Economia e Islam

La sessione “Finanza, Marketing e Islam” ospitata dal Festival per l’Economia Interculturale di Biella ha visto impegnato nel ruolo di moderatore Sherif el Sebaie, collaboratore di varie testate giornalistiche, docente di arabo al Politecnico di Torino e scrittore. Alla moderazione di venerdì 19 ottobre il dottor Sebaie ha fatto seguire alcune interessanti riflessioni sul rapporto tra Islam, economia e società contemporanea, che Islamicità presenta all’attenzione dei suoi lettori. A seguire, il testo del nostro redattore Yunus Abd al-Nur Distefano su “I principi spirituali dell’economia islamica”.

Finanza Marketing e Islam

Tre sono i pilastri che sorreggono la società libera contemporanea: la politica, l’economia e la cultura. Le tre istituzioni, rispettivamente, promuovono e difendono l’esperimento democratico, la libera economia imprenditoriale ed il pluralismo culturale. Non è quindi affatto strano parlare di economia di mercato in relazione alla religione, quest’ultima intesa come parte integrante e spesso fondante di un contesto culturale. La religione, infatti - come rileva Norma Barry, docente di Teoria politica presso la Buckingham University in Inghilterra - è «molto importante per la società civile, dal momento che fornisce quella struttura morale che lega gli individui tra di loro attraverso metodi diversi dallo scambio commerciale, anche se la società civile è formalmente secolare. Questo non vuol dire che le grandi religioni del mondo siano tutte contrarie al mercato e alla sua componente essenziale, ovvero il sistema della proprietà privata. Insieme al costante dubbio, relativo all’usura, condiviso da gran parte delle principali religioni del mondo, molte caratteristiche del mercato sono state riconosciute, nell’Islam e nel Cattolicesimo romano, per esempio, molto tempo prima che venissero elaborate da Adam Smith e dagli scrittori dell’Illuminismo scozzese del XVIII secolo».
Alla luce di queste riflessioni, emerge tutta l’importanza del convegno “Marketing e Islam” organizzato da Etnica  - il network per l’economia interculturale - diretto dal Prof. Enzo Mario Napolitano. Etnica è il centro studi che ha sviluppato le teorie sul marketing interculturale, sul welcome marketing e sul welcome banking promuovendo il primo master italiano in management interculturale (MMI). Nel quadro della sua missione, tesa a valorizzare i migranti come clienti e collaboratori e ad avviare una relazione proficua con le comunità migranti, l’appuntamento organizzato da Etnica sulla relazione tra Islam ed economia è senza dubbio uno di quelli più interessanti e proficui. Ho avuto l’onore di partecipare, nella veste di relatore o di moderatore a ben tre edizioni dell’incontro in questione, l’ultima delle quali si è svolta presso la Cassa di Risparmio di Biella non più di due settimane fa.
Il seminario “Marketing e Islam” spinge a considerare la realtà di questa religione da un inedito punto di vista, ovvero la possibilità che accanto ad un cattolicesimo liberale possa nascere anche un Islam liberale. Un tentativo quindi senza dubbio stimolante, grazie ai contributi di relatori molto preparati (a questa edizione hanno partecipato Yunus Abd al-Nur Distefano della Coreis Italiana, Lorenzo Ascanio dell’Università degli Studi di Firenze, Paolo Greco dell’Università degli Studi di Bologna ed Emilio Vadalà della Banca d’Italia Sede di Palermo), di consentire l’incontro tra i principi del liberalismo e quelli dell’Islam. Operazione difficile che può riscontrare difficoltà e resistenza da ambienti tanto laici quanto religiosi, ma che tiene conto di un dato di fatto che non si può continuare ad ignorare, ovvero l’Islam stesso e il seguito che esso riesce a mobilitare intorno ai suoi principi.
