Con i primi cento giorni della nuova presidenza di Barack Hussein Obama è forse già possibile fare il punto sui rapporti del nuovo presidente con il mondo islamico? Dopo il discorso di Ankara e le rinnovate aperture verso l’Islam, una parte dei musulmani ha acclamato la nuova guida degli Stati Uniti come l’atteso “profeta” di un cambiamento epocale. Non mancano tuttavia alcune voci più caute.

Ciò che è nato, in ogni caso, è un interessante dibattito fra alcuni importanti esponenti della cultura, dell’informazione e della politica del mondo islamico. Quali nuove strategie di collaborazione potranno nascere per la lotta al fondamentalismo? Come questo nuovo scenario potrà prevenire l’acuirsi dello scontro di civiltà?

Yunus Abd al-Nur Distefano, caporedattore di Islamicità e portavoce della Co.Re.Is. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana, presenta alcune delle posizioni più significative, evidenziandone la rilevanza politica, intellettuale e religiosa, e richiamando al contempo alla necessità che ogni strategia geopolitica mantenga salda la discriminazione fra ideologia e religione, e che ogni «servizio dell'umanità in campo politico, economico e culturale» non smarrisca «l'orientamento intellettuale verso Dio, il senso gerarchico dei fini, l'ortodossia e l'ortoprassi».


Obama e l'Islam: nuovi scenari per le relazioni tra musulmani e Stati Uniti


“Gli Stati Uniti d’America non sono e non saranno mai in guerra con l’Islam. La nostra partnership con il mondo islamico è cruciale per respingere ideologie estremiste rifiutate dai popoli di ogni fede”. Si tratta della dichiarazione che il nuovo Presidente americano Barack Obama ha reso durante la sua visita di inizio aprile in Turchia, parlando al Parlamento di Ankara.

Le parole del Presidente Obama si inseriscono nel solco tracciato fin dai primi giorni di novembre dello scorso anno, quando il candidato democratico alla Presidenza ha superato nella corsa alla Casa Bianca il repubblicano John McCain, succedendo a George W. Bush. Il 20 gennaio del 2009 si è dunque insediato il 44esimo Presidente degli Stati Uniti. Barack Hussein Obama nasce il 4 agosto 1961 a Honolulu, capitale delle Isole Hawaii, da padre nero del Kenya e madre bianca del Kansas. Dopo la separazione dal padre, sua madre sposa un indonesiano e si trasferisce a Giakarta, capitale del più popoloso Paese a maggioranza islamica del mondo, dove Obama frequenta le scuole elementari prima di tornare alle Hawaii. In seguito, Obama ottiene la Laurea in Scienze Politiche a New York e quella in Giurisprudenza a Cambridge.

Nel nome e nella storia del nuovo Presidente degli Stati Uniti si intrecciano dunque identità molteplici, che lo rendono un vero e proprio emblema interculturale. Obama ha conosciuto Cristianesimo e Islam, è vissuto in America, Africa e Asia, ha percorso l’Oriente e l’Occidente. Il suo primo nome, Barack, richiama in arabo la benedizione (barakah), mentre il secondo onora la memoria dell’Imam Hussein, figlio del quarto Califfo Ben Guidato Ali Ibn Abi Talib e nipote del Profeta Muhammad.

“I nostri rapporti con il mondo islamico non possono essere basati esclusivamente sulla lotta contro il terrorismo di al-Qaeda. L’Islam è una fede che tanto ha fatto nel corso dei secoli per migliorare il mondo, inclusi gli Stati Uniti”, ha dichiarato ancora il Presidente americano. Identificare l’Islam con il terrorismo e confondere il dialogo interreligioso con la sicurezza nazionale, infatti, non costituisce soltanto un grave errore intellettuale, ma pone anche le premesse di una politica interna ed estera che incrementa a tutti i livelli il rischio di conflitti.


