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Proponiamo alcuni inmterventi della tavola rotonda “Il gusto e lo spirito del cibo”, svoltasi il 6 ottobre 2009, all’interno del festival “Assisi Mosaic”, a cui hanno partecipato rappresentanti delle tradizioni indù, tibetana, ebraica, cristiana cattolica e islamica. Per parte islamica ‘Isa ‘Abd al-Haqq Benassi della COREIS Italiana, di cui qui di seguito il testo, mentre per parte ebraica ha partecipato Moshe Silvera, della Comunità Ebraica di Roma, con l’intervento dal titolo "Mangiare un’idea". Halâl e harâm: il lecito e l’illecito nell’alimentazione del musulmano
Bismillahi-r-rahmani-r-rahim Nel Nome di Dio il Clemente il Misericordioso
Che cosa mangiano i musulmani? O forse la domanda che più si sente è: che cosa i musulmani possono o non possono mangiare? E perché? La risposta è semplice: i musulmani possono mangiare e bere ciò che è lecito, halâl, secondo il termine arabo abbastanza noto, e viceversa non possono mangiare ciò che è illecito, harâm. A fornire i criteri e il valore del lecito e dell’illecito è la stessa Rivelazione coranica, prima ancora che la legge religiosa, la sharî‘a. Infatti, per tutto ciò che riguarda la religione, i musulmani si rifanno direttamente alla Rivelazione, che nell’Islam è il Corano, Verbo di Dio rivelato al Profeta Muhammad, e la Sunna dell’Inviato di Dio, lo stesso Profeta, esempio ispirato e universale di conformità alla Presenza divina, la sakîna in arabo, o la Shekinah in ebraico. Nel Corano e nella Sunna ha le sue radici la sharî‘a, la Legge sacra per la comunità islamica. Questa Legge divina, che non è per nulla paragonabile a una legge di uno stato moderno, e che non si riduce soltanto a un insieme di precetti, è una Guida per i credenti che, musulmani, muslimûn, ossia sottomessi a Dio, ricercano la conformità alla Sua Volontà più che alla propria. Essa contiene delle indicazioni e delle prescrizioni ben concrete, ma queste ultime non possono mai essere separate «letteralisticamente» dallo Spirito della legge che le ispira, poiché, come ricorda anche il Cristo, «la lettera uccide, lo Spirito vivifica». Nella Legge sacra sono così indicate cose e atti che sono proibiti, harâm, e altri che sono leciti, halâl. Tali concetti si estendono a tutto l’insieme della vita dei credenti, senza naturalmente esaurirlo, ma sancendo dei limiti all’interno dei quali i musulmani possono trovare, Dio volendo, in sha’Allâh, la Grazia divina. La finalità di tali prescrizioni non è mai soltanto un’adesione formalistica, e men che meno uno strumento di successo mondano o un segno di appartenenza etnica; esse hanno piuttosto e prima di tutto una finalità spirituale. Una tradizione religiosa quale è l’Islam considera infatti ogni azione e ogni gesto della vita come una possibilità di adorazione sacrale da parte del credente. Il Sacro Corano rivela e indica la presenza di Dio, o meglio di Allâh nella sacra lingua dell’arabo, in ogni aspetto della creazione; Presente e «testimone (shahîd) di ogni cosa» (XLI, 53), Egli conosce le azioni degli uomini e i segreti dei loro cuori. Tuttavia questa Presenza santa e santificante per la maggior parte delle creature è velata, nascosta; o meglio, sono le creature che nella misura della loro insincerità sono velate alla Presenza di Allâh. Di qui la necessità per l’uomo di aderire alla tradizione religiosa e alle sue prescrizioni, il cui scopo è quello di ricondurlo a quella condizione di purezza primordiale, la fitra, in cui la Presenza di Dio è accessibile, come prima della caduta era accessibile ad Adam (‘alayhi-s-salam, su di lui la Pace), che nel Paradiso terrestre poteva parlare direttamente con Allâh. Questo simbolismo coranico del Primo uomo e profeta dell’Islam Adam, ci ricorda anche che le prescrizioni relative a ciò che è halâl, lecito, e a ciò che è harâm, proibito, hanno anch’esse sempre un valore simbolico, perché i simboli rivelati, nonostante la loro apparente semplicità, sono in grado di trasmettere possibilità di conoscenza assai meno limitate che non i semplici concetti umani. Halâl, lecito, e harâm, illecito, si estendono così a tutti gli ambiti della vita, tra cui l’alimentazione, di cui ci occupiamo qui oggi.