Come afferma Attila Yayla, docente di teoria ed economia politica presso la Gazi University di Ankara, «insistere sull’emarginazione di chi non può essere considerato a tutti gli effetti parte del club degli occidentali o sull’ostentazione di forme di laicismo che offendono la sensibilità religiosa non aiuterà di certo l’incontro dell’Islam con le istituzioni liberali e finirà per ingrossare le fila di coloro che, avvertendo come una minaccia la democrazia, il mercato e il pluralismo religioso, stanno reagendo con attentati terroristici e con orrende decapitazioni». Un esempio dell’offesa alla sensibilità religiosa che ha portato, oltre che ad una degenerazione di stampo violento in alcuni contesti isolati, a gravi e ben più ampie conseguenze economiche a livello internazionale, è il caso delle «vignette danesi» raffiguranti il Profeta Muhammad. Dopo la loro pubblicazione infatti, in tutto il mondo islamico è stato promosso il boicottaggio delle merci danesi e norvegesi, con conseguenze devastanti per le economie di entrambi i paesi.
Il rapporto tra economia ed Islam è un rapporto molto stretto, e non solo per la fetta rappresentata dai consumatori del mondo arabo o dal fatto che molti dei principali Paesi produttori di petrolio coincidono con Paesi a maggioranza islamica. In ambito economico, infatti, è di straordinario rilievo l’adesione della religione islamica stessa al sistema capitalistico, al mercato e alla proprietà privata. Considerando che il Profeta Muhammad stesso era un mercante, conosciuto soprattutto per la sua rettitudine tanto da essere soprannominato l’Onesto, è eccezionale l’incoraggiamento all’imprenditorialità. Non a caso, nel suo intervento, uno dei relatori ha sottolineato i detti dove il Profeta enuclea i benefici spirituali e materiali del lavoro esortando la comunità dei credenti a soddisfare i propri bisogni con il sudore della fronte. D’altronde si dice che Ibrahim Al-Nakha’i, autorità del primo secolo islamico, quando gli venne chiesto se preferisse un mercante onesto oppure un uomo che si fosse liberato da ogni lavoro per consacrarsi interamente a Dio, rispose: «Mi è più caro il mercante onesto, perché egli combatte il jihad. Satana viene a lui attraverso le misure e le bilance, nella linea delle transazioni commerciali: egli conduce il jihad contro Satana». Non solo: l’economia è anche elemento fondante del pluralismo religioso e culturale all’interno della stessa società islamica.
Nel nuovo corso di espansione islamica, i musulmani incontrarono popoli con fedi, culture e sistemi economici diversi, con i quali vennero avviate proficue relazioni commerciali nello scambio di beni in buona parte sconosciuti ad entrambe le parti. In questo modo il libero scambio favoriva la conoscenza di nuovi metodi di lavoro e di nuove tecnologie, permetteva ad ogni civiltà di incrementare le proprie risorse, estendendo le possibilità di benessere ad un numero sempre maggiore di cittadini. In questo contesto, quindi, si può tranquillamente considerare cristiani ed ebrei, più che come minoranze, «componenti compartecipi dello sviluppo di un nuovo mon­do» che inizia nel VII secolo. La storia islamica è ricca di cristiani ed ebrei che hanno ricoperto importanti ruoli politici, sociali ed economici nella società islamica. Il mercato infatti non conosce  differenze etniche, religiose o sessuali. Un'affermazione - alquanto ironica - di Voltaire, recitava d’altronde: «Entrate nella Borsa di Londra […] Lì l’ebreo, il maomettano e il cristiano si trattano reciprocamente come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli solo quelli che fanno bancarotta».
Norman Barry sottolinea come «il fatto che nella legge islamica gli oneri fiscali siano effettivamente abbastanza leggeri rispetto a quelli occidentali» e come, «in termini economici, l’Islam può rivendicare di aver dato origine alla teoria del libero mercato non solo molto tempo prima di Adam Smith, ma anche prima della scuola cattolica di Salamanca del XV secolo, i cui membri sono stati riconosciuti come i primi esponenti dell’allocazione delle risorse attraverso il mercato, della teoria monetaria e del valore soggettivo. Lo scrittore musulmano del XIII secolo Khaldun, storico e teorico sociale, aveva infatti individuato la teoria del mercato e del nascente capitalismo molto prima del XVIII secolo». Viene quindi spontaneo chiedersi come mai negli Stati musulmani non esista un’efficiente economia capitalistica e soprattutto perché l’Islam non sia stato riconosciuto come parte integrante della teoria politica e sociale liberale, dal momento che la sua dottrina è compatibile con essa. La risposta, fornita ancora una volta da Barry, afferma che ciò potrebbe dipendere dal fatto che «gli Stati musulmani hanno perseguito pratiche sociali ed economiche non provenienti dal Corano e di matrice nazionalistica, illiberale e talvolta socialistica. Essi sembrano avere sostanzialmente acquisito dall’Occidente dottrine sbagliate e molte idee che sono estranee alla pura tradizione islamica».