Molti intellettuali ed esponenti religiosi hanno indirizzato all’ex Senatore dell’Illinois lettere e messaggi, esprimendo sostegno e fiducia, avanzando proposte e suggerimenti, articolando analisi politiche e culturali. Pare del tutto condivisibile, ad esempio, la posizione di Arsalan Iftikhar, Editor di Islamica a Washington e fondatore dell'associazione TheMuslimGuy.com. Sul numero di Islamica Magazine di febbraio Arsalan Iftikhar, da anni attivo nella difesa dei diritti umani, critica infatti l’uso strumentale del pericolo terrorista per affossare ogni tentativo di dialogo tra fedi e civiltà. Tramite la CNN, inoltre, Iftikhar invita Barack Obama a dare un seguito al discorso di Ankara rivolgendosi “alla gente del mondo islamico da una capitale islamica”. Il Contributing Editor di Islamica propone come sede di questo “discorso globale” Giakarta, dove Obama ha vissuto per alcuni anni sperimentando in prima persona il contesto “multireligioso e multietnico” della più grande Nazione islamica del mondo. Un discorso ai musulmani dalla capitale dell'Indonesia, sostiene Iftikhar, avrebbe un impatto particolarmente efficace sulla “generazione post-razziale” che da ogni parte del mondo guarda speranzosa ad Obama.


Sempre sul numero di febbraio della rivista diretta da Sohail Nakhooda è possibile leggere l’articolata analisi politica di AbdAllah Schleifer che, pur soffermandosi soprattutto sul problema dei rapporti tra Israele e Palestina, descrive anche la relazione che 34 americani, tra i quali lo stesso Editor At Large di Islamica, hanno presentato al Congresso lo scorso autunno. Il testo si intitola “Cambiare strada: una nuova direzione nelle relazioni tra Stati Uniti e mondo islamico” e si propone di “creare una collaborazione per la pace con Paesi e comunità islamiche”, sulla base di “rapporti amichevoli, buon governo e mutuo rispetto”. Gli obiettivi del “Leadership Group of the US-Muslim Engagement Project” si articolano in quattro punti: risolvere i conflitti tramite la diplomazia; incrementare il buon governo nei Paesi a maggioranza islamica; promuovere lo sviluppo economico di tali Paesi; costruire il rispetto e la comprensione reciproca.


Notevoli le assonanze di questo programma con quello definito dalla Lettera Aperta ai Leader del Mondo Contemporaneo, sottoscritta a Doha nel mese di gennaio durante l’incontro di MLT – Muslim Leaders of Tomorrow da circa 300 leader musulmani provenienti da oltre 70 Paesi di ogni Continente. La Lettera è stata pubblicata in occasione della cerimonia d’insediamento del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama. Tra i firmatari, il Vice Presidente della COREIS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana Yahya Pallavicini che, come Portavoce per l’Italia di MLT, ha poi trasmesso la Lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

La rete internazionale di MLT ha indicato nella Lettera Aperta alcune direttrici lungo cui intensificare l’impegno di popoli e Governi. In primo luogo, la crescita ambientale, economica, educativa e culturale. In secondo luogo la partecipazione politica e civile dei giovani, delle donne, delle minoranze religiose ed etniche. Quindi il rispetto pluralistico dei contributi di tutti. Infine l’impegno a scegliere il dialogo per la risoluzione dei conflitti.

I responsabili di MLT hanno partecipato a fine gennaio ai prestigiosi Dibattiti di Doha, trasmessi dalla BBC. In quell’occasione, l’Imam Pallavicini ha sostenuto la tesi secondo cui l’islamismo politico costituisce un’ideologia estranea al carattere autentico dell’Islam e pericolosa per Oriente e Occidente, in sintonia con le ultime dichiarazione del Presidente americano, che ha nettamente distinto religione islamica e ideologia fondamentalista.


