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La responsabilità e l’impegno di una testimonianza religiosa che sappia confrontarsi a livello interculturale e interreligioso è una di quelle sfide ineluttabili di questa epoca. L’apertura al confronto, la disponibilità al dialogo e la perseveranza nell’edificazione di una società plurale, senza perdere di vista i principi religiosi che ispirano la vita, sono quei caratteri che distinguono i veri dai falsi religiosi, o, in altre parole, la ‘vera religione’, per dirla con Sant’Agostino, dall’ideologia e dal fondamentalismo. Ne abbiamo parlato con Carlo Cirotto, nuovo presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC), movimento che si rende protagonista qui in Italia di numerosi e interessanti iniziative sia all’interno che all’esterno del mondo cristiano cattolico.
Le sfide del “Movimento ecclesiale di impegno culturale” Intervista al nuovo presidente nazionale del MEIC Carlo Cirotto
All’interno del vasto e molteplice mondo dei movimenti cattolici, cosa contraddistingue il “Movimento ecclesiale di impegno culturale”?
Esattamente ciò che è espresso dal nome, l'impegno di un servizio all'uomo con riferimento speciale all’aspetto culturale della sua personalità. Ci sono molti modi per rendersi utili all'umanità. Ci si può impegnare, ad esempio, ad alleviarne i dolori fisici curando le malattie, a combattere la fame intervenendo direttamente sulla produzione delle derrate alimentari o sull'efficienza e l'equità dei flussi di mercato e così via per tutti quegli aspetti della vita umana che riguardano da vicino la sua fisicità. Ma la natura dell’uomo non è circoscritta alla sua struttura fisica. L’uomo è anche capace di elaborare significati, di condividerli con i suoi simili mediante i linguaggi dell'arte, della scienza, della filosofia, della teologia. E' anche capace di fondare valori a guida delle sue scelte operative. Insomma, oltre che una creatura fisica, l'uomo è anche - e soprattutto - una creatura culturale. E' a questo particolare aspetto umano che è diretta l'attività del Meic. Ovviamente, come sottolinea il nome del movimento, ciò viene fatto in nome della propria appartenenza ecclesiale. L'impegno degli aderenti al movimento infatti è fortemente caratterizzato e motivato dal loro essere cattolici. E' in questa fede la giustificazione del loro operare ed insieme l'elemento propulsore capace di fornire sempre nuova energia alle loro iniziative. Hanno, così, la coscienza di svolgere un servizio prezioso per i fratelli di fede. Soprattutto nel tempo di 'liquidità' culturale che stiamo vivendo – la cosiddetta postmodernità – la presenza di persone impegnate ad elaborate nuove proposte culturali, capaci di fare da lievito sia nella Chiesa che all'interno della più vasta comunità umana è, credo, da apprezzare e da diffondere.
In che modo un credente può “impegnarsi” attivamente nel dibattito culturale, sociale e politico evitando i pericoli diffusi di un’ideologizzazione della religione o, al contrario, di un intimismo individuale?
Coltivando la propria libera adesione alla verità, l’uomo di fede riesce a superare le limitazioni delle strutture ideologiche ed evitare gli schematismi che di solito le accompagnano. Fra le caratteristiche peculiari delle ideologie, infatti, c’è quella di iper-semplificare le risposte ai problemi esistenziali dei singoli e della società, tanto da renderli ben presto incapaci di confrontarsi con la complessità del reale. La coltivazione della libertà e della responsabilità individuali, promossa dalle principali religioni storiche, facilita lo scioglimento dai lacci ideologici. Ovviamente, se la fede è vissuta come cieca obbedienza a dettami prestabiliti, il rischio dell’ideologizzazione è effettivo, ma in questo caso va purificata ed eventualmente rifondata la stessa fede religiosa. Antidoti all’interiorizzazione della religione, poi, sono la vita comunitaria e l’impegno nella costruzione della città dell’uomo con la consapevolezza che il cammino verso la salvezza è comunitario; è fatto insieme agli altri.
