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“Il Cielo e la Terra”, spiritualità e piccolo schermo Intervista all’autore della trasmissione e al rappresentante islamico
In seguito al notevole interesse suscitato dalla prima serie della trasmissione “Il Cielo e la Terra”, andata in onda su Rai 3 fra giugno e luglio, Islamicità propone un’intervista doppia al produttore della trasmissione Fabrizio Rondolino, giornalista e scrittore, e al rappresentante islamico Yahya Pallavicini, imam e vice presidente della Coreis (Comunità religiosa islamica) italiana. In vista della prossima serie, già in programmazione, questa intervista è stata un’occasione per approfondire ulteriormente alcune fra le molte questioni stimolate nelle quattro puntate con i rappresentanti del Buddismo, Ebraismo, Cristianesimo e Islam, dedicate ai temi di Felicità, Aldilà, Male e Anima.
Con un inaspettato successo di pubblico (6% di share solo alla prima puntata, oltre 500.000 persone) “Cielo e Terra” dimostra che è possibile offrire alla platea televisiva un programma di alto livello, nonostante i temi dottrinali appaiano spesso incompatibili con le modalità espressive e i tempi dei mass media. Oltre al piccolo schermo, anche i rappresentanti religiosi dovrebbero trovare nuovi linguaggi? F. Rondolino - Il buon risultato di ascolti ottenuto dal programma non è una sorpresa. La domanda di ‘spiritualità’ (uso intenzionalmente un termine meno compromesso di ‘religione’) è oggi fortissima e viene soddisfatta soltanto in parte. È come se il mondo contemporaneo avesse deciso di delegare la ‘cura delle anime’ alla psichiatria e alle cartomanti, e di ridurre la religione a politica. Non è così, naturalmente: le grandi tradizioni religiose hanno molto da dire all’uomo contemporaneo – è questo, per dir così, il loro mestiere! Da questo punto di vista, la televisione è un mezzo come un altro. Ha il vantaggio di raggiungere contemporaneamente molte persone, e lo svantaggio di imporre una certa stringatezza che non sempre giova alla comprensione del discorso. L’essenziale, secondo me, è che il discorso religioso rimanga tale, e non si mescoli con altri linguaggi, magari nel tentativo di farsi più accattivante: la sua forza sta nella semplicità e nell’essenzialità. Y. Pallavicini - Riuscire a mantenere la fedeltà alla sostanza del messaggio religioso facendo sempre uno sforzo di adeguamento alla comprensione reale delle genti e alle caratteristiche del mezzo di comunicazione rappresenta la prova che ogni teologo deve cercare di compiere per evitare di cadere in un dogmatismo avulso dall'attualità o, al contrario, in una volgarizzazione del sacro. Anche se la televisione, l'orario del programma "Il Cielo e la Terra" e i secondi a disposizione sembrano rendere impossibile questo miracolo, ho l'impressione che questa esperienza abbia permesso una informazione che coniuga ricchezza spirituale agli interrogativi filosofici dell'italiano contemporaneo.
Evitando di trattare il “tema della religione in termini di geopolitica o mettendo in antitesi clericalismo e anticlericalismo” – come ha affermato lei stesso, Fabrizio Rondolino – “Cielo e Terra” ha offerto al grande pubblico un volto per certi versi nuovo dei religiosi e delle religioni, lasciando emergere la ricchezza di ogni patrimonio spirituale: dalla dimensione di pietà spirituale a quella intellettuale, spesso trascurata. Quali sono secondo Lei i pregiudizi maggiori che impediscono oggi un più qualificato e sostanziale apporto dei religiosi alla società? F. Rondolino - Se mi è concessa una battuta, i peggior nemici della religione sono i religiosi, i quali a volte scambiano il proprio ruolo con quello della guida politica o del severo maestro di morale. La politica e la morale sono dimensioni essenziali dell’agire umano, ma il pensiero spirituale in qualche modo le precede e, quando è autentico, le vivifica: ma non può decidere per loro. Ecco: sono convinto che se i religiosi parlassero di religione e rifiutassero le lusinghe della politica, molti pregiudizi verrebbero a cadere. Y. Pallavicini - L'ignoranza della vera natura della religione, del senso del messaggio divino, troppo spesso confuso con la cattiva interpretazione di alcuni fedeli sembra costituire un alibi prezioso a chi ha interesse a svilire e denigrare ogni genere di collegamento con Dio per promuovere al contrario una ideologia dell'io, una cultura egoista e narcisita base dell'individualismo, del sentimentalismo e dell'avarizia.
