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La coesistenza religiosa: nuova sfida per lo Stato laico a cura di Giovanni Battista Varnier
Recensione
Nell’epoca attuale si assiste a molti cambiamenti nella società europea, e uno di questi cambiamenti è il nuovo scenario in cui si trovano a coesistere in Italia e in altri paesi europei comunità religiose di tutte e tre le rivelazioni del monoteismo abramico: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Come l’istituzione statale deve comportarsi di fronte a questo contesto che per essa è nuovo? Il volume La coesistenza religiosa: nuova sfida per lo Stato laico, a cura di Giovanni Battista Varnier, affronta proprio questo problema in numerosi dei suoi aspetti, un testo che risulta prezioso da approfondire per chiunque intenda cogliere i tratti principali del problema.
I diritti dell’uomo, la democrazia e la religione, il rapporto tra Islam e Occidente, la laicità e il dialogo interculturale, la cittadinanza per gli stranieri, il matrimonio islamico la sicurezza e l’immigrazione: ecco alcuni dei temi affrontati nel volume curato da Giovanni Battista Varnier, professore ordinario di Storia e sistemi dei rapporti tra Stato e Chiesa all’Università di Genova. Il testo, utilizzato principalmente in ambito universitario per gli studenti della Facoltà di Giurisprudenza, raccoglie anche contributi di numerosi docenti, giuristi e magistrati italiani, tra cui Massimo Campanini, ricercatore di filosofia e studioso di diritto musulmano, Alessandro Albisetti, preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università Statale di Milano, Ugo Taucer, dirigente presso il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, Adriana Gardino, Giulio Gavotti e Giuseppe Rivetti.
In quello che rappresenta il contributo centrale del volume, Libertà, sicurezza e dialogo culturale come coordinate del rapporto tra islam e occidente, Varnier prende in maniera decisa le distanze dalla tendenza ‘laicista’: la laicità della fede, principio su cui è possibile edificare una società interreligiosa, non è sinonimo di ateismo di stato, posizione invece di chi, «spaventato dal fondamentalismo, abbraccia una scelta anch’essa fondamentalista». Quando la laicità si arrocca su posizioni non solo neutre verso la prospettiva religiosa, ma ad essa opposte, diviene anch’essa un’ideologia. Se è vero che i religiosi fondamentalisti, i quali hanno sostituito alla prospettiva ortodossa della fede un’ideologia, di qualsiasi genere essa sia, e che dunque religiosi autentici non sono più, costituiscono un problema serio sia per le comunità religiose che per la società civile, ciò non comporta che la risposta ad essi debba essere una negazione pura e semplice della prospettiva religiosa.
«Il laicismo non è una soluzione»: confondendo la prospettiva religiosa con quella fondamentalista, che spesso è a torto associata soltanto con la religione islamica, si finisce per perdere anche la consapevolezza della tradizione cristiana. Così secondo Varnier il rischio sembra essere questo: col pretesto di isolare alcuni fanatici religiosi si finisce di fatto per eliminare toto coelo il contributo sacrale delle tradizioni religiose alla vita culturale e sociale dello Stato. Ma questa eventualità deve essere scartata, e sia le comunità religiose che lo Stato devono percorrere una via mediana tra l’esclusivismo confessionale di un’unica fede, quella dei fondamentalisti, e il relativismo laicista che vuole escludere la prospettiva religiosa dalla società.
Ricorda allora Varnier che «è la Carta costituzionale che prevede un sistema di riconoscimento e di collaborazione (cioè di lavorare assieme) con le confessioni religiose e ne riconosce il loro diritto attraverso concordato e intese e affida a tali confessioni compiti sociali da attuare con finanziamenti pubblici». Lo Stato laico deve garantire al contempo la libertà religiosa e la sicurezza della società, adempiendo alla funzione imprescindibile di garante e tutore della coesistenza delle diverse comunità religiose, ma è anche chiamato a riconoscere alle stesse comunità quella funzione di orientamento sacrale, conoscitivo ed educativo nella vita della società.
Il contributo delle comunità religiose alla società deve essere rivalutato, e in tal senso «si presenta l’occasione per sgombrare il campo dall’equivoco di identificare l’Islam come il prototipo del fanatismo integralista. Sono diversi i volti dell’intransigenza e abbiamo un integralismo cattolico, protestante, ebraico, ma anche induista ed ecologista». L’ostacolo a una società sicura, libera, matura e – aggiungiamo noi – sacrale, non è l’elemento religioso, che al contrario ne costituisce proprio lo spirito vivificante, ma l’integralismo e l’esclusivismo sotto qualsiasi forma.
Così secondo Varnier la funzione dello Stato non può essere limitata a quella di garante della libertà religiosa e della sicurezza pubblica, ma di promotore di un dialogo serio: e «dialogo non vuol dire vogliamoci bene, questo è il buonismo dei deboli, ma promuovere lo sviluppo della civiltà nell’incontro delle culture che non si identifichi con la tolleranza di superficie». In tal senso la conoscenza delle religioni e delle culture risulta fondamentale, sia per dissipare i pregiudizi, così banali ma tanto diffusi, sia per fornire ai soggetti in gioco una possibilità di elevazione nella conoscenza attraverso il confronto con le differenze.
Ad esempio non è infrequente che l’approccio alla tradizione islamica sia di carattere «gastronomico-folkloristico» o «limitato alla lettura dei testi»: in entrambi questi casi il rischio è di scambiare il contingente con l’essenziale, la forma con lo spirito di una tradizione. Deve essere invece riconosciuto il rischio di un’interpretazione fantasiosa e individuale, da parte degli studiosi, delle tradizioni religiose, causata da un approccio soltanto libresco e, anche se ben intenzionato, incapace di coglierne gli aspetti centrali, sia per l’Islam che per il Cristianesimo che per l’Ebraismo.
Anche Ugo Taucer, nel contributo Immigrazione e sicurezza, richiama la necessità di una prospettiva fondata sul dialogo democratico, e cita le parole del filosofo Habermas per il quale quello attuale è «il momento dell’incontro e del confronto che consente una apertura all’altro da sé e che diviene occasione di arricchimento». E prosegue indicando nel multiculturalismo la soluzione per una società interreligiosa, multiculturale e multietnica, una prospettiva «tale da consentire più ampi orizzonti di realizzazione delle aspirazioni ed aspettative di ciascuno». Si tratta di un «processo finalizzato ad includere le differenti componenti della società in un progetto rispettoso delle differenze ed al contempo unificante».
Non essendo possibile in questa sede riportare i numerosi temi affrontati dagli autori, non ci resta che rinviare i nostri lettori direttamente al testo, ma per concludere vorremmo sottolineare forse uno degli spunti di maggiore importanza che emerge dal libro, un suggerimento che ci trova pienamente d’accordo: la necessità di favorire quelle occasioni di dialogo e di studio che possano aumentare una conoscenza scevra da pregiudizi come presupposto per una convivenza in una società matura.
Isa Abd al Haqq Benassi 29 aprile 2009 |