In nome di quale Islam?


Nelle trasmissioni televisive e nei dibattiti sulla stampa che hanno per oggetto le religioni, la confusione su cosa siano realmente l’Islam piuttosto che le religioni in generale sta raggiungendo a nostro avviso livelli preoccupanti.
In particolare, i casi di devianza vengono enfatizzati e identificati tout-court con l’Islam e i musulmani, mentre gli esempi virtuosi, che pure non mancano, vengono sistematicamente ignorati.
In questo modo, la possibilità di una testimonianza intellettuale e concreta delle comunità religiose autentiche e affidabili, che sono le prime vittime di tale confusione provocata ad arte tra religione da una parte, sacra e benedetta, e ideologia, fanatismo e violenza dall’altra, viene di fatto impedita a vantaggio di un’immagine dell’Islam che paradossalmente fa buon gioco proprio alle correnti ideologiche dell’integralismo.
In nome di quale Islam possono essere compiuti attentati terroristici e omicidi, addirittura verso membri della propria famiglia? E non è già assurdo e blasfemo il solo ricorrere al nome “Islam” quando si parla di cose simili, anche se si ha cura di specificare che non si tratta certo di quello spirituale, tradizionale, ortodosso, autentico e sacrale? Ci sono forse altri Islam?


«Non vi è coercizione nella religione», dice il sacro Corano (II, 256); e non si tratta soltanto di un invito, nel senso che «la coercizione nella religione non dovrebbe esserci», ma di un’affermazione di principio e di fatto: «Non vi è coercizione nella religione». Dove vi è coercizione siamo fuori dalla religione, poiché la religione si fonda su un’adesione del cuore tramite la luce della fede e della conoscenza.
Si sente dire che le comunità religiose «buone» sarebbero una minoranza, mentre la realtà dei fatti dimostrerebbe che le religioni sono fonte di odio, discriminazione, chiusura. Considerazioni del genere si fondano però soltanto su basi statistiche manipolate ad arte e su argomentazioni assai superficiali, che non spiegano per nulla le cose poiché non considerano che una “minoranza rumorosa” emergente, la quale non rappresenta in nessun modo la “maggioranza silenziosa” di oltre un miliardo di musulmani nel mondo che vivono pacificamente la loro religione.

Occorre invece classificare certi fenomeni nelle appropriate categorie sociologiche, piuttosto che attribuirli alle religioni. Mettendo da parte il terrorismo, il quale richiede spiegazioni più complesse che esulano dalla finalità del presente articolo, i fenomeni di follia che si sono manifestati anche all’interno della comunità islamica in Occidente non sono in sostanza diversi da altri fenomeni di follia che si manifestano frequentemente in ogni parte del mondo, a prescindere dall’appartenenza religiosa o culturale. E’ anzi proprio la perdita di un’autentica partecipazione ai principi metafisici della religione e a una pratica intelligente dei riti a far scadere in un letteralismo nefasto e nell’incapacità di sostenere le sollecitazioni caotiche del mondo moderno, alimentando i peggiori istinti invece di controllarli.
Se, infatti, è vero che di questi tempi la religione viene strumentalizzata, distorta, profanata, e che alcuni presunti «religiosi» riescono a profanare la stessa sacralità della Creazione e dell’essere umano, fatto «a immagine e somiglianza di Dio», ciò non significa affatto che si debba imputare alla religione la radice di tale male. Al contrario, appare con ogni evidenza che la causa di questa disarmonia non è il fatto che gli uomini siano «religiosi», ma proprio il fatto che non lo sono più o non lo sono più a sufficienza: la radice di questi mali e di questi veri e propri «sacrilegi» è nell’uomo che dà peso e realtà alle tendenze più basse della sua natura, giungendo in alcuni casi alla pretesa di poter ammantare tali aberrazioni con il nome di «giustizia divina». Il sacro Corano dice in proposito: «I loro cuori si indurirono e Satana rese bello ai loro occhi quello che facevano» (VI, 43).
Paradossalmente, ciò che sembra venire meno è proprio la capacità di discernere e di «ragionare», di distinguere la realtà dall’illusione, la verità dalla falsità, la caricatura dalla testimonianza autentica, in un’epoca che vorrebbe dirsi più d’ogni altra «razionale», «evoluta» e «intelligente». Ebbene, che dia prova della sua intelligenza!
In quest’ottica può essere utile riprendere il significato autentico di quei termini che all’inizio di queste righe abbiamo detto caratterizzare il vero Islam, e cioè: spirituale, tradizionale e ortodosso.
Islam significa «sottomissione a Dio nella Pace», ed è il nome di una religione, non di un’ideologia né di una cultura. «Mi è piaciuto di darvi come religione l’Islam» dice Dio nel sacro Corano (V, 3). Lo scopo della religione è la conquista della «Pace», quella vera, la Pace dello Spirito e la pacificazione dei cuori degli uomini.