Dopo il discorso di Ankara, infatti, Obama ha accolto l'invito del Presidente AbdAllah Gul e del Premier Recep Erdogan, raggiungendo Istanbul per il secondo Forum Alleanza delle Civiltà delle Nazioni Unite (UNAOC). “La presenza del Presidente Obama a Istanbul è particolarmente significativa come segnale della nuova azione di politica estera degli Stati Uniti d'America ed è anche profondamente simbolica per rilanciare quel ponte tra Oriente e Occidente che tutti siamo chiamati a costruire. Spero di poter trasmettere al Presidente anche il saluto e l'interesse a collaborare dei musulmani europei”, ha dichiarato il Vice Presidente della COREIS Yahya Pallavicini, global expert del Forum ed unico musulmano italiano presente in Turchia.


Il 19 febbraio, sul Reuters Blogs Faith World, anche il teologo libico Aref Ali Nayed si rivolge a Barack Obama invocando un cambio di prospettiva rispetto all’Amministrazione Bush. Il Professor Nayed, reduce dal US-Muslim World Forum a Doha, invita a spostare l’attenzione dalla sicurezza alla misericordia, “from security to compassion”, edificando una rete globale di “comunicazione amorevole e comprensione reciproca”. Il mondo e gli Stati Uniti in particolare non hanno bisogno di sviluppare ulteriormente un’ipertrofica “architettura militare”, quanto di costruire un “network dei network” cui tutte le comunità religiose sono chiamate a contribuire, perché “l’amore è la condizione imprescindibile di una vera sicurezza”.

Naturalmente occorre specificare come, in una prospettiva autenticamente islamica, il dialogo misericordioso prescritto dal Sacro Corano ai musulmani nei rapporti con le Genti del Libro non debba perdere di vista lo scopo ultimo della Verità. Il dialogo fine a se stesso, il pacifismo da massimo comune denominatore, l’orizzonte in fondo materialista delle opzioni esclusivamente politiche non corrispondono infatti a quel dialogo in Dio e per Dio cui sono chiamati i credenti. Si dialoga per volgersi insieme verso la Verità e aiutarsi reciprocamente a declinarne i principi immutabili in contingenze costantemente mutevoli. Se il dialogo tra religiosi si fonda sulla mutua compassione, ma manca del mutuo riconoscimento, non è un dialogo autentico e fraterno, ma un tentativo di ordine politico e diplomatico per andare d’accordo prescindendo da una profonda intesa nella sacralità.

Aref Nayed indica come modello da seguire quello di A Common Word, la Lettera indirizzata nell’ottobre del 2007 dai sapienti musulmani alle autorità cristiane per auspicare proprio un’intesa nella sacralità. Nel novembre dello scorso anno una delegazione islamica guidata dal Gran Mufti della Bosnia Mustafa Ceric ha incontrato in Vaticano i rappresentanti cattolici e il Papa Benedetto XVI, confrontandosi proprio sul tema della Misericordia nel Forum Cattolico-MusulmanoAmore di Dio, amore del prossimo”. È stato un passo epocale per il dialogo islamo-cristiano, che speriamo possa progressivamente elevarsi dalla diplomazia degli Stati alla fratellanza spirituale.


Il 10 marzo scorso una Lettera Aperta al Presidente Obama è stata promossa dal Responsabile del Centro Studi su Islam e Democrazia Radwan Masmoudi e presentata ai media americani da circa cento firmatari musulmani. Nella Lettera i firmatari elogiano la felice decisione della Casa Bianca di chiudere Guantanamo, vietare la tortura e porre il mutuo rispetto alla base delle future relazioni tra America e mondo islamico, ma allargano il discorso tracciando un’analisi storica. Gli Stati Uniti, spiegano i firmatari, hanno per decenni sostenuto regimi dispotici col duplice e illusorio fine di garantire i propri interessi politici ed economici in Medio Oriente e di impedire l’affermazione dei movimenti islamisti radicali. “Troppo a lungo la politica americana in Medio Oriente è stata paralizzata dal timore che i partiti islamisti arrivassero al potere”, spiega la Lettera Aperta. “Alcuni di questi timori sono legittimi e comprensibili”, continuano i firmatari, perché “molti islamisti sostengono politiche illiberali”; tuttavia, Radwan Masmoudi chiede a Barack Obama di sostenere lo sviluppo della libertà, della democrazia e dei diritti umani in Medio Oriente, nella convinzione che la partecipazione a dinamiche politiche pluraliste porterà molti gruppi integralisti verso una maturazione “moderata”.

