Sulla reciprocità

            L’Europa contemporanea si configura ormai come crogiolo di identità. La convivenza di etnie, culture e religioni differenti, che si definiscono e si arricchiscono l’un l’altra, pone in primo piano il problema della libertà religiosa, che si articola in una molteplicità di ambiti: teologico, cultuale, culturale, sociale, giuridico. Si tratta dell’edificazione di luoghi di culto, dell’insegnamento della religione nelle scuole, della fondazione di centri educativi e culturali di carattere confessionale, ma anche di riconoscimenti giuridici, di sostegni finanziari, di misure che tengano conto delle specificità di ogni religione. In Italia, la crescente presenza islamica ha suscitato alcune preoccupazioni, a volte condivisibili, altre del tutto illegittime, e il dibattito sulla libertà religiosa si è focalizzato sulla rivendicazione della «reciprocità».
            Alcuni esponenti del mondo ecclesiastico, politico e culturale hanno dunque formulato, implicitamente o esplicitamente, il ragionamento che segue: la concessione della libertà religiosa in Italia ai musulmani deve essere vincolata ad un principio di reciprocità, ovvero è necessario pretendere che sia analogamente garantita la libertà religiosa nel «mondo islamico» ai cristiani. Paradossalmente, molti di coloro che agitano tale questione non sono affatto religiosi e si servono del Cristianesimo come vago collante ideologico di un’altrettanto vaga e presunta «civiltà occidentale». Nonostante la natura pretestuosa dell’argomentazione, che peraltro può essere sommariamente confutata, ci sembra utile denunciare l’inconsistenza logica di certi sofismi.
            Il primo errore di tale istanza di reciprocità consiste nell’ignorare che i diritti inalienabili dell’individuo non possono in alcun modo essere vincolati alle politiche di Stati esteri. Ad esempio, se un Paese vietasse di costruire luoghi di culto ai cattolici, come avviene in Arabia Saudita, lo Stato italiano dovrebbe forse negare, per ritorsione, il diritto di edificare moschee ai sauditi residenti in Italia? La negazione delle libertà fondamentali non può divenire il pretesto per esigere un analogo atteggiamento illiberale da parte del proprio Paese, in deroga al dettato costituzionale. È auspicabile che il nostro Paese prenda esempio da regimi dispotici nel conculcare le libertà fondamentali dei suoi cittadini e di coloro che dimorano sul suo territorio? Se un simile principio fosse ammesso, le conseguenze sarebbero particolarmente gravi: non può non destare apprensione il ricordo di analoghe rivendicazioni da parte di regimi totalitari europei del secolo scorso, che giustificarono la persecuzione di alcuni gruppi etnici con le angherie, vere o presunte, subite dai propri connazionali nei Paesi d’origine dei perseguitati.
            D’altronde, se anche ammettessimo per il nostro Paese la possibilità di derogare ai principi costituzionali, la richiesta di reciprocità da più parti avanzata risulterebbe non meno infondata. Non è infatti possibile identificare uno Stato e le sue politiche con i cittadini di quello Stato, poiché questi non sono responsabili delle scelte dei propri governanti, a maggior ragione in Paesi dove non esiste alcuna forma di democrazia e dove i cittadini sono al contrario vittime di tali regimi oppressivi. Dovremmo discriminare chi giunge dal «mondo islamico» perché alcuni Paesi arabi discriminano i cristiani o gli occidentali? Quale responsabilità si può attribuire ai cittadini di uno Stato per le politiche di coloro che li governano? Una simile concezione della responsabilità, bizzarra e pericolosa, è proprio quella che anima le azioni violente dei terroristi, che non si fanno scrupolo di colpire la popolazione dei Governi dai quali dissentono.