Ecco perché un appuntamento come “Marketing e Islam” riveste un’importanza del tutto particolare, come occasione per spiegare gli elementi di compatibilità tra l’Islam stesso e la tradizione individualistica e capitalistica dell’Occidente, persuadendo i liberali occidentali del fatto che alcune caratteristiche fondamentali dell’Islam sono assolutamente coerenti con le loro stesse dottrine. D’altronde, nel naturale processo di scambi commerciali tra Occidente e mondo islamico, anche oggi in un mondo sempre più globalizzato – come in passato – si potrebbero aprire nuove frontiere, che se basate sulla capacità di comprendere la dimensione religiosa, consentirebbero all’Islam e all’Occidente di percepirsi reciprocamente come realtà naturalmente integrabili e non in contrapposizione.

Sherif el Sebaie

 

I principi spirituali dell'economia islamica(1)

La civiltà islamica si basa su una prospettiva teocentrica e gerarchica, che prevede l’irradiamento dei principi spirituali su tutti i piani della vita umana. La centralità ontologica ed esistenziale di Dio costituisce dunque la premessa imprescindibile dell’azione e della contemplazione di ogni musulmano, mentre la Rivelazione del Corano, il modello esemplare del Profeta Muhammad e l’insegnamento dei sapienti ispira ogni aspetto ed ogni ambito del sapere.
L’Islam propone una società fondata sulle regole sacre di un ordine sovraindividuale e l’economia non fa eccezione a questo principio di unità e armonia. Gli studi sull’economia islamica si sono moltiplicati negli ultimi anni, focalizzandosi prevalentemente sull’analisi delle forme contrattuali, delle norme finanziarie, dell’organizzazione di imprese e banche. Tali studi non mancano certo di interesse e colmano anzi una lacuna nel campo della riflessione economica, ma occorre nel contempo rilevare la necessità di un approfondimento analogo sui principi spirituali dell’economia islamica. In altre parole: quali sono i principi religiosi dai quali derivano le applicazioni riferite al dominio dell’economia? Su quale prospettiva spirituale si fonda il modello sociale ed economico dell’Islam?
Per rispondere a queste domande, dobbiamo innanzitutto fare riferimento alla dottrina metafisica dell’Islam. Iddio è la realtà assoluta, l’unica, al di fuori della quale non vi è nulla. Ogni essere contingente riceve l’esistenza dall’irradiamento dell’Essenza divina e non possiede altra realtà che quella concessagli dall’Eterno. Non vi è che Dio, e i musulmani imparano a riconoscerLo e a gustarLo in ogni cosa: nei cieli e sulla terra, dentro e fuori di sé. Il Signore è la Causa prima, l’Essenza unica e il Fine ultimo dei mondi, pur velandosi agli occhi delle creature dietro le cause seconde, gli enti contingenti e gli scopi intermedi. Secondo la prospettiva islamica, dunque, occorre imparare a vedere la presenza di Dio in ogni cosa: tutto ciò che esiste e di cui l’uomo può legittimamente godere è un dono del Misericordioso, ne rivela la presenza, porta impresso il sigillo sacro della sua origine divina e, nello stesso tempo, costituisce uno strumento creato per indicare il fine unico della vita umana, che è Dio. Recita infatti il Sacro Corano: «In verità a Dio apparteniamo e a Lui facciamo ritorno» (II, 156).