Secondo i firmatari della Lettera, infatti, i movimenti estremisti non possono essere esclusi dal processo democratico e dal dibattito politico, perché “la maggior parte dei gruppi islamisti della regione sono non violenti e rispettano i processi democratici”. Inoltre, prosegue il testo, “in molti Paesi, come la Turchia, la Malesia, l'Indonesia e il Marocco, il diritto di partecipare a libere e credibili elezioni ha moderato i partiti islamisti e incrementato la loro adesione alle regole della democrazia”.


Replicando alla Lettera, si è mostrato scettico sulla possibilità di un’evoluzione democratica dei movimenti islamisti e di un’intesa con gli Stati Uniti lo scrittore Tarek Osman, che sottolinea gli interessi contrastanti delle due parti sul conflitto in Terra Santa, la stabilità dell’area, le strategie di governo. Secondo Osman, l'ostilità dell'Islam a Israele “non è contingente ma teologica; l'occupazione è considerata come peccato e la guerra santa è ordinata da Dio”. L’articolo di Tarek Osman, tuttavia, potrebbe indurre a credere che l’ostilità ad Israele e agli ebrei sia intrinseca alla dottrina islamica, mentre così non è. Se da una parte occorre riconoscere come la distruzione di Israele costituisca un must per l’ideologia islamista, che con l’Islam non ha nulla a che vedere, dall'altra dobbiamo ribadire come la fratellanza religiosa tra ebrei e musulmani non debba essere messa in discussione da conflitti territoriali e politici, che forse potrebbero essere risolti ritrovando da entrambe le parti un più nobile senso della sacralità e della giustizia.

Alle perplessità di Osman risponde Shadi Hamid, Direttore del Project on Middle East Democracy e firmatario della Lettera Aperta. Shadi Hamid sottolinea i segnali di maturazione che, dal Marocco all’Indonesia, mostrano il transito dei movimenti islamisti verso il pluralismo democratico e rileva come “un significativo numero di importanti guide islamiche sia sempre più aperto a soluzioni pacifiche del conflitto” in Terra Santa. Il Direttore del Project on Middle East Democracy sostiene una prospettiva costruttiva. L’eredità di odio e diffidenza del passato, infatti, costituisce un pesante fardello per il dialogo tra Stati Uniti e mondo islamico, ma le difficoltà non sono motivo sufficiente per rinunciare al confronto.


Non possiamo tuttavia esimerci dal rilevare come i firmatari della Lettera Aperta partano dal presupposto ottimistico che gli islamisti siano davvero interessati a giocare la partita della democrazia accettandone le regole anche dopo un'eventuale conquista del potere. Ci sono ragioni storiche e culturali per temere che così non sia. In Europa, l’ascesa democratica del nazismo offre un ammonimento chiaro a non lasciarsi tentare dalla venerazione idolatrica della democrazia liberale, cui forse oggi non c’è alternativa, ma che in ogni caso non costituisce automaticamente l’antidoto alle derive estremiste o dispotiche. Il riconoscimento delle regole parlamentari può a volte celare il cavallo di Troia di un estremismo anti-spirituale pronto a scatenare le sue orde dopo essersi infiltrato pacificamente tra le larghe maglie del tessuto democratico.

Ad esempio, suscita perplessità la posizione di alcuni firmatari circa l’inserimento dei Fratelli Musulmani tra le organizzazioni pacifiche da integrare nella vita democratica dei Paesi arabi. Negli Stati Uniti, in Europa ed anche nel mondo islamico sono numerosi i rappresentanti politici, le guide religiose e gli intellettuali che guardano con legittima inquietudine alla campagna propagandistica per “diffondere la Fratellanza in Occidente”. Occorre comprendere che il terrorismo ha le sue radici nel fondamentalismo. Non tutti i fondamentalisti sono terroristi, ma tutti i terroristi che strumentalizzano la religione islamica sono fondamentalisti. La propaganda dei fanatici costituisce l'humus in cui germoglia la violenza, alimentata dalla contaminazione culturale della società civile, che diviene incapace di distinguere vera religione e falsa politica, Islam e ideologia. Allo stesso modo, in Italia, i maitre a penser dell'eversione comunista o fascista hanno armato con parole venefiche spranghe, pistole e bombe.