            Non ci si limita peraltro ad attribuire ai cittadini di alcuni sedicenti Paesi islamici le colpe delle politiche eventualmente repressive dei Paesi d’origine, ma si giunge a identificare i musulmani provenienti da quei Paesi, o i musulmani in generale, con i regimi illiberali che sono al governo, dimenticando che molti uomini e donne hanno raggiunto l’Italia proprio per fuggire da contesti drammatici di violenza e sopraffazione. Questo non significa che l’Italia o la comunità cristiana debba disinteressarsi della sorte dei cristiani che vivono in condizioni difficili. Sarebbe anzi auspicabile che il nostro Paese si pronunci sempre contro la violenza, a prescindere dalla confessione religiosa delle vittime, e che la comunità cristiana porti soccorso ai bisognosi, in particolare ai propri correligionari.
            Un ulteriore elemento di confusione deriva dalla sovrapposizione tra Islam e Paesi «islamici», tra una Rivelazione divina e mutevoli espressioni geografiche, tra religione e strutture politiche e territoriali che si ispirano o affermano di ispirarsi a quella religione. Non si può chiedere conto all’Islam delle politiche dei Paesi del Medio Oriente, come non si possono addebitare al Cristianesimo le politiche dell’Europa, e non si possono considerare islamici alcuni Paesi soltanto perché si dichiarano tali. D’altronde, non stupisce che in un mondo ormai completamente fondato su una prospettiva psicologica non si discrimini più tra verità e opinione individuale, tra realtà e percezioni soggettive, tra ontologia e psicologia. Si nota il medesimo errore in coloro che non esitano a considerare «islamici» i terroristi per il solo fatto che costoro si dicono tali, come se bastasse attribuirsi mentalmente un’identità per possederla davvero.
            L’argomentazione di coloro che invocano la reciprocità tra musulmani e cristiani cade nel ridicolo quando si trova a doversi applicare in casi concreti. Un paralogismo, uno slogan elettorale, un’istanza emotiva ridotta a flatus vocis, infatti, cessa di esercitare il suo effetto ingannevole quando se ne indaghi con attenzione il valore semantico e il contenuto reale.
            A questo proposito, ad esempio, non si possono imputare ai musulmani italiani, per il solo fatto che sono musulmani, le politiche dei Paesi arabi. La libertà religiosa è garantita ai cittadini italiani senza distinzione di confessione religiosa: dunque gli italiani di confessione islamica, ad esempio, hanno lo stesso diritto a edificare luoghi di culto dei loro concittadini di qualunque religione. È assurdo chiedere ai musulmani italiani la «reciprocità» dei diritti di cui essi godono in Italia, in quanto cittadini italiani, per i cristiani, indigeni o allogeni che siano, residenti in Paesi dove tali diritti non sono garantiti. Quale autorità potrebbero esercitare alcuni cittadini italiani di religione islamica nel merito di una questione gestita politicamente da uno Stato sovrano? Il godimento dei diritti costituzionali in Italia dovrebbe forse essere vincolato alla confessione religiosa dei cittadini? In altre parole, i musulmani italiani godono dei diritti di cittadinanza in quanto italiani, non in quanto musulmani, e non si comprende come i diritti civili di cui godono questi cittadini italiani possano costituire una variabile dipendente rispetto ai diritti civili richiesti da alcuni stranieri, eventualmente cristiani, in Stati che li negano.
            Finora abbiamo messo in luce i numerosi errori formali e le incoerenze di metodo reiterate da coloro che rivendicano la reciprocità, ma occorre entrare finalmente nel merito per dissipare una menzogna ripetuta con tanta frequenza, in buona o in cattiva fede, da essere ormai accettata come verità incontrovertibile da molti: è falso che non vi sia libertà religiosa nei Paesi a maggioranza islamica. Esistono chiese e sinagoghe dal Marocco all’Indonesia, centri religiosi, istituti culturali di matrice ebraica, cristiana, indù, buddista. «Non c’è coercizione nella religione», insegna il Sacro Corano (II, 256), e gli unici casi di privazione totale o parziale della libertà religiosa riguardano Paesi o territori in cui i fondamentalisti sedicenti islamici sono al potere o esercitano un influsso sociale preponderante.
