Venezia e l’islamicità. Un messaggio per il presente

Già il titolo della mostra “Venezia e l’Islam, 828-1797” (Palazzo Ducale, 28 luglio – 25 novembre 2007) ci costringe ad andare ben oltre la sfera culturale o storico-artistica. “Venezia e gli Arabi”, “Venezia e i Turchi”, “Venezia e i Persiani”, sono infatti soltanto tappe di un unico grande percorso espositivo che mette in relazione una città di passaggio fra Oriente e Occidente con una religione universale, come universale è quella spiritualità che sola ha potuto legare Arabi, Turchi e Persiani.
Proprio una visione unitaria si impone fin dall’ingresso della sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale, dove con un solo colpo d’occhio il visitatore ammira d’un tratto l’intera collezione, esposta in unico spazio senza muri divisori. Una prospettiva globale nella quale ogni oggetto, epoca storica o civiltà, sono inseriti fra la prima ed ultima opera del percorso: all’inizio, posta a una sommità della sala, la famosa “cattedra di Pietro”, un antico trono decorato di iscrizioni coraniche dove si narra essersi seduto il primo vicario di colui che i musulmani chiamano sayydina ‘Isa, nostro Signore Gesù. All’altra sommità, esattamente dirimpetto, conclude l’esposizione un imponente arazzo persiano con una calligrafia della shahada, primo pilastro ed essenza dell’Islam: “Testimonio che non vi è divinità se non Iddio, e che Muhammad è il Suo Inviato”.
Queste due “pietre angolari” che il visitatore è costretto a scorgere ogniqualvolta alzi lo sguardo fra le numerose testimonianze di scienza, arte e commercio, rappresentano un costante richiamo visivo – e non solo – ai due poli spirituali fra i quali soltanto acquistano un senso ogni scienza, arte e commercio.

Non deve infatti stupire se, come appare con estrema evidenza in “Venezia e l’Islam”, nessuna vicissitudine politica, scontro o incontro, guerre, nascite o cadute di imperi, hanno mai impedito che gli uomini continuassero a utilizzare il velo esteriore di scienze, arti e commerci per costruire un ponte stabile e duraturo fra civiltà, sul quale venisse in realtà parlato lo stesso linguaggio, quel linguaggio che conduceva all’unica vera “Parola in comune”, al di là di ogni giro di ruota della Storia: il Dio unico, che ha donato alle genti diverse religioni per plasmare con il carattere di una Sua Rivelazione – che sia la Torah, il Cristo o il Corano – tutte le attività vissute dagli uomini e dalle donne di una civiltà, che si ri-velano così come riflessi di una Verità unica, variazioni su uno stesso tema di una grande sinfonia fra popoli che «gareggiano nelle buone opere» (Corano V, 48).

E proprio le «opere» sono ciò che colpisce di un’esposizione che offre esempi così concreti del fondersi fra civiltà, unite perchè diverse e diverse perchè unite, tanto che più volte risulta impossibile distinguere l’origine occidentale o orientale di un oggetto, essendo ogni quadro, tessuto o manufatto, espressione di un’unica arte. Un’unità nella diversità espressa in modo toccante per i musulmani specialmente nell’icona di sayda Maryam, nostra signora Maria, la madre di Gesù, il cui manto che ne vela la purezza verginale è decorato con ricami di arte islamica.

L’importanza del contributo non solo artistico ma dunque anche intellettuale e spirituale offerto dalla mostra “Venezia e l’Islam” è proprio quello di richiamare alla necessità di un dialogo attraverso i fatti, perchè solo i segni tangibili, le testimonianze concrete, ci permettono finalmente di trovare un solido punto di appoggio nella quotidiana tempesta mass-mediatica.
Sono infatti gli oggetti a richiamarci alle vite vissute di migliaia di uomini che hanno sempre saputo trovare nel diverso un forte stimolo alla conoscenza, soprattutto a livello artistico, scientifico e intellettuale. E proprio Venezia ci ricorda quegli esempi di compenetrazione fra Islam e Occidente come furono il sud Italia o la Spagna: secoli di fruttuosa sintesi fra civiltà, la cui memoria si vorrebbe oggi oscurare, esasperando singoli paragrafi di storia a dispetto di altre migliaia di pagine spesso non scritte le quali – come del resto avviene anche con la realtà attuale – non “fanno notizia”.

Muovendosi fra le opere d’arte dell’esposizione, che porta alla luce soltanto la punta di un iceberg di secoli di simbiosi artistiche e intellettuali, potrebbe invece risultare una “notizia” preziosa, per tutti gli occidentali, scoprire che la loro identità non è mai stata monolitica o puramente “occidentale”, e forse deve molto di più all’Oriente di alcuni teoremi matematici o spezie aromatiche. Un insegnamento rivolto anche e soprattutto ai musulmani che vivono oggi in Occidente: sono infatti quest’ultimi che, a maggior ragione, dovrebbero essere consapevoli di avere l’onore di portare nuovamente una testimonianza dell’Islam in una terra per esso “straniera”. E un’esperienza concreta come quella della mostra dovrebbe risvegliare questa consapevolezza, oggi così sovente offuscata da tutta una serie di istanze sociali, economiche o di difesa dall’estremismo violento che, per quanto di vitale importanza, rischiano spesso di ostacolare una presa di coscienza più interiore. La sola che poi, se Dio vorrà, può produrre anche ricadute pratiche durature nei vari ambiti della vita e della società.