Come membro del Centro ecumenico e universitario San Martino di Perugia, realtà nata 40 anni fa in seguito al Concilio Vaticano II, cosa può dirci sulla situazione del dialogo interreligioso nella sua città, dove vive e insegna? Quali sono le recenti e future iniziative del Centro?
Ai fini del dialogo interreligioso, Perugia è un ambiente particolarmente favorevole. La sua storica Università per Stranieri è sede di corsi di lingua che sono seguiti annualmente da migliaia di studenti provenienti da tutti i paesi del globo, interessati ad approfondire la conoscenza dell’italiano. Perugia, quindi, è anche un crocevia di incontri e scambi tra le più diverse religioni mondiali. E’ una vera “Città per il dialogo”. Non a caso è proprio questo il titolo del bollettino del Centro Ecumenico ed Universitario San Martino che promuove iniziative di incontro e dialogo tra credenti di fedi diverse. Il Centro coltiva contatti regolari con la comunità islamica locale attraverso l’Imam dott. Abdel Qader, buon amico del Centro. Tutte le sue attività si ispirano allo ‘Spirito di Assisi’, lo spirito di accoglienza e dialogo testimoniato dal papa Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986 quando pregò insieme ai rappresentanti di tutte le religioni del mondo. A titolo di esempio e rimanendo nell’ambito del dialogo islamo-cristiano, il S. Martino promuove incontri di studio finalizzati alla reciproca conoscenza. Mi torna in mente la recente tavola rotonda dal titolo: “Bibbia e Corano: quale confronto?”, occasione di approfondimento e di dibattito coinvolgente. O anche la lettura, curata da esperti, del documento “Una Parola comune tra noi e voi” che 138 esponenti della religione musulmana hanno inviato ai capi delle Chiese cristiane. E’ stata anche studiata la situazione, non sempre facile, dei cristiani in alcuni paesi a maggioranza musulmana in occasione della presentazione del libro di Zanzucchi: “I Cristiani nelle terre del Corano” (Città Nuova, 2007). Tante diverse occasioni per far conoscere meglio la realtà islamica al mondo cattolico e la realtà cattolica al mondo islamico.
Dopo le aspettative espresse proprio dal Concilio, è possibile a suo avviso dare una lettura complessiva degli ultimi 40 anni di dialogo interreligioso islamo-cristiano in Italia? Vede delle differenze significative, a riguardo, fra gli ultimi due pontificati?
Il Concilio Vaticano II ha impresso un impulso decisivo al dialogo ecumenico ed interreligioso. Subito dopo il Concilio abbiamo assistito al fiorire di una stagione caratterizzata da grandi speranze e un gran numero di iniziative concrete. Come sempre accade, però, l’entusiasmo degli inizi impediva di vedere le reali difficoltà che, su più livelli, non mancarono ben presto di emergere. Ciò non comportò marce indietro. Comportò, invece, un cambiamento di stile che permise di procedere con maggior pacatezza e realismo, affrontando le varie questioni sempre più in profondità con ragionevolezza ed insieme con concretezza. Questo cambiamento di clima si rispecchia anche nello stile pastorale dei ultimi due papi: Giovanni Paolo II carismatico, estroverso, dalle grandi visioni profetiche; Benedetto XVI che prosegue sulla linea del predecessore ma con stile diverso. Uomo di cultura, Benedetto ha trasferito il dialogo dall’ambito dei grandi gesti significativi a quello delle iniziative di incontro e di confronto sugli argomenti nodali della nostra epoca. Insomma, restando nell’ambito del dialogo islamo-cristiano, si è passati dagli incontri con le folle di Casablanca di Giovanni Paolo II a quelli con i 138 rappresentanti della cultura islamica di Benedetto XVI.
La recente scomparsa del patriarca ortodosso russo Alessio II si situa in un momento delicato per il dialogo tra i due grandi rami del Cristianesimo, quello cattolico romano e quello delle chiese ortodosse. Com’è la situazione in Italia e quali sono a suo giudizio i punti di distanza più rilevanti che ancora permangono sia da un punto di vista teologico che di modalità di vivere il sacro?
