Appare sempre più evidente come il ruolo dei religiosi nella partecipazione attiva alla prevenzione dei conflitti e alle dinamiche di peace keeping rappresenti una strategia chiave nella lotta ai fondamentalismi. L’utilizzo della violenza indiscriminata come mezzo di testimonianza religiosa, infatti, risulta da un’interpretazione distorta e aberrante delle dottrine teologiche. Chi altri, allora, se non i religiosi stessi all’interno delle proprie comunità e nel dialogo con le altre, potrebbe riportare chiarezza sul vero senso della dottrina e della sua messa in pratica attraverso i riti e la testimonianza spirituale?

Quest’opera di chiarificazione intellettuale è più che mai necessaria, oggi, per quanto riguarda l’Islam. Nel testo che pubblichiamo, pronunciato dall’imam torinese Hamid Abd al-Qadir Distefano durante una lezione su “Violenza – Nonviolenza: Religioni a confronto” del Master in “Gestione dei conflitti interculturali e interreligiosi” dell’Università di Pisa, il tema viene affrontato in modo sintetico e diretto sulla base delle fonti principali del diritto islamico, il sacro Corano e la Sunna profetica.


Ortodossia e jihad


Bismi’Llahi-r-Rahmani-r-Rahim

In nome di Dio il Clemente il Misericordioso,


la questione della violenza nella dottrina teologica e giuridica islamica non riveste una particolare rilevanza, si potrebbe quasi dire che sia assente. Meglio forse sarebbe dire che la violenza come esercizio abusivo e irrazionale della forza psichica e fisica contro qualcuno o qualcosa viene presa in considerazione nel Sacro Corano e nella Sunna (detti e fatti della vita del Profeta Muhammad) solo per condannarla e dichiararla estranea al carattere islamico della Rivelazione.

Se infatti l’Islam non è altro che la sottomissione a Dio nella Pace, ciò di cui si occupa la dottrina islamica è piuttosto la reazione alla violenza, reazione volta al ristabilimento di un ordine, di una armonia, della Pace.

Tuttavia anche tale reazione, nelle fonti primarie del diritto islamico, il Corano e la Sunna, come nell’elaborazione teologica e giuridica dei sapienti, per essere legittima, deve corrispondere ad alcuni requisiti tassativi e, essenzialmente, ad una intenzione (niyya) chiara che deve caratterizzare e indirizzare eventuali azioni che ne possano scaturire.

Nei primi anni della Rivelazione, a Mecca, il Profeta e i suoi primi Compagni erano quotidianamente soggetti ai violenti attacchi fisici e psichici dei loro concittadini che, dimentichi del puro monoteismo ritrasmesso ai loro padri dal profeta Abramo (as) e dalla sua discendenza, si erano dati all’idolatria e vedevano nella nuova Rivelazione coranica, testimoniata da Muhammad (saws) e dai suoi Compagni, i primi convertiti, una minaccia alla loro deviazione cultuale.

Il Profeta infatti non faceva che ammonirli come, prima di lui, tutti i Profeti, in tempi e per popoli differenti, sulla necessità di indirizzare un culto puro a Dio Solo. In tale contesto Dio rivelò al Profeta il seguente versetto: “ E tu non obbedire a coloro che rifiutano la fede ma combattili con Esso (il Corano), in un grande combattimento (jihadan kabiran)” (Sura al-Furqan, 25,52).

Tirmidhi riporta che il Profeta abbia detto: “Il miglior jihad è combattere contro la vostra anima e le vostre passioni sulla via di Dio l’Altissimo” (Sunan, Kitab Fada’il al-Jihad). In un’altra raccolta di ahadith normativi di Al-Nasa’i si riporta un altro detto del Profeta Muhammad (saws): “Il miglior jihad è dire la Verità di fronte a un tiranno” (Sunan, Kitab al-Ba’yah).