Dice un versetto del Corano, nella Sura delle Api: «Mangiate delle cose lecite e buone (halâlan tayyibatan) che la Provvidenza di Allâh vi ha donato, e siate riconoscenti per il favore di Allâh, se Lui voi adorate! - Allâh vi ha proibito gli animali morti, e il sangue e la carne di maiale, e animali macellati invocando nome altro da Allâh. Quanto a chi vi è costretto, senza desiderio e senza intenzione di peccare, in verità Allâh è Indulgente Clemente» (XVI, 114-115). Il principio generale è che tutti i cibi e le bevande sono lecite, tranne quelli espressamente indicati come proibiti nel Corano e nella Sunna. Dal versetto citato emergono solo quattro categorie di cibi proibiti, harâm: sono gli animali morti, il sangue, la carne di suino, e gli animali sacrificati agli idoli, con l’aggiunta del vino e di tutte le bevande inebrianti, secondo altri versetti. Alle indicazioni coraniche si aggiungono quelle date dal Profeta Muhammad che riguardano sia le modalità corrette di accostarsi al nutrimento, sia indicazioni specifiche ulteriori riguardo a cibi e bevande lecite e illecite. Per esempio, ci sono indicazioni riguardo alla caccia e alle modalità in cui deve essere condotta, tratte da alcuni versetti e completate dalle indicazioni delle Sunna, come anche restrizioni circa altre categorie di animali terrestri oltre al maiale, come per esempio tutti i grandi animali da preda, o certi tipi di uccelli e di animali acquatici, e un insieme di altre indicazioni che vietano per esempio di nutrirsi di ogni cosa che sia dannosa. Rispetto a queste categorie di cibi, esistono poi altre gradazioni e qualità ulteriori che si affiancano a quelle di lecito e illecito. Dice una tradizione profetica: «Ciò che è lecito (halâl) è chiaro e ciò che è illecito (harâm) è chiaro. Tra i due vi sono cose dubbie riguardo alle quali gli uomini non sanno se siano lecite o illecite. Colui che le evita, al fine di salvaguardare la sua religione e il suo onore, è al sicuro, mentre chi vi prende parte potrebbe compiere qualcosa di illecito». Ci sono dunque alimenti dubbi (mashbûh), ma anche alcuni sconsigliati o riprovevoli (makrûh). Riguardo all’applicazione di tali categorie ai cibi e alle bevande, le scuole giuridiche (madhâhib), che solo nell’Islam sunnita sono quattro, tutte ortodosse (hanafita, malikita, shafi‘ita e hanbalita), esprimono posizioni leggermente divergenti. Ciò non deve stupire, poiché il Profeta ha detto: «nella mia comunità le differenze sono una benedizione», il che non significa che ogni cosa sia permessa, ma che all’interno dell’ambito del lecito c’è uno spazio per lo sforzo di interpretazione (ijtihâd), non individuale ma spirituale e intellettuale, proprio perché l’adesione alla Legge sacra non è mai passiva, ma sempre attiva e legata all’intenzione dei credenti così come allo sforzo di accrescere la conoscenza. Ci avviciniamo così a quella che è la questione centrale, ovvero quella dell’intenzione, la niyya. Infatti, si potrebbe essere tentati di interpretare solo formalisticamente, alla lettera, tutte queste indicazioni, finendo con l’identificare puramente e semplicemente le categorie di lecito e illecito con le cose stesse, cibi o bevande. Ma non è così, poiché halâl non sono solo cibi e bevande, bensì, in maniera molto più estesa, la corretta modalità di accostarsi al nutrimento. «Le azioni non valgono che per le intenzioni», ha insegnato il Profeta Muhammad, e nutrirsi è un’azione. Dunque la liceità dell’atto di nutrirsi riguarda anche l’approccio a esso. Un versetto della Sura della Mensa dice: «O voi che credete, mangiate in maniera lecita e pura (halâlan tayyibatan) di ciò che la provvidenza di Allâh vi ha donato» (V, 88). Così, se il nutrimento è un atto, si avrà in esso la presenza di differenti «attori»: chi mangia, ciò che è mangiato e infine l’atto stesso di mangiare. Innanzitutto, il nutrimento non è per l’uomo religioso uno scopo in se stesso, ma un mezzo per mantenere innanzitutto la salute e la forza dell’organismo corporeo. Insomma il musulmano non deve «vivere per mangiare», ma «mangiare per vivere». Naturalmente il beneficio corporeo è chiaro, anche se non sempre scontato, ma la prospettiva religiosa non si limita a tale piano, senz’altro importante, ma, senza trascurarlo, lo subordina prima di tutto alla dimensione dell’anima, nafs, e a quella dello spirito, rûh. L’atto di nutrirsi sarà lecito e buono, halâl, se sarà lecito e buono il rapporto tra colui che mangia e ciò che è mangiato, in maniera da rispettare la costituzione dell’essere umano e la sua finalità. L’alimento deve infatti costituire un beneficio, altrimenti non avrà alcuna utilità, e i limiti generali del nutrimento utile all’uomo religioso sono indicati proprio dalla Legge sacra, che orienta i credenti nel riconoscere ciò che Dio stesso ha prescritto come buono, come lecito o come illecito. In definitiva nell’Islam l’atto di nutrirsi è lecito, halâl, se è realizzato tramite un’intenzione e secondo delle regole conformi alla tradizione rivelata, e soprattutto temendo Dio, ma diviene harâm, illecito, quando queste condizioni sono eluse. Dice un altro versetto della Sura della Mensa: «Non v'è alcuna