Per questa ragione l'integralismo è pernicioso e pericoloso anche se non approda al terrorismo o non vi è ancora approdato. Occorre evitare ogni contraffazione culturale attendendosi ad una scrupolosa igiene logica e linguistica. Ad esempio, sarebbe opportuno evitare l’uso del termine “islamista” come sinonimo di “musulmano” e la sovrapposizione mentale se non lessicale tra le due parole. I musulmani sono religiosi, agiscono in questo mondo in vista dell’Altro e sottomettono la propria anima alla signoria dello Spirito, mentre gli islamisti sono vittime di un’ideologia ignorante, di passioni non disciplinate dal sacro e della pretesa di imporre a tutti la propria visione limitata e caricaturale di Dio e dell’Islam.


Infine, occorre paventare un ultimo rischio. Dopo l’esportazione della democrazia con le bombe della “cattiva” Amministrazione Bush, vorremmo evitare l’esportazione della democrazia con pressioni economiche e morali della “buona” Amministrazione Obama. In altre parole, non esiste un colonialismo culturale positivo. Nessun Paese ha il diritto di ergersi a modello di civiltà e di creare un mondo a sua immagine e somiglianza. L'intenzione di civilizzare il mondo “per amore” invece che “per forza” non segna alcuna svolta. Il vero cambiamento che tutti attendono da Obama non può prescindere da un passo indietro rispetto ad una visione arrogante del ruolo egemonico che gli USA hanno preteso di esercitare per tanti anni. Un ruolo morale, politico, economico, culturale e, per alcune frange protestanti, addirittura escatologico e messianico. L’America di Obama può giocare un ruolo cruciale per favorire processi di pace, dare credibilità a percorsi di mediazione e sostenere lo sviluppo. L’auspicio è che Obama, a differenza dei suoi predecessori, sappia prendere per mano il mondo senza metterlo sotto tutela.


In un contesto internazionale caratterizzato da forti tensioni politiche, economiche e culturali, come nasce l'entusiasmo che sembra accogliere ovunque il nuovo Presidente degli Stati Uniti? Firas Ahmad, Deputy Editor di Islamica Magazine, propone una lettura illuminante del fenomeno e avanza alcuni suggerimenti che meritano di essere approfonditi. Secondo Firas Ahmad, Barack Hussein Obama è stato accolto positivamente perché incarna la possibilità stessa del cambiamento, in un Paese capace di passare in poche decine di anni dalla vergogna della schiavitù al primo Presidente di colore della sua storia. Obama è un “self-made phenomenon” che ha dato speranza al popolo in tempi difficili e dimostra come sia possibile “fare del mondo un luogo migliore senza distruggerlo dalle fondamenta” (to make the world a better place without burning it to the ground). Se, come sostiene Firas Ahmad, “al-Qaeda è il trionfo del cinismo sulla speranza”, allora l'elezione di Obama dopo la discussa Amministrazione Bush smentisce il ritratto del “diabolico monolite” americano tracciato dagli estremisti.

Il redattore di Islamica Magazine menziona alcuni temi di politica estera, come lo storico conflitto tra Israele e Palestina e le crescenti tensioni tra India e Pakistan, invitando il Pentagono a scegliere strategie diplomatiche collaborative con gli altri Paesi. Un invito condivisibile, come encomiabile è la precisazione con cui si chiude l'articolo: nonostante il “fervore messianico” che ne ha accompagnato l'elezione, “Obama è un politico, non un Profeta”, e “lo scopo della politica è il potere, non la Verità”. Per questa ragione Firas Ahmad invita i cittadini americani a vigilare affinché l'ex Senatore dell'Illinois rispetti gli impegni presi prima di salire alla Casa Bianca e “faccia ciò che ha detto di voler fare”.