I beni economici sono dunque nello stesso tempo e prevalentemente beni spirituali, che ricordano all’uomo l’origine divina del mondo e l’immanenza di Dio nella Sua Creazione, oltre a costituire mezzi di elevazione religiosa e possibilità di conoscenza trascendente. Di ogni proprietà, l’Islam indica il vero Proprietario, il Signore dei mondi, Colui che garantisce la sussistenza colmando la radicale indigenza ontologica dei Suoi servi. L’uomo è chiamato a conoscere la sua povertà creaturale (al-fakr) per disporsi a ricevere il soccorso dell’Unico Ricco, al-Ghani’, nella consapevolezza che tale povertà non può essere colmata dal possesso dei beni di questo mondo, ma soltanto dall’Altissimo.
L’uomo, infatti, è responsabile della gestione del Creato e khalifat Allah, vicario di Dio sulla terra. Dio Stesso gli consente di beneficiare dei beni terreni secondo le regole della religione, rendendolo fiduciario e amministratore della Sua Creazione. L’uomo si incarica di custodire e gestire la Ricchezza di Dio: ha dunque il diritto di goderne, ma nello stesso tempo è chiamato a renderne conto. La prospettiva islamica non prevede moralismi puritani o fascinazioni pauperistiche, poiché l’orientamento spirituale del credente prescinde da povertà e ricchezza, e dipende invece dalla capacità di riconoscere il Signore della ricchezza e della povertà, superando ogni attaccamento materialistico e ogni tentazione luciferina di autonomia individuale. Insegna il Profeta Muhammad: «Non c’è nulla di male nella ricchezza per coloro che temono Dio».
È Dio Stesso dunque che assegna in godimento agli uomini i beni di questo mondo, attribuendone loro nel contempo la provvisoria proprietà. È in nome di Dio che il musulmano detiene una proprietà ed ha il diritto di detenerla: il credente è dunque inviolabile nella gestione dei beni che l’Altissimo gli concede in questo mondo, ma deve essere consapevole che, come dice il Sacro Corano, è Dio «che arricchisce e fa prendere» (LIII, 48). Vengono da Dio anche le differenze economiche tra gli uomini, che devono fare della propria ricchezza e della propria povertà un’occasione di conoscenza, generosità e pazienza.
Nella prospettiva islamica risulta pertanto inaccettabile ogni sentimento di invidia sociale e ogni volontarismo utopistico teso a uniformare il livello economico dei credenti. Il desiderio di perequare le ricchezze nasce infatti da una prospettiva materialistica che vede nei beni di questo mondo soltanto l’apparenza esteriore e quantitativa, misconoscendo la valenza spirituale, simbolica e qualitativa che ogni cosa possiede. Proprio la dimensione qualitativa dei beni economici induceva il Profeta ad insegnare che «nella transazione commerciale, purché sia condotta con onestà, vi è una benedizione», poiché non si tratta solo di trasferire da una mano all’altra mere quantità.
A proposito delle diseguaglianze sociali, il Sacro Corano afferma: «Dio ha fatto alcuni di voi superiori agli altri in ricchezze; tuttavia, quelli che sono stati preferiti non cedono delle loro ricchezze ai propri servi, in modo che siano in questo uguali. Rifiuterebbero essi infatti il favore divino?» (XVI, 71). In altre parole: ritengono le creature di saper distribuire i beni terreni, sulla base dell’opinione individuale, meglio del loro Creatore? Dice ancora il Corano: «Vi ha innalzato per gradi gli uni sugli altri, per provarvi in ciò che vi ha dato» (VI, 165).
I musulmani sono chiamati ad accettare il decreto divino nella distribuzione dei beni di questo mondo, da una parte operando per migliorare la propria condizione economica e garantirsi i mezzi di sussistenza, dall’altra praticando l’intelligenza dei segni di Dio disseminati nella ricchezza e nella povertà, impiegando la ricchezza in Suo nome con misericordia e profittando della povertà materiale per riconoscere la propria indigenza ontologica.
