![]() |
«Un tavolo di lavoro comune per l’Islam lombardo» Intervista a Sulayman La Spina, presidente della comunità di Sesto Calende
La comunità islamica che si riunisce a Sesto Calende, all’estremità meridionale del Lago Maggiore in provincia di Varese, conta circa 350 fedeli di varie etnie. In seguito a una recente serata dedicata al tema della “Cittadinanza interculturale. Condivisione dei valori e prevenzione dei radicalismi” organizzata in collaborazione con la Coreis italiana (un resoconto è presente a questo link), abbiamo intervistato il presidente dell’associazione di Sesto, Sulayman La Spina, musulmano italiano, che da anni si impegna per offrire un luogo di culto ufficiale alla sua comunità.
Verrà mai inteso come una certezza il fatto che l’Islam è compatibile con la società contemporanea occidentale e i suoi ordinamenti giuridici? È certamente un tragitto che durerà anni, ma per vincerlo è anzitutto necessario che i musulmani si diano un percorso comune per arrivare all’Intesa con lo Stato italiano. Per fare questo è altrettanto urgente che riescano ad andare oltre le proprie diversità e divisioni. L’attuale frammentazione soffre principalmente di un problema che ha origine all’inizio del fenomeno migratorio, quando i primi stranieri hanno aggiunto alla religione qualcosa di molto diverso dal vero Islam: i risultati li vediamo oggi in associazioni come l’Ucoii. Ma i musulmani in Italia non hanno bisogno delle dottrine di Hassan al-Banna (fondatore dei Fratelli Musulmani) o di re-islamizzare i musulmani secondo un particolare tipo di Islam proprio di questi movimenti. Noi abbiamo bisogno invece di vere guide, di atti giuridici da parte dello Stato e di libertà di culto.
I musulmani di nascita e cittadinanza italiana, in prevalenza convertiti, sono oltre 50 mila. Che rapporto esiste con i musulmani d’origine, in prevalenza immigrati? La posizione dei musulmani italiani è decisamente rilevante e al contempo delicata: abbiamo infatti un dovere maggiore da un punto di vista della rappresentanza religiosa, soprattutto quando possiamo dedicare tempo ad approfondimenti dottrinali. L’Islam, in Italia come in altre parti del mondo, non può mai infatti essere improvvisato, e per questo la presenza di guide religiose competenti ed integrate è oggi quanto mai ineludibile.
Esistono in effetti diverse applicazioni di alcuni aspetti della religione, e uno di quelli più strumentalizzati riguarda il vestiario. Per esso, come per molti altri casi, è anzitutto imprescindibile un riferimento alla dottrina dei sapienti. Per fare un esempio molto comune, una donna può decidere di portare il velo oppure no, ma solo a patto che lo faccia sulla base di un riferimento sicuro dottrinale. Le diversità possono naturalmente esserci, ma se tutti i musulmani seguono la sunna profetica allora non saremo mai veramente divisi. E poi alla fine rimane l’essenzialità del passo coranico: «Ma il migliore fra tutti è chi più teme Iddio». Più riusciremo ad organizzare lo studio e la formazione per i rappresentanti religiosi, più ci saranno possibilità di promuovere un Islam serio e non compromesso dalla diffusione di testi vicini a movimenti radicali. Al contempo, è molto importante che non prevalga mai soltanto un punto di vista.
La comunità di Sesto Calende conta una maggioranza di immigrati. E’ soddisfatto dell’iniziativa portata avanti con la Coreis, che rappresenta a livello nazionale i musulmani italiani? L’iniziativa è molto riuscita: oltre alla cospicua presenza di pubblico di immigrati e autoctoni, con una buona risposta della cittadinanza, molti hanno capito come ci sia veramente bisogno di sfatare alcuni pregiudizi più banali circa la possibilità per i musulmani di rispettare le leggi dello Stato senza dover per questo rinnegare alla propria religiosità. Apprezzo molto il lavoro portato avanti da anni della Coreis in questo senso, e credo che ci siano i presupposti per una futura collaborazione e un dibattito su alcune questioni dottrinali. Ad esempio non condivido la centralità data dai musulmani della Coreis ai cinque pilastri, intesi come fulcro dell’Islam. Si rischia in questo modo di trascurare aspetti molto importanti della Sharia, fra cui il diritto famigliare ed ereditario.
La comunità di Sesto non ha una moschea, nonostante l’approvazione da parte del Comune: come si sono svolti i fatti? Nel 2003 il Comune di Sesto Calende aveva dato opinione favorevole per la trasformazione in moschea di un locale già acquistato dalla nostra comunità in via Cavour 37. Poi all’improvviso qualcuno ha detto che i lavori erano illegali e in seguito il Comune ci ha posto alcune condizioni per l’edificazione della moschea che ritengo vessatorie. Tra queste vi era la necessità che tutti i fedeli avessero al residenza a Sesto, anche se la maggioranza viene da più parti della provincia. Inoltre, nel caso in cui qualcuno del nostro direttivo avesse avuto una qualsiasi condanna giudiziaria anche di primo grado, allora il Comune si sarebbe ripreso l’edificio di culto. Non abbiamo firmato perchè ci sembrava un’umiliazione. Inoltre, in seguito ad una campagna della Lega Nord, sono state raccolte circa 4000 firme contrarie della cittadinanza.
A cosa è dovuta questa opposizione? A Sesto Calende non è mai successo nulla. Tuttavia viviamo oggi in un clima costante in cui la gente ha paura e molti approfittano di questa generalizzazione alimentando i pregiudizi a fini politici. Ora abbiamo ripresentato un progetto come biblioteca che avrà anche uno spazio per conferenze da usare come luogo di preghiera. Tuttavia sembra che anche questo progetto debba naufragare in quanto una multinazionale, la Augusta Westland, vorrebbe espropriarci.
Come vede gli ultimi avvenimenti a Milano riguardo la chiusura di viale Jenner? La situazione milanese di incapacità di trovare una vera soluzione è paradigmatica del resto d’Italia. Sarebbe necessario creare un tavolo di lavoro locale attorno al quale possano sedersi tutti i rappresentanti islamici principali del territorio, che possano stendere un documento per gettare le basi per una collaborazione tra associazioni islamiche su temi come la formazione, le strutture per la beneficenza, le moschee. Un’intesa dove sia garantita la pluralità delle voci, senza che nessuno pretenda di essere l’unico e vero rappresentante, magari solo perchè è il primo ad esistere a Milano in senso cronologico. Credo che la presenza di realtà in maggioranza di musulmani italiani, come la Coreis, assieme ad altre con maggioranza di immigrati, come via Quaranta, concorra ad un giusto equilibrio.
25 settembre 2008 |