L’Islam è spirituale, perché è grazie allo spirito che l’uomo è fatto «a immagine e somiglianza di Dio», e la vera guerra santa, la «grande guerra santa», il jihad al-akbar, come insegna un detto del Profeta Muhammad, è quella interiore contro se stessi, contro la propria anima passionale che vorrebbe sostituirsi a Dio anche nel giudicare e dispensare la giustizia.
Ma è anche tradizionale: infatti, la religione non è frutto di idee estemporanee e di opinioni individuali degli uomini, ma è frutto di una Tradizione rivelata, di una Rivelazione divina. La sua essenza non è una concezione umana, ma il Verbo divino, lo stesso Verbo che è unico e che si rivela agli uomini in forme differenti, in tempi e luoghi diversi e secondo la loro capacità di comprendere; quel Verbo che si è rivelato in forma di Legge, la Torah, per gli Ebrei, in forma di Uomo, il Cristo, per i Cristiani, e in forma di Libro, il Corano, per i Musulmani. Tradizionale non è affatto sinonimo di arcaico o di primitivo, perlomeno non nel senso peggiorativo dei termini: lo spirito della religione si trasmette al di là delle forme nelle varie epoche, e non va confuso con le culture o con gli usi e costumi etnici.
Infine l’Islam autentico è ortodosso, perché l’ortodossia è la conformità alla dottrina che rispecchia la Realtà essenziale, metafisica, e di conseguenza la Verità rivelata da Dio. Se l’insegnamento di una religione non fosse effettivamente conforme alla Realtà, verso la quale deve fungere da guida, quale utilità potrebbe mai avere?
Oggi, tuttavia, anche solo parlare di Verità suscita fastidi, e se l’Avversario ha già da tempo convinto gli uomini a negare le «verità di principio», si sta accanendo ora a negare persino le «verità di fatto», come ben dimostra la cronaca, spesso lontana da una qualsiasi obiettività comunicativa.
Va inoltre detto che, sebbene l’Islam insegni anche a vivere, è, come ogni religione, assolutamente non «mondano»: il suo fine è quello di guidare l’uomo in questo mondo e nell’Altro, e nell’Altro prima ancora che in questo: «Voi preferite la vita di questo mondo, ma l’altra è migliore e più duratura» (LXXXVII, 17).
Questi concetti, che ai religiosi dovrebbero apparire scontati, sono da ritrasmettere con urgenza anche con l’aiuto dei media, in modo da riportare, sia nella società occidentale sia nelle comunità religiose, un livello adeguato di approfondimento nell’approccio ai contenuti della religione e ai temi cruciali legati alla vita religiosa nella società attuale.