Come abbiamo visto, i principi spirituali dell’economia islamica trovano fondamento nella dimensione metafisica, dalla quale deriva un’antropologia sacra che eleva l’uomo a vicario di Dio sulla terra e custode della Creazione. Queste basi metafisiche e antropologiche sono il presupposto imprescindibile dell’etica religiosa, e dunque dell’esercizio delle virtù che devono permeare il modello economico islamico.
Innanzitutto, i musulmani sono tenuti all’onestà, all’affidabilità, alla lealtà. Il Profeta Muhammad, infatti, praticava il commercio ed era noto come al-Amin, l’Affidabile, al punto che alcuni imprenditori dell’epoca gli affidavano la gestione dei propri commerci. Diceva l’Inviato di Dio: «I segni distintivi dell’ipocrita sono tre: quando racconta, mente; quando promette, non mantiene; e quando ci si fida di lui, inganna». Descrivendo il futuro, il Profeta prevedeva: «La gente comincerà a trattare affari fin dal mattino, e non vi sarà quasi nessuno che onorerà l’impegno». Il Sacro Corano raccomanda più volte di non ricorrere alla frode, ingiungendo: «Iddio vi ordina di restituire i depositi a coloro che ne hanno diritto» (IV, 58). Inoltre: «Completate la misura ed il peso con equità, e non defraudate la gente di quel che è suo» (XI, 85). La tradizione islamica attribuisce grande importanza al dovere di onorare i debiti, al punto che è fortemente sconsigliato compiere il Pellegrinaggio a Mecca qualora si abbia un debito che si teme di non poter pagare.
Naturalmente, l’inviolabilità della proprietà e la qualità dell’affidabilità devono essere coniugate con la virtù della generosità. Secondo un detto profetico, «Iddio porrà sotto l’ombra del Suo Trono, nel giorno della resurrezione, coloro che concedono dilazione o fanno uno sconto sul debito a chi si trovi in difficoltà». Il Sacro Corano esorta così i credenti: «Non dispenserete se non per desiderio del Volto di Dio; e quel che avrete dispensato di buono, vi sarà ripagato» (II, 272). E inoltre: «Non raggiungerete la pietà finché non dispenserete di quello che amate» (III, 92).
L’Islam non invita infatti a coltivare l’umanitarismo o la filantropia, bensì spinge i credenti a riconoscere il Signore in ogni creatura e dunque ad essere affidabili e generosi in Suo nome e solo in Suo nome. È Dio che dona, è Dio che viene donato ed è Dio che riceve, in una dinamica di sacralità che trascende in misura incommensurabile il valore quantitativo dell’elargizione materiale. Insegnava l’Inviato di Dio: «Se doni del sovrappiù, è bene per te; se invece lo trattieni, è male per te. Non sarai biasimato per ciò che serve al mantenimento: comincia da chi hai a tuo carico; e la mano che sta sopra è migliore di quella che sta sotto». In altre parole, è preferibile dare piuttosto che ricevere, anche perché, secondo le parole del Profeta, «la ricchezza di un servo di Dio non viene meno per un’elemosina». I credenti sono dunque chiamati ad essere generosi come vorrebbero che l’Altissimo fosse con loro, «e quelli che si saranno guardati dall’avidità della loro anima sono coloro che avranno successo», afferma il Sacro Corano (LIX, 9).
Tra le virtù raccomandate dalla tradizione islamica nella gestione dei beni di questo mondo c’è anche la sobrietà, la moderazione, l’essenzialità. Il criterio del giusto mezzo non consiste in un compromesso orizzontale tra tendenze opposte, ma in una sintesi qualitativa che consente di compiere l’atto perfetto nel contesto specifico in cui Dio ci ha posto. Dice il Corano: «Dai ai parenti quel che spetta loro, e così ai viandanti e ai poveri, ma senza prodigalità stravaganti, perché i prodighi sono fratelli dei demoni, e il demonio fu ingrato verso il Signore!» (XVI, 26-27).