Gli interventi di guide religiose e intellettuali musulmani, prima e dopo l'elezione di Obama, sono stati straordinariamente numerosi. Ne abbiamo riportato soltanto alcuni, autorevoli e significativi, che ci consentono di completare l'analisi della situazione, tentare una sintesi qualitativa in chiave religiosa e avanzare alcune proposte operative. Cosa chiedono i musulmani e non soltanto i musulmani alla Casa Bianca?

In primo luogo, un modus operandi multilaterale. La politica estera degli Stati Uniti non può basarsi su scelte unilaterali e atti di forza. La concertazione tra le Nazioni deve essere la regola secondo cui procedere, nella consapevolezza che il mondo non ha bisogno dell'arbitrio di “gendarmi” ma di un dialogo onesto e rispettoso tra pari. Quando Obama dichiara che il dialogo ed il rispetto non verranno meno “anche quando non saremo d'accordo”, compie un primo passo fondamentale e sembra voler privilegiare le vie diplomatiche sull'opzione militare, che deve sempre costituire l'extrema ratio.

In secondo luogo, il mondo chiede una strategia più lungimirante per sconfiggere l'integralismo. Il radicalismo ideologico, infatti, si combatte sul piano religioso, educativo e culturale, prima che sfoci nella violenza terrorista. Occorre insegnare la dottrina autentica dell'Islam, distinguere tra religione e ideologia, non confondere credenti musulmani e agitatori politici islamisti, promuovere incontri interreligiosi e interculturali, sostenere nelle scuole l'educazione alla Pace, esigere la trasparenza dei luoghi di preghiera, formare guide di culto degne e docenti qualificati. Naturalmente, nei Paesi che vivono situazioni di povertà e degrado, lo sviluppo economico aiuterebbe a frenare le tentazioni radicali di popoli esasperati, mentre in Europa e negli USA strategie efficaci contro la crisi in atto sarebbero utili per impedire che le minoranze religiose ed etniche si trasformino nel capro espiatorio della frustrazione popolare.

Infine, da Barack Obama ci si aspetta un rinnovato impegno per la pace. Senza dubbio gli Stati Uniti d'America possono svolgere una mediazione efficace in Medio Oriente ed in particolare in Terra Santa. Le contese nell’area non dovrebbero essere concepite e presentate come una guerra di religione, poiché non lo sono, sebbene i belligeranti di ogni fronte cerchino di puntellare le proprie posizioni strumentalizzando la sacralità. Il conflitto tra israeliani e palestinesi non è un conflitto tra ebrei e musulmani, così come il conflitto tra India e Pakistan non è un conflitto tra indù e musulmani. Attribuire un fondamento teologico a dispute politiche e territoriali rappresenta un grave errore, che rischia di legittimare le rivendicazioni di ogni fazione.


A queste priorità è indispensabile aggiungerne una quarta, che sembra essere rimasta in ombra nell'ampio panorama del dibattito politico e culturale interno al mondo islamico. La nuova Amministrazione dovrebbe considerare come svolta imprescindibile nelle relazioni con il mondo islamico la valorizzazione dei musulmani americani. I cittadini americani di religione islamica sono fedeli al proprio Paese, al punto che molti di loro sono morti combattendo sotto l'egida della bandiera a stelle e strisce in Iraq o in Afghanistan, e non si sentono meno americani perché sono musulmani, né meno musulmani perché sono americani. Negli Stati Uniti come in Europa, i musulmani autoctoni costituiscono un esempio di integrazione armoniosa tra fede e cittadinanza, svolgendo una preziosa funzione pontificale tra i propri correligionari immigrati e i propri concittadini non musulmani. Gli americani di religione islamica non possono essere identificati con gli immigrati, con gli stranieri o con gli arabi, né coi bisognosi, né con gli integralisti o i terroristi. L'Islam è una religione, non un'etnia o un'ideologia. I musulmani americani hanno contribuito alla crescita degli Stati Uniti, come anche Obama ha recentemente dichiarato, e non meritano di essere demonizzati a causa di una minoranza di fanatici.

