Lettera al Ministro Giuliano Amato, “buon maestro” dell’Islam italiano

Egregio Ministro Giuliano Amato,

accogliendo con forza il richiamo al dialogo contenuto nel Suo articolo “La mia difesa del dialogo, vero antidoto ai cattivi maestri” (Corriere della sera del 13-09-07), in quanto musulmano italiano e direttore della rivista on line Islamicità, nuova voce dell’Islam italiano, rispondo di buon grado all’esortazione di «alzare il velo dell’ignoranza...in ciascuna delle due parti in gioco», musulmani e non musulmani, sopratutto in merito a quella che Lei giustamente definisce come «presunta incompatibilità» fra l’Occidente e l’Islam, che porterebbe inesorabilmente alla «terrificante induzione» secondo la quale tutti i musulmani sarebbero «potenziali o attuali terroristi», giungendo così a una «guerra preventiva, quella che si fa con i serpenti o con i ragni velenosi».
È anzitutto per questa netta presa di posizione che è doveroso ringraziarLa, a nome di molti musulmani italiani, che accolgono come un segnale estremamente positivo il fatto che un Ministro della Repubblica affermi chiaramente che «incomponibile con la democrazia è solo il jihadismo» e non l’Islam in quanto tale, e che la questione del rapporto fra vero Islam, falso Islam e la società occidentale, vada risolta «facendo sì che in ciascuna delle due parti ci si chieda con schiettezza se le diversità» fra moderati ed estremisti «che si danno per scontate fra di “noi” ci sono anche fra di “loro”, e cercando altresì di capire se le differenze che comunque residuano fra “noi” e “loro” sono davvero riconducibili a tratti destinati inesorabilmente a generare conflitto».
Sarà forse perchè, nel caso di chi cura la rivista Islamicità, il «noi» e il «loro» in realtà coincidono, essendo noi musulmani occidentali nati da genitori italiani, che ci sentiamo in una posizione privilegiata per fare proprio, ma soprattutto attuare il Suo invito ad andare oltre questa dannosa concezione di due blocchi contrapposti – che in realtà non esistono se non nelle ideologie che filtrano, offuscandola, la realtà – e riconoscere invece che da sempre nella storia, ad essere ben più reali, sono quelle che Lei chiama «contaminazioni feconde», quelle sintesi fra identità diverse che «restano l’antidoto più formidabile contro il fanatismo e l’odio».
È un peccato che di rado vengano citati i numerosi esempi concreti nei secoli di storia della stessa penisola italiana, a partire da quel raro modello di armoniosa convivenza fra realtà ebraiche, cristiane ed islamiche che ha caratterizzato il tempo di Federico II, fungendo da uno dei tanti tasselli del mosaico italiano di identità «composto da tessere dalle provenienze più diverse» cui Lei nel suo articolo accenna, prima di affermare che nella storia «i lunghi momenti di pace e serenità» si sono avuti proprio quando è stata vinta la paura del diverso, la paura di lasciare che un’identità possa venire plasmata da più anime, esattamente come il Mediterraneo rimane uno soltanto, seppur disegnato da mondi fra loro così diversi.

Proprio la «pace e la serenità» non sono tuttavia i caratteri fondamentali dell’epoca attuale, specialmente per quanto concerne il rapporto fra l’ultima delle tre religioni del monoteismo abramico e un Occidente che paradossalmente soltanto ora, nell’era della globalizzazione, sembra totalmente incapace di gestire con serenità e intelligenza l’osmosi di identità che da sempre lo ha caratterizzato. Tanto che, per ritrovarne una, giunge ad abdicare a sè stesso, alla sua capacità di tenere unita la molteplicità, cercando invece di costruirsi un’identità modellata sulla logica dello scontro di civiltà, quello scontro che rischia alla fine di diventare reale se non si ha invece il coraggio, come Lei nel Suo scritto, di richiamare ogni uomo e donna ad uno sforzo di che vada oltre i facili schematismi e pregiudizi che vengono abilmente manipolati da «coloro che li sfruttano a fini politici».
Esistono tuttavia alcuni ostacoli ben precisi che rendono gli sforzi di chi vorrebbe veramente giungere a questa «conoscenza reale e compiuta» ancora più ardui, tanto da far disperare i più, assillati ogni giorno da notizie contrastanti sull’Islam, identificato come un corpo multiforme con molteplici gradi di sfumature dai “moderati” agli “estremisti” dove spesso non si capisce dove inizi uno e finisca l’altro, con il risultato di una confusione sempre più totale. E il dibattito recente ospitato da numerosi quotidiani italiani, in coincidenza con l’inizio del mese di Ramadan, a proposito del dialogo con i “cattivi maestri” – ovvero con chi, ad alcuni, appare assurdamente come un “fondamentalista moderato” con cui poter dialogare – ne è un esempio lampante.
Il fatto che, evidentemente, non vi sia chiarezza su quali precisi lineamenti debbano definire l’islamicità testimoniata da chi si propone di rappresentare i musulmani, in ogni parte del mondo, rivela il grave sintomo di una diffusa cecità intellettuale, che impedisce di trovare una via che sia equidistante dal «dialogo ad oltranza» e con chiunque, così come dalla «chiamata alle armi» contro tutti i musulmani, due facce di una medesima confusione puramente emotiva.