Si tratta infatti di svegliare l’intelligenza all’urgenza di un’occasione epocale di un rinnovato dialogo e reciproca testimonianza di fede che, per tutti i religiosi, specialmente ebrei, cristiani e musulmani, sarebbe una grave mancanza ignorare, o peggio ancora strumentalizzare per finalità ideologiche o di potere politico, che nulla hanno a che spartire con una disinteressata testimonianza spirituale.
Colpisce in questo senso il testo nella brochure della mostra, che riferendosi alla duratura storia di “Venezia e l’Islam” parafrasa l’adagio medievale dicendo: “mille e più di mille”. Sarà compito specialmente dei musulmani europei, che testimoniano nella loro persona la possibilità ancora oggi di una sintesi fra Oriente e Occidente, di continuare anche nel nuovo millennio a rendere vivo questo messaggio spirituale volto al dialogo, lasciatoci “nella bottiglia” per secoli nelle «opere» della mostra, e aspirando al contempo a una sempre migliore conoscenza della propria tradizione, essendo solo l’ignoranza dell’autentica natura dell’Islam l’unica vera causa di ogni fondamentalismo e scontro di civiltà.

Forse il messaggio letteralmente metafisico che una coraggiosa iniziativa come la mostra “Venezia e l’Islam” ci lascia, è che la rinnovata presenza dell’Islam in Occidente potrebbe anch’essa essere un velo per rivelare nuovamente quell’islamicità propria di ogni religione – islamicità che, nel suo significato di “sottomissione a Dio”, è ben più antica di 14 secoli – costruendo così su nuove basi una convivenza e un ordine che non siano basati solamente sul mero funzionamento tecnico della società, dell’economia e della politica, ma dove l’apporto culturale, scientifico e interreligioso possa essere nuovamente il naturale veicolo di uno scambio veramente proficuo fra Oriente e Occidente, come peraltro da sempre è stato.

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Proprio in chiusura della mostra verrà offerto un esempio di come tale scambio non sia solo necessario, ma altrettanto possibile anche all’inizio del terzo millennio. “L’Occidente e l’Islam - Unità nella diversità fra arte e intellettualità, è il titolo del convegno che chiuderà la mostra “Venezia e l’Islam” venerdì 23 novembre 2007 alle ore 18, al Museo Correr, dove rappresentanti dell’Islam da Oriente e Occidente, dal mondo accademico, scientifico, istituzionale, discuteranno degli scenari futuri dell’Islam in Occidente e di una sua autentica rappresentanza in Europa, così come del ruolo che i musulmani possono avere nella costruzione di una società multietnica e multiconfessionale, nella prevenzione dei conflitti e nella lotta contro le strumentalizzazioni ideologiche della religione.
Un prestigioso simposio internazionale come culmine di quella sintesi fra arte e intellettualità che nei secoli è sempre stata il canale privilegiato per l’arricchimento reciproco di civiltà diverse. Siederanno allo stesso tavolo rappresentanti dalla Giordania, Regno di discendenza profetica e tradizionale apertura al dialogo interreligioso, dalla Francia, con il direttore dell’Osservatorio astronomico e rappresentante della grande moschea di Lione – raro esempio di unione fra ricerca scientifica e spiritualità universale – e infine dal Marocco e dall’Italia, quest’ultima rappresentata nella propria componente islamica intellettuale dalla Co.Re.Is Italiana, promotrice dell’evento assieme all’Isesco, la più importante organizzazione islamica mondiale per la cultura e la scienza, con sede a Rabat, e organo dell’Oci (Organizzazione della conferenza islamica) che riunisce 57 paesi da tutto il mondo.
L’incontro, che cade nell’ottocentenario della nascita del poeta Jalal ad-Din Rumi, sarà moderato dall’imam della moschea di via Meda a Milano Yahya Pallavicini, autore del nuovo libro edito da Bur-Rizzoli “Dentro la moschea”: una raccolta di testimonianze vissute, nelle responsabilità pubbliche e private, e nei sermoni di 25 imam italiani, musulmani d’Occidente, nelle cui «opere» è forse possibile scorgere una luce di continuità per il futuro, e ancor più per il presente.

Interverranno:

  • Prof. Abdellah Ben Arafa , ISESCO (Islamic Educational, Scientific and Cultural Organization) Rabat, Regno del Marocco
  • S. A. R. Wijdan Ali, ambasciatrice del Regno di Giordania in Italia
  • Prof. Abd al-Haqq Ismail Guiderdoni, direttore dell’Osservatorio astronomico di Lione, dell’Institute des Hautes Etudes Islamiques e rappresentante della Moschea di Lione
  • Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini, presidente della Co.Re.Is. (Comunità religiosa islamica) italiana

Modera:

  • Yahya Pallavicini, Consulta per l’Islam Italiano del Ministero dell’Interno

 

Yahya Abd al-Ahad Zanolo

13 novembre 2007