L’Inviato di Dio disse un giorno ai suoi Compagni: «A colui che mi garantisce di non chiedere nulla alla gente, io garantisco il Paradiso». L’insegnamento del Profeta non invita soltanto ad una dignitosa continenza, ma esorta soprattutto a riconoscere che è sempre e solo a Dio che si chiede, eventualmente attraverso il velo delle Sue creature. Il musulmano non confida nelle cause seconde, ma scorge la Causa prima e si rivolge al Signore dei mondi. Secondo le parole del Profeta, «nessuno ha mai mangiato cibo migliore di quello che deriva dal lavoro delle proprie mani», anche qualora la fatica da sostenere sia grande; in ogni caso, dice ancora il Profeta, «sarà meglio per lui piuttosto che chiedere a qualcuno, sia che gli conceda sia che gli rifiuti».
Il primo dovere economico del musulmano consiste nel mantenere la propria famiglia. Il Profeta Muhammad afferma: «Se un uomo fa una spesa per la sua famiglia, gli sarà accreditata come elemosina»; e inoltre: «Il denaro speso con più merito è quello che l’uomo spende per la sua famiglia». La cura per la propria famiglia deve d’altronde essere inquadrata in uno stile di vita sobrio, distante da avarizia e prodigalità. Il Sacro Corano loda i poveri che si affidano all’Altissimo, descrivendoli così: «Chi non li conosce li crede ricchi, per la loro dignitosa modestia. Li riconoscerai da un segno: non chiedono petulanti alla gente».
La prospettiva islamica sull’economia comporta com’è noto il divieto dell’usura e in generale della speculazione. Un guadagno ottenuto senza lavoro e senza rischi, come se il semplice possesso di denaro potesse automaticamente produrre denaro, è illecito. Le banche islamiche, ad esempio, si reggono in modo simile a società finanziarie o compagnie di investimenti. Il fondamento di tali attività è la compartecipazione agli utili: le banche prestano il capitale all’imprenditore e ne condividono il rischio d’impresa, ricevendo una quota predeterminata degli eventuali profitti o partecipandone in misura proporzionale agli investimenti. Il divieto dell’usura deve produrre la disponibilità a cogliere un insegnamento spirituale, affinché il credente non coltivi l’illusione della passività, della materia che basta a se stessa, del denaro che è indipendente dallo sforzo dell’uomo, e in definitiva di una prometeica autonomia individuale.
Rifiutando ogni prospettiva materialistica e quantitativa, il Profeta Muhammad affermava: «La vera ricchezza non deriva dall’abbondanza di beni, ma è ricchezza dell’anima; la vera scienza non è abbondanza di nozioni, ma una luce che Iddio pone nel cuore». Su questa base, l’Islam rifiuta la prospettiva calvinista, che vede nel successo mondano il segno di un’elezione divina, poiché il favore di Dio può manifestarsi al servo attraverso la salute o la malattia, la ricchezza o la povertà, la facilità o la difficoltà. Dopo una battaglia, l’Inviato di Dio divise il bottino nella comunità e poi disse: «Ho dato a questo e ho lasciato fuori quello, e quegli che ho lasciato fuori mi è più caro di quello a cui ho dato. Ho dato a delle persone perché ho visto nei loro cuori impazienza; per gli altri, ho confidato in quella ricchezza che Iddio ha posto loro nel cuore».
Sulla conoscenza divina, la responsabilità spirituale e la rettitudine morale si fonda il modello sociale ed economico dell’Islam. Se si esclude dall’esistenza tutto ciò che è di ordine sovraindividuale, infatti, si separa da ogni Principio trascendente il mondo e la propria vita, privando l’uno e l’altra di qualsiasi realtà. L’illusione della vita ordinaria, come la definisce un santo musulmano del secolo scorso, nasce da una prospettiva materialistica che riduce la realtà al piano sensibile, negandole in principio o almeno di fatto il valore simbolico e spirituale. Lungi dal concepire l’operatività sacra di tutto ciò che Dio ha creato come supporto per la trasformazione ontologica e la realizzazione metafisica, l’uomo contemporaneo individua generalmente il valore di un bene nella sua capacità di produrre effetti di ordine sensibile.