            A sostegno di questo slogan fraudolento, volto ad alimentare suggestioni islamofobiche delineando una situazione drammaticamente immaginaria, si cita spesso un caso particolare: quello dell’Arabia Saudita. Qualcuno ha constatato che in Arabia Saudita «non vi sono chiese perché non vi sono cristiani»; purtroppo, un’osservazione così lineare risulta inconcepibile per la mentalità coloniale di alcune aree culturali dell’Occidente moderno… In ogni caso, se nel Regno Saudita non vi è libertà religiosa, ciò non avviene perché l’Islam la neghi, ma perché al governo del Paese vi è una dinastia wahabita caratterizzata da un’ideologia integralista.
            Qualcuno si spinge oltre e domanda: «Se c’è una moschea a Roma, perché non si può costruire una chiesa a Mecca?». Ebbene, innanzitutto in Italia c’è una sola moschea ufficiale per un milione di musulmani: esistono pochi Paesi al mondo segnati da una discriminazione religiosa di fatto così netta e grave. In secondo luogo, l’unica moschea ufficiale si trova a Roma, che fino prova contraria è la capitale d’Italia, Stato che riconosce pari dignità ad ogni confessione garantendo libertà di culto ai suoi cittadini, a qualunque confessione appartengano. Non risulta invece sia mai stata avanzata alcuna richiesta di edificare una moschea in Vaticano. Analogamente, i Luoghi Santi di Mecca e Medina sono riservati al rito islamico del Pellegrinaggio, come un unico, vasto tempio che ha per tetto la volta celeste, e non ospitano manifestazioni esteriori di altre forme confessionali. Non si comprende d’altronde perché un ateo dovrebbe andare a Mecca, se non per una forma volgare di curiosità o di esotismo culturale o di rivendicazione ideologica delle libertà individuali. È indicativa dello stato di degenerazione del mondo attuale la pretesa di sconsacrare i Luoghi Santi facendone l’oggetto di una sorta di turismo egualitario. Occorre comprendere, infine, che le religioni non sono entità quantitative intercambiabili costituite da elementi fungibili, ma Rivelazioni divine, caratterizzate da una dimensione qualitativa che prevede uno statuto di particolare sacralità e una vera e propria differenza di natura per determinati luoghi, tempi, uomini, oggetti.
            Le istanze di reciprocità si esprimono soprattutto nel dominio delle contingenze e prendono di mira la costruzione di luoghi di culto, l’insegnamento dell’Islam nelle scuole, l’apertura di centri teologici, culturali o educativi di carattere islamico. Per quanto riguarda l’ambito strettamente religioso, invece, le rivendicazioni sulla reciprocità della libertà religiosa toccano principalmente un tema: il diritto del musulmano di convertirsi al Cristianesimo, così come un cristiano può convertirsi all’Islam.
