L'Islam e la comunità internazionale
Si è recentemente concluso a Davos in Svizzera il World Economic Forum, appuntamento annuale che vede riuniti rappresentanti e personalità del mondo politico, economico e culturale provenienti dall'intero globo, convocati per discutere i principali problemi internazionali.
Da qualche anno, data la rilevanza che i rapporti del mondo islamico con il mondo occidentale hanno sugli equilibri internazionali, all'interno dei lavori del WEF ha preso vita anche una sezione dal nome World Islamic Forum, composto da eminenti e qualificate personalità politiche e religiose del mondo islamico, tra i quali i C100, cento esponenti di un Islam che cerca, tra molte difficoltà, di stabilire un dialogo proficuo all'interno della comunità internazionale. Il mondo islamico e il mondo occidentale sono infatti chiamati a svolgere una parte davvero da protagonisti nel tessere un dialogo interreligioso, interculturale e internazionale che sia veramente costruttivo.
Un importante impulso in questa direzione è venuto da S.A.R. Principe Ghazi bin Mohammed di Giordania. Veramente notevole la posizione da lui espressa nel precedente WEF, ad Amman nel marzo 2007: «Se non lasciamo che la voce dell'ortodossia delle nostre religioni parli per la pace, le nostre religioni rischiano di essere misconosciute e manipolate per portarci nel mezzo di un conflitto». La conoscenza e il dialogo tra le ortodossie religiose, in particolare delle tre religioni monoteistiche, Ebraismo, Cristianesimo e Islam, è la vera chiave della lotta contro il fondamentalismo, il terrorismo o il laicismo, prospettive accomunate dall'ignoranza del vero carattere delle dottrine religiose.
Su questa stessa linea, il Principe Ghazi è tra i promotori della lettera che 138 sapienti musulmani hanno indirizzato a tutte le guide religiose cristiane e in particolare al Pontefice BenedettoXVI, lettera dal titolo Una parola comune tra noi e voi, con la proposta di iniziare un colloquio fraterno e interreligioso a partire dal duplice comandamento dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo, comune alle tre religioni abramiche.
Come rimarcato dallo stesso principe Ghazi, tuttavia, gli ostacoli da risolvere per un vero confronto internazionale tra l'Occidente e l'Islam restano molti e impegnativi. Innanzitutto, vi è spesso un problema di coordinamento e di intesa tra i vari organismi islamici impegnati nella pace e nel dialogo, fatto che rende più complicate e più lente le sue iniziative. Effettivamente, dal punto di vista della partecipazione a riunioni internazionali o a specifici incontri di lavoro, il fronte moderato si presenta variegato, certo ricco, ma sostanzialmente privo di un unico intento.
Con questo non vogliamo affatto auspicare che vengano minimizzate, nascoste o cancellate le provvidenziali differenze insite nella comunità islamica, ma soltanto constatare che, per il mondo islamico contemporaneo, lo sforzo delle parti per elevarsi ad una visione d'insieme che trascenda le contingenze, senza con ciò annullarle, resta una condizione ancora lontana. Sotto questo profilo, il mondo fondamentalista appare purtroppo assai più coeso e determinato; certo, si tratta di una coesione nell'ignoranza, di un unità tutt'altro che intelligente e organica, bensì piuttosto monolitica, per non dire vuota e in definitiva di un'unità nell'errore, dalla quale il Profeta Muhammad disse che sarebbe stata preservata la comunità dei credenti autentici.
Anche per quanto riguarda i finanziamenti a disposizione dei vari fronti islamici, si deve constatare un gap operativo-organizzativo tra fondamentalismo e Islam dialogante. Le organizzazioni terroristiche hanno saputo tessere una rete capillare ed efficace, capace di far convergere su di sé flussi di denaro dalle situazioni più disparate, dall'elemosina del semplice credente, molto spesso prelevata in moschee poco trasparenti durante la preghiera del venerdì, all'investimento e allo spostamento di grandi capitali sul mercato finanziario internazionale, spesso attraverso società fittizie create ad hoc.