In realtà, nell’Islam, non possono esistere e mai sono esistite sfumature possibili o sintesi fra i veri muslimun (letteralmente «sottomessi a Dio nella pace») e chi invece utilizza la maschera di una falsa religiosità esclusivista e formalista la quale, come da sempre in ogni religione, è il peggior nemico di tutti i credenti. O si è veramente musulmani, e allora si combatte con forza e senza compromessi ogni forma di estremismo alla sua radice ideologica, si riconosce la validità salvifica delle altre religioni ortodosse come l’Ebraismo o il Cristianesimo e si rispettano gli ordinamenti di ogni legittimo Stato occidentale e i Valori fondamentali della Civiltà, oppure non si è testimoni di una vera islamicità, né tanto meno autorizzati a rappresentare la Ummahdei credenti.
Non esiste alcuna possibilità di doppia verità e doppio comportamento, a seconda che si abbia a che fare o meno con i propri correligionari. Come non dovrebbe esserci alcuna eventualità di distinguere sottilmente tra fondamentalismo terrorista ed uno solo “culturale”: in realtà proprio quest’ultimo è sovente il più pericoloso, perchè è dalla diffusione dell’ideologia islamista che si coltiva quell’humus dal quale scaturiscono le propaggini più violente.   
Cosa fare per rendere questa certezza di discriminazione qualcosa di più che flatus vocis, bensì concreta realtà? Come permettere a tutti i veri musulmani di rispondere al più presto alla Sua richiesta di farsi riconoscere come «musulmani dialoganti», permettendo loro di essere finalmente distinti e visibili come tali?

Una prima possibilità affinché si inizi a distinguere senza più dubbi e incertezze i “serpenti velenosi” – anche quelli che nascondono bene il loro veleno – da tutti i veri muslimun, è lo strumento più adatto a regolare i rapporti fra una comunità religiosa e lo Stato secondo l’articolo 8 della Costituzione Italiana: l’intesa giuridica, da stipulare con un’associazione o più associazioni riunite, che si riconoscono nella stessa islamicità e nei pilastri del vero Islam, moderato, ecumenico, Orientale e Occidentale.
È stato quindi da molti accolto come un vero punto di svolta nella storia più recente dell’Islam italiano quando Lei, il 14 settembre 2007, ha richiamato all’urgenza di tale atto istituzionale. È proprio l’intesa, infatti, la prima mossa per aiutare tutti i musulmani ad uscire da questo «limbo» – come Lei lo ha significativamente definito – nel quale si ritrovano, senza vedere ancora ufficialmente riconosciuta la propria religione dallo Stato, pur essendo la seconda in quanto a numero di fedeli, e in balia continua di chi strumentalizza il nome dell’Islam a fini ideologici, offuscando una corretta conoscenza della religione da parte del mondo laico, sempre più spaesato nel sapere a quale Islam rivolgersi.

Non a caso la questione attualmente più dibattuta è, senza dubbio, con chi stipulare l’intesa. È innegabile che esistano in Italia molteplici gruppi e associazioni, spesso molto diverse fra loro. Tuttavia, l’evidenza che difficilmente possa mai esserci un accordo fra tutte non deve in alcun modo costituire un ostacolo che procrastini in modo indefinito il raggiungimento dell’intesa. Forse invece, a maggior ragione, non è proprio questo un segno che dimostri quanto sia urgente l’identificazione di un ente o un gruppo di enti che rispondano alle caratteristiche di affidabilità e rispetto del sistema giuridico, sociale e politico italiano, riconoscendosi in un culto sincero dell’Islam e nel rispetto di quei Valori descritti nella Carta dei Valori e della Cittadinanza da Lei stesso promossa?
Questi principi non negoziabili di islamicità non sempre emergono con chiarezza, specialmente all’interno di associazioni composte prevalentemente da immigrati, uniti spesso da un diffuso panarabismo o da precise appartenenze etniche più che da una vera islamicità, e peraltro pilotati sovente da Stati stranieri, che vedono nell’Italia una terra di colonizzazione islamista per «l’affermazione di un califfato restauratore» tramite l’infiltrazione nelle moschee italiane di imam, seconde le Sue precise parole, «sconosciuti e autoeletti». Ma quale rappresentatività senza autentica islamicità, quell’islamicità che ci auspichiamo essere il carattere distintivo di quegli «intellettuali musulmani che insegnano e producono nei nostri paesi», il cui numero, afferma Lei, sarebbe in continua crescita?
La creazione di una rappresentanza ufficiale e qualificata dell’Islam italiano, indiscutibilmente aliena da ogni collusione con elementi ideologici o dipendenze estere, è quindi senza dubbio la via migliore e non più eludibile al fine di isolare ogni estremismo, e garantire così una maggiore sicurezza ai cittadini italiani ed europei, specialmente i musulmani, che sono le prime vittime – anche in senso letterale – del morbo fondamentalista.
Non di meno, la religione islamica verrebbe finalmente riconosciuta, secondo le Sue stesse parole, «una religione come le altre», e non semplicemente come uno dei tanti «culti ammessi», definizione attualmente usata a livello giuridico per le confessioni diverse da quella cattolica.
I musulmani italiani si augurano che possa presto compiersi questo importante passo che segni l’inizio di un nuovo ciclo nella secolare storia della comunità religiosa islamica italiana.

 

Yahya Abd al-Ahad Zanolo,
direttore della rivista Islamicità
www.islamicita.it

8 ottobre 2007