Un errore di principio, considerato da alcuni con una certa ingenuità e da altri con una certa violenza, consiste nel considerare l’educazione islamica, o l’ “insegnamento dell’Islam”, come qualcosa di fine a se stesso, dai musulmani per i musulmani, quasi finalizzato ad alimentare quell’idea di “società parallela” che proprio il fondamentalismo vorrebbe istituzionalizzare. Non si vuole considerare l’Islam come una Tradizione millenaria inserita nella corrente dell’eredità Abramica comune anche ad Ebrei e Cristiani, e quindi capace di fornire apporti culturali e spunti di riflessione intellettuale fruibili anche dalla società occidentale, senza che questo debba comportare conversioni o apostasie né da una parte né dall’altra?
Proprio perchè l’epoca attuale mette a disposizione una quantità e una varietà di mezzi di comunicazione veramente notevoli, è necessario uno sforzo nell’utilizzo di tali mezzi affinché siano adoperati nella maniera corretta. Nell’Islam, lo scopo dell’informazione e della comunicazione è sempre e soltanto la Conoscenza della realtà, di se stessi e di Dio: «Chi conosce se stesso conosce il suo Signore», riporta un detto del Profeta Muhammad che ricorda il monito socratico «conosci te stesso». Se non si riconoscono i condizionamenti del mondo e di se stessi, non è possibile elevarsi al di là del mutamento a una visione metafisica e realmente unitaria della Realtà.
L’Islam è infatti la religione della Pace, come dice il nome, ma anche dell’Unità: la vera Pace può essere trovata solo nell’Unità. Così bisogna dire che non è affatto islamica una concezione che inciti a una strumentalizzazione moralista della distinzione tra “credenti e miscredenti”, identificando presuntuosamente sempre i primi con se stessi e i secondi con coloro che aderiscono a una forma confessionale diversa. La distinzione tra le forme è sempre relativa, e assolutizzarla è il tratto distintivo non dei religiosi, ma degli integralisti, e non rispecchia minimamente l’insegnamento coranico: «Se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità; vi ha voluto però provare con quel che vi ha dato; gareggiate in opere buone: tutti ritornerete a Dio ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali ora siete discordi» (V;48).
Non c’è nell’Islam alcuna propensione per l’opposizione o la discordia, neanche all’interno della ummah stessa: «Le differenze all’interno della mia comunità sono una benedizione» recita un hadith del Profeta Muhammad. La dottrina dell’unità – at-tawhid – che pure è fondamento e scienza principale della dottrina islamica da quattordici secoli – non ha nulla a che vedere con una omologazione più o meno forzata e coercitiva a qualunque livello della comunità islamica, che invece andrebbe soprattutto oggi aiutata ad esprimersi in tutta la sua ricchezza e complessità.

Il vero combattimento richiesto oggi ai musulmani è quello intellettuale contro l’ignoranza e contro le sue cause, interiori ed esteriori, che si oppongono alla realizzazione di questa Unità.
Oggi, bisogna dichiararlo formalmente, non sono più i tempi in cui lo sforzo spirituale, il jihad, possa assumere le forme di una guerra esteriore, come vorrebbero invece i fondamentalisti, che sembrano attratti più dalla passione della guerra che non dalla guerra contro le passioni.
Oggi la battaglia si gioca non con gli eserciti ma su altri fronti, soprattutto quello della formazione e dell’educazione. E non basta più ribadire con forza la verità delle cose, ma occorre forse ritornare a interrogarsi criticamente su quelle tappe della storia del pensiero dell’umanità che hanno creato delle vere e proprie fratture non tanto con il passato quanto con le realtà celesti.
L’Islam moderato e intellettuale ha dei contenuti positivi da proporre anche per lo sviluppo della società contemporanea, per la promozione della pace e della sacralità della vita nell’incontro fra i popoli, contributo che crediamo di estrema importanza nei momenti critici che tanto la comunità islamica quanto la società occidentale stanno vivendo.
I terreni dell’educazione interculturale e interreligiosa, del diritto, della scienza, dell’economia e della finanza, dell’etica e dell’ambiente, sono solo alcuni degli ambiti in cui una collaborazione effettiva tra tutti gli uomini e donne di buona volontà non solo è possibile, ma addirittura imprescindibile.


Yunus Abd an-Nur Distefano – portavoce
CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana
Yahya Abd al-Ahad Zanolo – direttore
Islamicità – La rivista dell’Islam italiano (www.islamicita.it)
Mulayka Laura Enriello – presidente
I.S.A. Interreligious Studies Academy

12 novembre 2009