colpa, per coloro che credono e operano il bene, in quel che mangeranno, se temono Allâh, credono e operano il bene e ancora se temono Allâh e credono, e ancora se temono Allâh e sono buoni col prossimo, perché Allâh ama coloro che sono benefici» (V, 93). Naturalmente con ciò non viene meno il fatto che alcuni alimenti restino harâm, e siano consumabili dal musulmano soltanto in condizioni estreme come la necessità di sopravvivenza, ma sempre, dice il Corano, «senza desiderio e senza intenzione di peccare; in verità Dio è Indulgente Clemente» (XVI, 114-115). I musulmani si nutrono in nome di Dio, bismillâh, e non solo per se stessi: si nutrono per poter avere la forza e il sostengo materiale e qualitativo, esteriore e interiore, nel servizio e nell’adorazione di Dio. Questa prospettiva si traduce ritualmente in diversi modi, come l’ingiunzione di menzionare (dhikr) il nome di Dio al momento di portare alla bocca cibi e bevande, o nell’obbligo della macellazione rituale (dhabh o nahr) per gli animali leciti destinati al nutrimento. Entrambe sono forme rituali di sacralizzazione, che si pongono su un piano che non è semplicemente morale o igienico-sanitario, ma hanno un valore reale e simbolico, in quanto mezzi benedetti che rendono accessibili all’uomo le benedizioni dei pasti, esteriormente e interiormente. Notiamo poi che la partecipazione degli animali al sacrificio non è che una modalità di partecipazione alla Presenza divina, per loro come per tutta la creazione, grazie alla ritualità di cui l’uomo è responsabile nella sua funzione sacerdotale. Questa partecipazione alla Presenza divina si manifesta nel sacrificio rituale come anche nell’annuncio del Verbo, e lo ricordiamo proprio qui ad Assisi dove San Francesco rivolgeva persino agli uccelli la sua predicazione.
Espresse dunque queste linee dottrinali e simboliche, ci si chiederà: come si traduce oggi, in Europa e in Italia, l’applicazione di questi principi riguardo all’alimentazione per i musulmani? Nei quattordici secoli di storia dell’Islam le comunità dei credenti dal Marocco all’Indonesia hanno maturato grazie alla guida dei sapienti una consapevolezza, una sensibilità e un insieme di prassi consolidate dalla tradizione che hanno permesso loro di facilitare le condizioni che rendevano possibile il nutrirsi «in modo lecito e puro», halâl. La presenza di comunità musulmane in nuovi scenari, come quello europeo e italiano, hanno posto e pongono tutt’ora un problema di adattamento dei medesimi principi in modalità adeguate al contesto. Restando ovviamente immutata la priorità dell’intenzione, e anzi divenendo forse sempre più importante ribadirla, per non cadere nell’errore di riprodurre un contesto tradizionale in modo soltanto esteriore e formale, si pone il problema di operare di fatto un adattamento che abbia riscontri concreti e islamicamente leciti. Una delle soluzioni trovate dai sapienti delle comunità religiose è quella della Certificazione Halal. Si badi bene, tale soluzione non è né l’unica né la più importante, e presenta sia vantaggi sia svantaggi. Si tratta, come per ogni cosa, di applicarla con intelligenza e misura. I problemi principali, ma non gli unici, riguardano soprattutto la reperibilità della carne macellata ritualmente, nonché l’esclusione dell’alcool e dei suoi derivati come ingredienti alimentari a qualsiasi titolo e in qualsiasi misura. L’occidente non ha infatti attualmente la prassi della macellazione rituale, mentre i musulmani, e anche gli ebrei, l’hanno nelle rispettive leggi sacre. Si tratta allora di verificare la presenza di una particolare qualità degli alimenti, dei loro ingredienti e dei processi produttivi. Ecco allora che tra le varie e numerose certificazioni di qualità, come quella “bio” o altre ancora, può essere inserita anche quella “Halal”. Su questa base, vengono stabiliti per l’industria criteri e procedure verificabili di conformità ai principi religiosi halâl. In tal senso, ho personalmente preso parte a un “Progetto di Certificazione Halal”, promosso dalla Camera di Commercio della Regione Lombardia insieme alla COREIS Italiana, per la creazione di un Ente di Certificazione Halal italiano. Tale ente è appunto la COREIS, tramite il suo Comitato Etico HalalItalia, che ha creato e registrato un apposito marchio riconoscibile. Il progetto ha portato alla certificazione dei prodotti di alcune aziende italiane, prodotti che sono ora disponibili, con l’apposito marchio riconoscibile, nel commercio per il mondo musulmano italiano ed estero. Per concludere, va comunque ricordato che un cibo certificato Halal non sostituisce la partecipazione attiva del credente nel formulare l’intenzione da parte sua, come anche per coloro che lavorano alla produzione e alla certificazione. Se si tiene presente questo aspetto, allora la certificazione Halal potrà essere senz’altro un’occasione importante di conoscenza reciproca e collaborazione commerciale tra le comunità musulmane, i loro rappresentanti, le Istituzioni dello Stato italiano, le aziende e il mondo dei consumatori in Italia e nel mondo.
‘Isa ‘Abd al-Haqq Benassi 3 dicembre 2009
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