In occasione della festa islamica dell’Id al-Adha, la “Festa del Sacrificio”, che cade proprio oggi mercoledì 19 dicembre, proponiamo ai lettori di Islamicità una riflessione della prof.ssa Mulayka Laura Enriello (Accademia di Studi Interreligiosi ISA).
La “Grande Festa”, l’Id al-Kabir, ricorda ai credenti la storia sacra del Profeta Abramo, chiamato da Dio a sacrificare il figlio Ismaele, capostipite degli arabi, che sostiene il padre nella sottomissione alla volontà divina e lo esorta con queste parole: “Padre mio, fa quel che t’è stato ordinato: tu mi troverai, a Dio piacendo, paziente!” (Corano XXXVII, 102). La misericordia divina ferma la mano del Patriarca e decreta la salvezza di suo figlio: “E riscattammo suo figlio con sacrificio grande e lo benedicemmo tra i posteri” (Corano XXXVII, 107-108).
A Mina, tra Mecca e ‘Arafa, prima del sacrificio dei montoni, i pellegrini musulmani compiono oggi anche il rito della lapidazione del Demonio, lanciando alcuni sassi contro una colonna di pietra. Dopo aver respinto le suggestioni dell’Avversario, che allontana l’uomo dal suo Signore soggiogandone l’anima, i pellegrini possono infatti realizzare interiormente ed esteriormente il sacrificio di Abramo e partecipare alla stazione eccellente di Ismaele.
L’obbedienza, la trasparenza e l’abbandono fiducioso in Dio di Ibrahim e Ismail costituiscono ancor oggi un modello esemplare per i credenti: come i due Profeti, anche i pellegrini e tutti i musulmani che si dispongono ad accompagnarli in questo giorno benedetto immolano al Signore la propria anima e vivono l’integralità della sottomissione, la completa adesione alla volontà di Dio, una perfetta islamicità.
Riflessioni sulla Festa del Sacrificio – Id al Adha
Integrare la vita religiosa nel mondo laico contemporaneo sembra diventare oggi una sfida sul piano intellettuale, prima ancora che su quello rituale: non sarebbe infatti così difficile rimuovere gli ostacoli burocratici e pragmatici che hanno finora impedito o perlomeno non agevolato nella vita pubblica la pratica di alcune ritualità religiose, in particolare islamiche, ma non sarebbe forse questo a risolvere il nodo culturale che invece ancora ci lega – laici e religiosi – ad una separazione incolmabile tra il momento religioso ed il momento laico, o “civile”, o “sociale”.
Oggi sembrerebbe che il “dialogo interreligioso” debba diventare un'alternativa o un rimedio rispetto alla semplice tolleranza reciproca tra realtà comunque incompatibili, oppure un espediente per “edulcorare” le religioni, “addomesticandole” in qualche modo a perdere la loro tensione verso l'Assoluto, verso la pura Verità, additando quest'ultima come causa di quell'estremismo che soltanto la “ragione laica” sarebbe in grado di curare.
Sembrerebbe di conseguenza manifestarsi la volontà di inglobare il dialogo interreligioso in un dibattito puramente laico, dove lo spazio “tra le religioni” diventerebbe un terreno neutro per non parlare delle dottrine, accusate di essere la fonte delle divisioni, delle inconciliabilità e dei radicalismi, e dove il laicismo si assumerebbe il ruolo di “moderatore”.
Dal punto di vista religioso, moderarsi e moderare non significa rinunciare alla dottrina, o riformarla, o ridimensionarla. Significa piuttosto disciplinare se stessi, le proprie ambizioni, la propria affermazione personale, per calibrare e canalizzare con la giusta misura, adatta all'interlocutore, la forza del messaggio spirituale che ciclicamente Dio affida ai Profeti affinchè lo ritrasmettano agli uomini. Se è infatti vero che la fede “muove le montagne”, è altrettanto vero che gli uomini di fede devono portare nel mondo la luce della presenza divina, senza adombrarla od oscurarla con un comportamento scandaloso.
E' la differenza tra l'impegno di maturare in se stessi la visione di come la Verità e la Giustizia, che nell'islam sono Nomi di Dio e quindi Sue dirette espressioni nel mondo, si esprimano momento per momento nella creazione di cui siamo parte, e la presunzione tutta razionale di poter padroneggiare individualmente o collettivamente l'analisi di come la verità e la giustizia si dovrebbero esprimere nel mondo, riguardo al quale l'immanenza della presenza divina non sembra essere più oggetto di studio.