Da parecchi secoli i rapporti tra Chiesa latina e Chiesa ortodossa non avevano goduto di una salute tanto buona come quella che ha caratterizzato gli ultimi decenni. Il riavvicinamento è avvenuto grazie all’impegno di grandi guide religiose come gli ultimi Patriarchi ecumenici di Costantinopoli e i Papi del post-concilio. Il miglioramento dei rapporti tra le due Chiese sono testimoniati dall’atto di revoca delle rispettive scomuniche, sottoscritto da Paolo VI e Atenagora. I buoni rapporti tra Chiesa di Roma e Chiesa di Costantinopoli, però, non sono, di per sé, garanzia di altrettanto buoni rapporti con le altre chiese ‘autocefale’ (cioè in larga parte indipendenti) dell’ortodossia. Motivazioni storiche locali rendono spesso difficoltoso il cammino dell’incontro. E’ questo il caso della chiesa ortodossa russa che con Alessio II si è trovata a gestire il difficile periodo che va dalla fine del regime comunista al ripristino delle libertà di espressione religiosa e di culto. In Italia, i rapporti tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa sono di reciproca collaborazione e stima e il dialogo prosegue senza particolari difficoltà né sul piano operativo né su quello teologico-dottrinale.
Si è recentemente concluso al Meic di Fermo un interessante ciclo di incontri interreligiosi dal titolo “Letture della Bibbia e del Corano”, durante i quali un teologo cristiano e uno musulmano mettevano a confronto la visione della propria tradizione spirituale su alcune figure comuni della storia sacra come Giuseppe, Abramo e Maria. Crede che il confronto teologico possa rivelarsi una strada percorribile per affrontare i nodi attuali del dialogo interreligioso?
Ritengo che le iniziative del Meic di Fermo siano quanto mai importanti per promuovere la reciproca conoscenza dei contenuti della fede, delle acquisizioni dell’esegesi e degli sviluppi della teologia. Non penso però che i tempi siano maturi per passare dallo stadio della reciproca conoscenza a quello successivo di iniziative teologicamente più impegnative. Le due comunità di fedeli, infatti, sono ancora troppo distanti nella reciproca conoscenza. Penso invece che i tempi siano propizi per la promozione di iniziative comuni sia di scambio culturale (come quella di Fermo) che di ordine pratico. Da questi impegni comuni potranno emergere possibilità di nuove e più significative collaborazioni sul piano teologico-dottrinale.
Nella tradizione sapienziale islamica la ricerca e lo studio fungono da supporto prezioso alla fede, che per i fedeli è la sola ad offrire solide fondamenta al ragionamento dialogico, costituendo a tutti gli effetti il vero “lume” della ragione. Come membro del dibattito nel mondo cattolico, ma anche in quello accademico e scientifico, come vede oggi il rischio di una scissione fra vita sociale, professionale ed appartenenza religiosa, tra fede e ragione?
In ogni uomo l’orizzonte della fede è più ampio di tutti gli altri, compreso quello della ragione, e li permea tutti, conferendo ad essi orientamenti e contenuti. L’estromissione della fede religiosa dalla vita vissuta e dall’ambito razionale è un’operazione a rischio. I fatti dimostrano che il senso della trascendenza non può essere sradicato dal cuore dell’uomo e l’abbattimento delle fedi tradizionali, ricche di patrimoni di sapienza e di pensiero, ha come effetto la loro sostituzione con altre forme, molto più ancestrali, di religiosità. Si tratta di un passo indietro, non di un progresso. Ciò non significa, evidentemente, che la fede debba tenersi alla larga dalla ragione e viceversa. Il dialogo tra le due è prezioso e non può che portare a reciproci benefici. Ciò è vero anche per quella particolare forma di razionalità che è il sapere scientifico. A dire di Einstein, infatti, “la fede senza la scienza è zoppa; la scienza senza la fede è cieca”.
Yahya Abd al Ahad Zanolo 5 febbraio 2009
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