La parola jihad viene qui restituita al suo significato etimologico e più essenziale di sforzo, più precisamente sforzo sulla via di Dio (jihad fi sabili-Llah), al quale tutti i musulmani sono chiamati. Come si diceva prima, tale sforzo deve rispondere ad una intenzione e tale intenzione è volta essenzialmente alla realizzazione di una pacificazione dell’anima riassorbita nella sua dimensione più profonda di armonia spirituale nell’Ordine divino.

Tale realizzazione spirituale deve avere la sua corrispondenza nella testimonianza dell’unità di intenzione, pensiero e azione anche in questo mondo. Tale unità deriva dalla coerenza realizzata delle proprie azioni con lo statuto ontologico dell’uomo creato ‘ala surati al-Rahman secondo la forma del Misericordioso. Se infatti Dio dice di Se stesso nel Sacro Corano di esserSi prescritto la Misericordia, Egli dà la possibilità a tutti i credenti di potere informare le proprie vite a questa Qualità divina attraverso la pratica coerente dell’esempio e dell’insegnamento del Profeta inviato anch’egli “come una Misericordia (rahma) per i mondi”.

Con la fine del Califfato, non esiste oggi alcuna autorità legittima che possa attribuire il carattere del jihad a qualsivoglia iniziativa militare o violenta. Assistiamo invece all’opera di alcuni cattivi maestri che tradiscono il carattere dell’eredità profetica, de-contestualizzando alcuni versetti del Sacro Corano e strumentalizzando alcuni detti profetici, per fini di carattere non religioso ma di potere mondano orientati alla ricostituzione artificiosa e utopistica di un nuovo Califfato in conflitto col carattere dei tempi che Dio stesso ha decretato.

Costoro, al di fuori di ogni riferimento tradizionale e sapienziale, non fanno altro che nutrire il proprio narcisismo individualista dimenticando proprio quel jihad che dovrebbe essere orientato al superamento delle proprie pulsioni e concezioni personalistiche, al superamento della propria volontà, per conformarsi alla Volontà di Dio, il Clemente, il Misericordioso. Essi dimenticano di cambiare se stessi prima di voler cambiare il mondo.

Questo è il combattimento al quale sono richiamati i musulmani e tutti gli uomini autenticamente religiosi: far prevalere il bene sul male, la luce della Conoscenza sulle tenebre dell’ignoranza, in noi e fuori di noi.

In questo senso la testimonianza della Verità e della Realtà trascendente e immanente di Dio, il Dio Unico di ogni Religione, costituisce il dovere e la responsabilità di ogni religioso, in questi tempi in cui sembra prevalere la dissacrazione di ogni ambito della vita umana e la dissoluzione della sua integrità spirituale.

L’ideologizzazione della religione e la sua degradazione a livello di una filosofia politica e sociale o di un moralismo bigotto e formalista costituiscono i presupposti di quell’esclusivismo che si appropria senza timor di Dio della Verità secondo una prospettiva “troppo umana” che vorrebbe indurre, per amore o per forza, tutti gli altri ad essere fatti a nostra personale immagine e somiglianza, della nostra filosofia o della nostra teologia.

Parimenti, laddove la Verità diventa la “nostra verità”, allora ogni prospettiva personale o interpretazione aberrante acquisisce una legittimazione, alimentando un appiattimento relativistico e sincretistico, che vorrebbe farci dimenticare il carattere trascendente, soprannaturale e sovra-individuale, di Dio, della Creazione e dell’essere umano.

In questo senso la testimonianza religiosa non dovrebbe mai manifestarsi col carattere violento della sopraffazione, fisica e ideologica, né della delegittimazione fondata sul fatto che l’Altro è diverso da me.

Piuttosto i religiosi autentici dovrebbero saper riconoscere nella provvidenziale differenza delle proprie dottrine religiose, il Segno dell’Onnipotenza di Dio, l’Unico, il Clemente, il Misericordioso.

E la Pace e la Misericordia di Dio siano su tutti voi.


Imam Hamid ‘Abd al-Qadir Distefano

CO.RE.IS. Italiana

Commissione Affari Giuridici

29 aprile 2009