            In effetti, secondo la dottrina ortodossa dell’Islam, un musulmano non può convertirsi al Cristianesimo. Tale divieto è di natura esclusivamente teologica e non implica certo la «licenza di uccidere» il musulmano che eventualmente scegliesse di diventare cristiano. La stessa dottrina cristiana, peraltro, considera «apostati» coloro che si convertono all’Islam, sebbene in maniera del tutto illegittima e addirittura facendo violenza, se possiamo dire così, all’etimologia stessa del termine «apostata», che indica colui che «si volge indietro», e non può certo riferirsi a coloro che abbracciano l’ultima Rivelazione del monoteismo abramico senza in nessun modo rinnegare le precedenti. Sul piano del diritto, dunque, la libertà di culto in Italia è esplicitamente sancita dalla Costituzione e ribadita da varie leggi. Nessuno può usare la violenza per imporre o impedire una conversione, e rimproverare un tentativo simile ai musulmani col pretesto che la dottrina islamica non ammette l’apostasia  è come accusare i teologi cristiani di voler sterminare i golosi perché ne collocano la smodata passione alimentare tra i vizi capitali…
            La questione, tuttavia, esige un approfondimento relativo alla dottrina islamica. Il Corano scende «a conferma e protezione delle Rivelazioni precedenti» (V, 48) e, distanti da ogni prospettiva profana o esclusivista di evoluzionismo religioso, i musulmani non credono che Dio abbia dato «uno» agli ebrei, «due» ai cristiani e «tre» ai musulmani. In altre parole, l'Islam riconosce che tutte le religioni ortodosse sono ugualmente «vere» e che ciascuna di esse costituisce per i propri fedeli un percorso valido di ritorno a Dio. L'Islam riconosce nel Cristo il Verbo divino nato da Maria Vergine e dichiara l'origine integralmente divina del Cristianesimo: un cristiano che approdi all'Islam non deve e non può pertanto abiurare la sacralità del Cristianesimo, pur accedendo all'operatività provvidenziale dei mezzi rituali di un'altra confessione. Al contrario, se un musulmano si converte al Cristianesimo, è costretto a rinnegare la figura del Profeta e la Rivelazione coranica, poiché la dottrina cattolica non riconosce alle altre Rivelazioni l'integralità di un'origine divina, né riconosce la missione profetica di Muhammad, né indica nel Sacro Corano il Verbo di Dio che si fa Libro. Siamo dunque ben lontani da quella reciprocità così spesso e a sproposito evocata. Quale rispetto può esserci per i seguaci di una falsa dottrina? Le formule «progressiste» proposte ultimamente dalla Chiesa non attenuano il problema: riconoscere che ci sono elementi positivi anche nell'Islam o pensare che tutti si salvino perché «l'Inferno è vuoto» (scempiaggine prodotta da recenti riflessioni teologiche) o perché «Dio è buono» non corrisponde in alcun modo a quel vero rispetto sacrale che non può prescindere dal riconoscere la fonte sovraindividuale e la validità salvifica di ogni autentica religione.
            Se abbiamo dimostrato l’assurdità dei continui appelli ad una malintesa reciprocità e l’infondatezza delle argomentazioni che dovrebbero goffamente sostenere tali appelli, tuttavia esiste una reciprocità sana e santa che dovrebbe legare gli uni agli altri gli uomini religiosi, i cristiani e i musulmani. Su tratta del riconoscimento della validità salvifica di ogni forma tradizionale ortodossa. Se l’unica Istituzione ecclesiastica presente nell’alveo delle religioni abramiche, cioè la Chiesa Cattolica, riconoscesse l’origine divina e la validità salvifica almeno dell’Ebraismo e dell’Islam, forse i fanatici sarebbero meno motivati nello zelo di convertire gli altri, per amore o per forza. Solo questo riconoscimento nel Dio Unico può produrre il riconoscimento delle rispettive religioni e quindi un’autentica fratellanza nella sacralità.
            Troviamo dunque la reciprocità in questo riconoscimento spirituale, rinunciando alla pretesa di imporre al mondo intero, per egoismo imperialista o per buonismo umanitario, i «valori superiori» della «civiltà occidentale». Se l’Occidente ha dovuto subire l’epidemia della secolarizzazione, del «libero pensiero» dissacrante, del razionalismo e dell’individualismo, non si vede tuttavia la ragione della sadica urgenza di infliggere anche al resto del mondo analoghe malattie. L'oblio dei principi spirituali, peraltro, avanza inesorabilmente anche a Levante: la visione ingenua e romantica di un Occidente razionale in opposizione ad un Oriente spirituale non trova ormai riscontro nella realtà del mondo contemporaneo.
            In ogni caso, è necessario comprendere che non sempre la reciprocità è auspicabile e che non tutte le reciprocità sono buone. Altrimenti non saremo dissimili dallo sciocco protagonista di una storiella araba molto diffusa, che era stato colpito da un lutto. Ad un amico che lo consolava, lo sciocco rispose: «Che Dio mi conceda di ricambiarti!».

 

Yunus Abd al-Nur Distefano

4 Aprile 2008