Secondo l’intento degli autori, la trasmissione ha cercato di non “dare l’idea di un supermarket delle religioni”. Non è infatti facile vedere, seduti sullo stesso piano, i rappresentanti delle maggiori tradizioni spirituali discutere sulle questioni più fondamentali, lasciando serenamente emergere i punti di contatto e le diversità. Ha avuto personalmente un accrescimento nella conoscenza delle altre religioni? Che importanza ha per Lei questo tipo di approccio ai fini del dialogo interreligioso? F. Rondolino - Pur essendo un non credente (o forse proprio per questo!) ho sempre avuto una forte curiosità intellettuale per il pensiero religioso, che soltanto in Occidente è separato (e spesso opposto) al pensiero filosofico. In Italia, per ragioni fin troppo note, scontiamo la presenza spesso soffocante di una monocultura cattolica che, purtroppo, non accenna a finire. Da questo punto di vista considero essenziale, oltre al dialogo formale, la presenza sempre più numerosa, nelle scuole italiane, di bambini non cattolici. Il dialogo infatti, secondo me, nasce dal confronto quotidiano, non dalla giustapposizione delle dottrine: che è un po’ quello che abbiamo cercato di fare con il programma. Per me la scoperta più importante – e non lo dico perché sto rispondendo a voi – è stata senz’altro l’Islam, che oggi paga purtroppo il prezzo più alto alla strumentalizzazione geopolitica delle tradizioni religiose. Y. Pallavicini - Credo sia opportuno avere la consapevolezza delle differenze tra il mondo ordinario e il momento televisivo che ha il pregio di concentrare e valorizzare in tempi stretti ciò che normalmente viene fatto giorno dopo giorno tra credenti e non credenti, fedeli e responsabili religiosi all'interno della propria comunità e in dialogo con le altre confessioni. Il fatto di poterci confrontare su un tema specifico come la felicità, l'anima, il male o l'aldilà mi ha senz'altro arricchito nella varietà delle prospettive che ognuno di noi ha presentato. Credo comunque che aldilà delle differenze di religione, sia stato interessante cogliere anche le differenze di sensibilità e di interpretazione della religione rispetto a certi temi. Sono convinto infatti che, nella stessa comunità religiosa, alcuni possono trovarsi più o meno d'accordo con un certo tipo di elaborazione e magari sentirsi più affini con la posizione espressa sull'argomento dal rappresentante di un'altra fede.
Felicità, Aldilà, Male e Anima: quali altri temi – e perchè – proporrebbe per un’eventuale seconda edizione di “Cielo e Terra”? F. Rondolino - Speriamo di poter preparare l’anno prossimo un nuovo ciclo di trasmissioni. L’idea è di occuparci dei vizi (o peccati) capitali. Sebbene siano riconosciuti come tali soltanto dalla Chiesa cattolica, hanno di fatto un ruolo universale (anche in virtù delle loro radici greche), e possono tranquillamente costituire un buon punto di partenza per delineare una mappa delle passioni umane. Nell’abbozzare questo secondo ciclo abbiamo scoperto un ottavo peccato, che la Chiesa nel Medioevo aggiungeva alla lista: la tristezza, cioè l’incapacità di godere della bellezza del creato. Y. Pallavicini - Proporrei un itinerario sui 10 Comandamenti, principi religiosi e confronto con esempi di ricadute pratiche nella storia contemporanea. Poi un confronto sui Profeti: Adamo e Eva, Noè, Abramo e la sua discendenza, Mosè e suo fratello Aronne, Gesù, Muhammad. In che misura l'esempio dei Profeti e dei maestri spirituali ispira i fedeli nelle sfide intellettuali del mondo moderno? Oppure puntate tematiche su Fede e Ragione, Etica e Politica, Giustizia e Pace, Religione e Scienza.
Yahya 'Abd al-Ahad Zanolo 25 settembre 2008
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