Certo, vi sono momenti della storia sacra che segnano in modo irriducibile la frattura tra la prospettiva laica e quella religiosa: l'esempio di Schopenhauer che si arrovella intorno al sacrificio di Abramo, riscrivendolo e rigirandolo senza pace per riuscire a ricavarne una “ragione”, tentativo ovviamente destinato a fallire, evidenzia invece paradossalmente in modo apofatico che cosa sia la qualità della fede, che cosa sia la portata della fede manifestata dal profeta Abramo, e “cosa è successo veramente” nel colloquio intimo di Abramo con Dio, nella richiesta da parte di Dio al suo servo di sacrificare il figlio, e nella profonda accettazione di Abramo. Si tratta infatti di una accettazione che procede da una conoscenza profonda, da un dialogo interiore così intimo con Dio da vedere la creazione con gli stessi occhi di Dio. E con gli occhi di Dio, nelle mani di Dio, in Dio che permea tutte le cose non c'è morte se non nell'apparenza, e non c'è vita se non nella messa in opera dell'ordine divino.
I religiosi che percorrono questo cammino di consapevolezza e di maturazione interiore in compagnia di Abramo, devono fare i conti con un mondo che da secoli ha abdicato a questa possibilità di conoscenza, e che vive quindi - in parte in modo inconsapevole - lo “shock” di questo richiamo ad una realtà superiore, ad una ritualità dell'esistenza che sembra essere una sottrazione di libertà, ad una lettura degli avvenimenti che deve necessariamente superare l'analisi logica.
Lo stesso racconto del sacrificio è riportato per gli Ebrei riguardo al capostipite Isacco, e per i musulmani riguardo al capostipite Ismaele.
La dottrina islamica insegna come Ismaele partecipi col padre dell'obbedienza all'ordine divino, nella consapevolezza di quanto sta per affrontare. Egli partecipa, con forza e mitezza allo stesso tempo, della funzione angelica della costrizione divina, chedendo al padre di legarlo saldamente, consapevole che non è la natura umana individuale a poter sostenere da sola lo sforzo spirituale. E' proprio nell'esempio di Ismaele, “sadiq al-wa'di”, “veritiero nel mantenere la promessa”, che si può forse ricercare la chiave per continuare a moderarsi e moderare, disciplinarsi nell'espressione della verità in modo che non sia la “nostra verità”. Nella realizzazione interiore ed esteriore di questa disposizione al sacrificio, Isacco e Ismaele diventano capostipiti e profeti, capaci di parlare ed agire in nome di Dio e non in nome proprio, e di essere di esempio e di guida come il padre Abramo a tutta la loro discendenza, genetica e spirituale.
Non a caso nell'islam lo stesso appellativo di “sadiq al-wa'di” viene altrettanto attribuito al profeta Muhammad, e la “sunnah”, l'imitazione del comportamento che i discendenti di Ismaele praticavano nei suoi confronti, tramandandone concretamente l'esempio fino al tempo del Profeta Muhammad, è, in quanto imitazione del comportamento di Muhammad stesso, ancora parte inscindibile della formazione e della pratica religiosa di ogni musulmano ortodosso. Celebrare insieme ai pellegrini la festa del Sacrificio nel giorno della 'Id al Adha non comporta quindi soltanto una assenza da scuola o dai luoghi di lavoro, né la necessità di un “jihad”, tanto più sgradito a Dio quanto più è pretestuoso e fuori luogo, per rivendicare il diritto a compiere secondo la tradizione una “macellazione rituale” per poter adempiere alla prescrizione – comunque benedetta – di offrire un animale per il pasto della festa. Tutto questo non rende più “islamica” la vita del musulmano se non è accompagnato dalla realizzazione, nell'interiorità e nei comportamenti, di quella “forte mitezza” del profeta Ismail, capace di mettere in atto la volontà divina nel sacrificio della propria individualità, rendendo possibile la manifestazione di una sovrabbondanza di grazia simboleggiata dalla fonte di acqua di Zamzam che Dio fece sgorgare per lui nel deserto grazie alle preghiere di sua madre Agar. Fonte che non cessa di ristorare e dissetare anche oggi i pellegrini che umilmente impieghino le loro forze e le loro sostanze per raggiungere la Casa di Dio, alla ricerca del Suo favore.
Mulayka Laura Enriello
ISA – Accademia di Studi Interreligiosi
19 dicembre 2007 |