini e di tutti i popoli. Questo ci dice, in estrema sintesi, che l’economia ha assoluto bisogno della dimensione etica». La risposta a questo “bisogno di etica” è contenuta, secondo l’autore, nel titolo stesso dell’enciclica papale, Caritas in veritate: la necessità di incarnare ogni forma di carità nella verità è infatti la sfida che tutti i religiosi devono affrontare: verità e carità che sono «fra loro inscindibilmente collegate». Come bene scrive Eros Monti nell’introduzione al libro, «la carità è minacciata non soltanto dalla difficoltà del suo realizzarsi, ma anche e soprattutto dal rischio di non essere vera carità, di essere cioè confusa con qualsiasi agire ben intenzionato o soltanto genericamente ben disposto verso gli altri ... La carità esige un continuo esercizio d’intelligenza e d’interpretazione della realtà cui dà il proprio apporto, suscitando l’agire e plasmandolo secondo il Vangelo. E così lo stretto legame con la verità consente di cogliere la carità come “via maestra della dottrina sociale della Chiesa”». Questa novità editoriale si presenta dunque come un “tavolo di lavoro” che per Tettamanzi deve poggiare su basi dottrinali che troviamo sintetizzate a p. 74: «La fede cristiana racchiude un triplice e unitario elemento: dottrinale, liturgico e vitale. Comporta nel credente l’adesione alla verità di Cristo e del suo Vangelo, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera, la vita vissuta nell’obbedienza al comandamento nuovo della carità cristiana. È dunque, per sua intima natura, una fede professata-celebrata-vissuta. Una fede, dunque, che si manifesta e si realizza nella sua integralità e unità». Vi è in questa necessità di trovare un’integralità fra vita spirituale ed esistenza una totale identità fra le religioni autentiche. L’intento di creare sinergie tra etica, politica, economia, finanza, commercio e i valori universali presenti nelle tre grandi religioni del monoteismo abramico – Ebraismo, Cristianesimo e Islam – rappresenta in realtà la svolta di un percorso iniziato già anni fa dalla Comunità Religiosa Islamica Italiana, la quale, nel settembre di quest’anno, ha pubblicato un documento di commento e di piena adesione all’Enciclica papale, documento che ha ricevuto il plauso e l’approvazione di numerose realtà economiche, civili, istituzionali italiane, non ultimo l’apprezzamento di Sergio Romano sul Corriere del 4 ottobre scorso. Si tratta di trovare una vera e propria via di mezzo, che i musulmani d’Occidente moderati, ortodossi ed ecumenici vorrebbero poter anch’essi contribuire a percorrere, per realizzare assieme quel “novum” di cui ci parla l’Arcivescovo. Ma questo, ci spiega l’autore, andrà fatto senza che la fede venga ridotta a mero sentimentalismo, ad una «interiorità che rimanda esclusivamente ai sentimenti e non ai comportamenti, ai giudizi della coscienza individuale senza riferimenti al vivere sociale e ai suoi aspetti normativi». Il cambiamento necessario, evocato da Benedetto XVI nell’enciclica in merito alle regole del mercato mondiale, verso quei principi etici che devono essere alla base di ogni vera economia, è un cambiamento «radicale», come spiega Tettamanzi, «una vera rivoluzione culturale» che potrebbe fondarsi su una comune sensibilità religiosa, basata sull’appartenenza ad un’unica tradizione abramica, portando cristiani e musulmani a collaborare anche nell’elaborazione di proposte concrete alla risoluzione dei principali problemi sociali. La naturale vicinanza fra la sensibilità religiosa cristiana e islamica, di recente sottolineata anche da parte cattolica con un rinnovato interesse per i princìpi etici dell’economia islamica, da parte di diverse testate quali L’Osservatore romano, Civiltà cattolica, Vita e Pensiero, può essere allora stimolata dal libro del Cardinale Tettamanzi e dall’Enciclica del Papa indirizzata “a tutti gli uomini di buona volontà”, cui naturalmente non si sottraggono i musulmani italiani ed europei, perfettamente consapevoli della necessità non tanto di una “nuova” etica, bensì dell’approccio responsabile e autenticamente religioso alle sfide del mondo di oggi.
Yahya 'Abd al-Ahad Zanolo 3 dicembre 2009
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