Secoli di materialismo, infatti, hanno causato nella maggior parte degli uomini l’atrofia delle facoltà intellettuali e di conseguenza l’incapacità di cogliere le realtà essenziali che sottendono alle apparenze fenomeniche. Il mondo fisico appare dunque ai materialisti come un sistema chiuso nel quale si sentono al sicuro, del tutto inconsapevoli delle dimensioni sovrasensibili, che pure non sono meno reali per il fatto di essere invisibili. Tale sicumera è naturalmente un’illusione da cui mette in guardia il Sacro Corano: «Siete sicuri che non vi faccia sprofondare sotto i piedi un tratto di terra?» (XVII, 68). In altre parole, dobbiamo chiederci se sia possibile fondare la nostra sicurezza sulla quantità e se il mondo delle contingenze costituisca un ormeggio sufficientemente solido cui ancorare il significato della vita.
Nella società contemporanea, infatti, sembra mancare un Principio immutabile, un punto fermo, un Motore immobile cui vincolare le contingenze mutevoli. Come può un uomo che non riconosce la Causa prima e il Fine ultimo della sua vita fondare una gerarchia di valori che gli consentano di orientarsi nel mondo? Se Archimede diceva: «Datemi un punto d’appoggio e solleverò il mondo», come può l’uomo moderno trovare stabilità senza una Stella Polare che brilli al di sopra del caos materiale, emotivo e speculativo?
Nella civiltà contemporanea, prigioniera della propria artificiosa solidità materialistica e pragmatica, si nota l’apparente paradosso di un’instabilità psicologica, sociale ed economica impressionante, che è d’altra parte il frutto inevitabile di un percorso che si allontana dalla qualità spirituale e muove irreversibilmente verso la quantità materiale.
Si consideri ad esempio la volatilità del mercato azionario, in cui il valore dei titoli è prevalentemente determinato dalle oscillazioni emotive della gente. Il capitale azionario non equivale se non in minima parte ad una ricchezza reale, ancorata a beni verificabili, bensì ad un «capitale mentale», che può essere moltiplicato o spazzato via da un’onda psichica.
Troviamo un secondo esempio nel denaro: dopo aver perso il valore qualitativo e simbolico, che ne faceva un supporto per l’elevazione spirituale e lo scambio di benedizioni, la moneta ha visto anche il suo valore quantitativo, il suo «potere d’acquisto», ridursi continuamente e talvolta repentinamente, causando le catastrofi economiche cui abbiamo assistito recentemente.
Consideriamo infine quale evoluzione abbia avuto il mondo del lavoro. Nei secoli scorsi, gli uomini confidavano in Dio per il proprio sostentamento e nel lavoro si esprimevano competenze qualitative oggi perlopiù perdute. Il percorso di decadenza qualitativa degli uomini e della società ha fatto emergere l’esigenza del cosiddetto «posto fisso», come risposta ad un problema che in passato non era nemmeno concepibile. Negli ultimi anni, degenerando a velocità crescente verso la quantità, la situazione è ulteriormente peggiorata: assistiamo infatti alla precarizzazione del mercato del lavoro, che produce conseguenze devastanti sul piano sociale, economico e psicologico. Si tratta spesso di lavori senza qualità, che non richiedono competenze specifiche e possono essere svolti da lavoratori fungibili. L’assimilazione dell’uomo a strumento meccanico, privo di ogni valenza simbolica e spirituale, sembra in questo modo vicina a compiersi.

In conclusione, il percorso dissolutivo della civiltà contemporanea, diretto da tempo verso la quantità, la materia, l’individualismo, comporta instabilità e insicurezza. L’uomo è invece chiamato dalla sua stessa costituzione ontologica a muovere verso la qualità, a vestirsi delle Qualità divine, secondo un percorso spirituale che genera stabilità, sicurezza e pace in ogni ambito della vita, poiché ha origine e destinazione nell’Unica Realtà.

Yunus 'Abd al-Nur Distefano

NOTE

(1)Intervento tenuto venerdì 19 ottobre 2007 a Biella, nella sessione “Finanza, Marketing e Islam” del Festival per l’Economia Interculturale

30 ottobre 2007