Il fronte moderato appare invece diviso, mancando una strategia di investimento, organizzazione e scelta, sia della qualità che della quantità degli eventuali finanziamenti da richiedere per le proprie attività. Ciò contribuisce purtroppo ad alimentare in Occidente il sospetto che il mondo islamico finanzi solo e unicamente attività di tipo integralista se non addirittura terrorista, dando l'immagine falsa di un Islam unito ed efficace soltanto nell'ostilità.
I paesi islamici che hanno veramente a cuore i rapporti con il mondo occidentale dovrebbero certamente investire molto di più di quello che fanno ora, e soprattutto farlo meglio. Innanzitutto occorrerebbe un maggior coordinamento tra i governi, affinché sia possibile riconoscere quali organizzazioni possono godere della fiducia e del prestigio nazionale ed internazionale da parte degli investitori, separandole dalle attività terroristiche. Il monitoraggio delle moschee, dei luoghi di culto e di riunione non può che favorire questa attività che abbiamo chiamato di investimento e non di finanziamento, non certo per un errore, quanto piuttosto perché sostenere attività volte al dialogo e ad uno sviluppo armonioso dei rapporti culturali e religiosi costituisce un vero e proprio investimento sul futuro dell'umanità. Lo sforzo dovrebbe dunque essere maggiore, sia da parte dei finanziatori che da parte dei riceventi, per poter essere da entrambe le parti autentici ricettacoli di fede e di sforzo spirituale.
Le cose d'altra parte non vanno meglio dal lato occidentale, anche se in maniera un po' differente. Ad esempio raramente si trova da parte del mondo occidentale una sponda sincera, volonterosa e intelligente a questi sforzi di dialogo e di conoscenza reciproca. Si può lamentare, e l'Italia in tal senso è in una condizione quasi disastrosa, una quasi totale ignoranza della Tradizione islamica e dei suoi principi, spesso confusi con mode o costumi tribali, della quale si vede soltanto la scorza e nemmeno si mostra interesse a conoscerne il nocciolo.
Di ciò si può forse trovare una concausa, come sottolineava lo stesso Principe Ghazi bin Muhammad nel WEF del 2007, nella faziosità e nella bassissima qualità dell'informazione mediatica contemporanea. Privilegiando la sensazionalità all'oggettività, la superficialità alla profondità, la facilità alla complessità, i media contribuiscono grandemente a limitare la portata della conoscenza delle situazioni internazionali e delle tradizioni spirituali, religiose e culturali che ne sono le protagoniste. Ciò nulla toglie al fatto che uno sforzo sapiente ed effettivo per il dialogo e la conoscenza è troppo poco diffuso, ma di certo i media non aiutano a comprendere le cose in maniera chiara.
Abbiamo sin qui usato il termine Occidente quasi a identificarlo con “l'altro” dall'Islam, separando forse artificiosamente due aspetti, certo prioritari, di una realtà ben più complessa. Occorre ricordare di nuovo che l'Islam è prima di tutto una Religione, e che solo secondariamente si parla di civiltà e cultura islamica. D'altro canto, l'Occidente non è una religione (anche se alcuni fanatici lo pretendono), ma una civiltà o una cultura, sorta nel seno del Cristianesimo, questo sì una Religione al medesimo titolo di quella islamica.
A ben vedere dunque il cosiddetto dialogo tra mondo occidentale o mondo islamico è ben più complesso, e comprende diversi livelli che occorre saper distinguere. Innanzitutto, come dicevamo sopra, si ha il dialogo tra le Religioni: esso non comporta problemi di sorta se a dialogare sono le ortodossie religiose, poiché esse, espressioni relative dell'unica Verità assoluta, non saranno mai in contraddizione quanto all'essenziale, e si accorderanno di conseguenza nella convivenza pacifica. Qualora invece il dialogo interreligioso presenti incomprensioni, discordie e fanatismo, si deve avere il legittimo sospetto che almeno una (o entrambe) le parti in dialogo siano poco ortodosse (e dunque poco religiose).