In ogni Paese del mondo è necessario sostenere gli sforzi delle comunità islamiche ortodosse e pacifiche, offrendo agibilità politica, sostegni economici che le rendano indipendenti da associazioni e Stati esteri, spazio sui media e nelle Università per svolgere una vasta azione culturale. Si tratta della vera “guerra santa” che i musulmani sono chiamati a combattere oggi: una guerra santa di carattere intellettuale per dissipare pregiudizi, stereotipi e confusioni.


In conclusione, tuttavia, dobbiamo riprendere e sviluppare la saggia osservazione di Firas Ahmad, che invita a non vedere in Barack Obama un Profeta. I toni messianici di tanti articoli, infatti, sembrano decisamente fuori posto e per certi aspetti inquietanti. Si tratta di non alimentare aspettative utopistiche di pace, giustizia, libertà e prosperità, che non possono essere soddisfatte da nessun uomo e che rischiano di indurre ad accogliere trionfalmente chiunque dia l'illusione di poter garantire il Paradiso in terra. Su un piano politico, Obama rischia di pagare il prezzo di una delusione fuori misura, dopo aver beneficiato di una speranza fuori misura. Su un piano religioso, che è quello prioritario ed essenziale per tutti i credenti, il rischio è che la comunità islamica si ubriachi di entusiasmo progressista e dimentichi il fine della vita dell'uomo, posto sulla terra come Vicario di Dio “per l'adorazione” (Corano LI, 56). I musulmani credono e confidano in Dio, non in Obama, ed hanno come guida infallibile l'Inviato di Dio Muhammad, Sigillo dei Profeti e patrono dei musulmani di ogni tempo, dall'inizio della Creazione fino al ritorno del Sigillo della Santità Gesù.

I musulmani hanno la responsabilità di custodire il proprio orientamento spirituale. La pacifica convivenza tra i popoli rappresenta senz'altro un fine legittimo, se non si dimentica che è un fine secondario e contingente rispetto al fine ultimo e assoluto della Vera Pace, che è Allah. Abbiamo il dovere di cercare la giustizia e il sostentamento nel mondo, ma senza cadere nella militanza ideologica e nel materialismo di fatto, che identifica la risoluzione dei conflitti e il benessere fisico e psichico con il Sommo Bene. Lo scopo della vita non è che gli uomini trascorrano pacificamente e piacevolmente il tempo tra loro. Lo scopo della vita è la salvezza dell'anima e, per coloro che ne abbiano le qualificazioni, la realizzazione spirituale.


Queste osservazioni non sono l'encomio di una passività misticheggiante e puritana che fugge l'ingaggio attivo e consapevole nel mondo. Al contrario, i credenti hanno la responsabilità di vivere, agire e lavorare su questa terra secondo le regole della scienza sacra. Nel mondo contemporaneo c'è bisogno di uomini e donne che si mettano al servizio dell'umanità in campo politico, economico e culturale, senza tuttavia smarrire l'orientamento intellettuale verso Dio, il senso gerarchico dei fini, l'ortodossia e l'ortoprassi. Se la comunità islamica saprà collaborare con il nuovo Presidente degli Stati Uniti per la Pace, il dialogo tra le civiltà, la crescita sociale, l'antiradicalismo e i diritti delle minoranze, senza idolatrare un uomo o precipitare nel fervore messianico e millenarista di alcune sette protestanti, allora l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca avrà buone possibilità di produrre gli effetti virtuosi che tutti attendono. Le parole e i gesti compiuti da Obama in questi primi mesi sembrano aprire scenari di speranza e collaborazione tra religioni, popoli e Nazioni. Confidiamo di poter proseguire insieme nella giusta direzione, con l'aiuto di Dio, che governa ogni cosa con Misericordia e Saggezza.

 

Yunus 'Abd al-Nur Distefano

Portavoce Co.Re.Is. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana

29 aprile 2009