A un secondo piano si situa il dialogo e il confronto tra le civiltà e le culture. Esse non sono espressioni assolute, ma sono soltanto le molteplici modalità in cui i popoli hanno adattato i propri stili di vita in seno alla Tradizione religiosa nella quale erano inseriti. Questi caratteri sono ancor più relativi delle forme religiose, le quali sono ben più vicine all'essenziale che non le civiltà e le culture. La vera sfida dei nostri tempi riguarda gli uomini religiosi, i quali dovranno sapersi rivolgere all'essenziale, la dottrina sacra, e saperla custodire, adattandola sapientemente ai nuovi contesti di spazio e tempo di questo mondo, senza attaccarsi alle forme culturali, ma imparando a dare a esse l'importanza relativa che spetta loro.
A questo titolo, spesso non si sottolinea con la dovuta incisività la presenza in Occidente, qui in Europa e in America, di un numero sempre più cospicuo di religiosi musulmani, immigrati di prima, seconda o terza generazione o anche occidentali entrati nell'Islam. Ciò riduce ancora la portata della visione artificiosa che contrappone astrattamente l'Occidente all'Islam. Tale presenza deve essere tenuta nella massima considerazione, se si pensa ad un vero e proficuo dialogo tra la tradizione religiosa islamica e la civiltà sorta in Occidente. Questi musulmani d'Occidente vivono infatti in loro stessi lo sforzo di realizzare quella sintesi qualitativa tra Oriente e Occidente che dovrebbe essere l'esito positivo del dialogo interreligioso, interculturale e internazionale.
La presenza islamica in Occidente non si riduce a questioni di flussi migratori o di ordine pubblico. Sebbene il controllo e le precauzioni di ordine sociale siano senza ombra di dubbio un importante bastione contro il terrorismo, non è a questo livello che la questione può essere compresa e risolta. Ad esempio, combattere il terrorismo con una banale promozione, diremmo soltanto orizzontale, della tolleranza, non permette al dialogo di elevarsi veramente in maniera costruttiva, diremmo verticale, portando alla conoscenza di sé e della realtà. Molto spesso si tollera chi si vuole sopportare, colui che non si può fare a meno di avere in giro, piuttosto di colui che si vuole veramente conoscere.
Da questa rapida scorsa risulterà forse che le prospettive internazionali non sono tra le più confortanti, ma da uomini di fede sappiamo che ciò è nella natura delle cose. Vi è, dato il carattere finale dei tempi in cui la Provvidenza ci ha collocati, un senso escatologico della realtà che sfugge necessariamente nei grandi appuntamenti internazionali, legittimamente e giustamente interessati a decifrare le previsioni di crescita economica piuttosto che l'esito delle prossime elezioni americane o italiane.
Di fatto, qualsiasi ambito della vita è per gli uomini religiosi un luogo dal quale trarre una conoscenza qualitativa e dove esercitare un'azione intelligente: la sfida è sapere armonizzare tutti i piani, secondo la loro natura, con un impegno costante e volto alla sola soddisfazione di Dio, al di là degli esiti positivi o negativi del dialogo e dell'incontro tra le varie parti.
Essere europei e al tempo stesso musulmani è una straordinaria opportunità che Dio dà ad alcuni uomini affinché possano essere nel mondo strumento di vera ed autentica fratellanza. La speranza e lo sforzo si rivolgono all'allargamento di un fronte di dialogo moderato e di sincero riconoscimento, poiché forse senza di esso qualsiasi consesso internazionale non potrà mai dipanare quello che appare come tra i più essenziali nodi del XXI secolo. Tale impegno, se rettamente orientato, oltre a portare in se stesso i suoi frutti, servirà a togliere agli scettici di ogni parte qualsiasi alibi per evitare questo cruciale appuntamento.
Yusuf Abd Al Hakim Carrara
03 marzo 2008
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