Volere e lavorare per la Pace

Intervista a Rav Alfonso Arbib

 

Pubblichiamo un’intervista a Rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano, a seguito della sua partecipazione al convegno Il Sacro e la Pace, svoltosi il 22 gennaio a Milano, a fianco di Yahya Pallavicini della CO.RE.IS. Italiana, di Monsignor Gianfranco Bottoni, del ministro Andrea Ronchi e del Presidente del Consiglio Comunale di Milano Manfredi Palmeri.

 


1. Si è celebrata la scorsa settimana, il 27 gennaio, la Giornata Erbaica della Memoria: che cosa significa per la Comunità Ebraica celebrare questa giornata?


La memoria è innanzitutto la memoria del popolo ebraico, ma anche la memoria di ciò che accadde al popolo ebraico nel secolo scorso: la Shoa. Ricordo del passato, ma non solo, poiché la giornata della memoria diviene anche un monito affinchè eventi tragici come quelli accaduti al popolo ebraico non si debbano più ripetere.


2. La lingua ebraica e la lingua araba hanno una radice comune, tanto da renderle simili. Ad esempio la parola pace si dice shalom in ebraico e salam in arabo. Nel suo intervento in occasione del convegno Il Sacro e la Pace di giovedì 22 Lei ha spiegato che la radice da cui deriva la parola shalom, richiama un senso di integrità, di interezza: può riprendere brevemente questo importantissimo argomento?


La radice ebraica shalem, da cui deriva la parola shalom, significa integrità. Non si tratta di un’integrità che l’uomo già possiede, e con la quale si presenta al mondo chiedendo a quest’ultimo di adeguarsi alla sua integrità. Un tale idea di integrità e di pace è invece molto pericolosa potendo portare a tutti i fondamentalismi e agli integralismi. Ma qual è allora, secondo la tradizione erbaica, l’idea corretta di shalom, di pace? Essa si basa sul fatto che gli esseri umani in quanto tali non sono perfetti, ma sono creature imperfette con molti difetti. L’integrità non è qualcosa di già posseduto, ma un’aspirazione, l’aspirazione a diventare integri. Questo è il significato secondo la tradizione ebraica della parola shalom: è l’aspirazione di ogni essere umano a diventare integro, rendendosi conto delle proprie difficoltà e delle proprie imperfezioni. In questo senso soltanto ci può essere una Pace autentica, una pace dove gli uomini non si pensano e non si presentano come esseri perfetti, ma come esseri imperfetti, capaci tuttavia di aspirare a quell’integrità che è la vera pace.


3. Lei diceva che bisogna “volere la pace”: è in questo senso?


Esattamente. Nelle massime dei padri, in particolare nel trattato della Mishnà, si trova scritto l’invito a prendere a modello di condotta Aharon, Aronne, il fratello di Moshe, Mosè, “che amava la pace e che inseguiva la pace”. La pace infatti deve essere inseguita perché non è una condizione naturale. L’uomo è naturalmente portato alla guerra, e proprio per questo deve volere la pace, una condizione che è più difficile e che deve essere conquistata, preparata ogni giorno, laddove un mondo lasciato a se stesso rischia di andare verso la rovina.


4. Qual è la posizione sua e delle comunità ebraiche italiane nei confronti dell’Appello della CO.RE.IS. Italiana ai concittadini di ogni fede religiosa e di tutte le culture ? Il ministro Ronchi, e lei stesso, avete definito l’Appello della Comunità Religiosa Islamica Italiana un appello coraggioso: può approfondire le ragioni di questo giudizio?


Mi sembra che l’appello vada nella stessa direzione di cui dicevamo: è la direzione di chi è consapevole che bisogna lavorare per la pace, e lavorare duramente, con la consapevolezza delle difficoltà e degli ostacoli che si pongono su questo cammino, ma anche con la fiducia che questa Pace autentica sia una condizione raggiungibile.


5. A tal proposito, come è possibile sensibilizzare la cittadinanza affinchè impari a distinguere tra religione autentica e strumentalizzazioni del sacro?


Credo che sia necessario intraprendere un’opera educativa a largo raggio. A questo scopo le nostre parole non bastano, mentre ci vorrebbe qualcosa in grado di incidere sul tessuto della società, a cominciare dalle scuole ma non solo. Credo che ci vogliano sforzi e impegno per procedere su questa strada.

6. In questo senso, le diverse comunità religiose potrebbero collaborare tra loro, anche insieme alle istiuzioni, per portare avanti questa opera di testimonianza e sensibilizzazione alla realtà religiosa?


Certamente, questa collaborazione è fondamentale.
Dovrà essere attuata con perseveranza, e non potrà essere soltanto sporadica. Si tratterà di un duro lavoro che deve essere affrontato dai rappresentanti delle comunità religiose, anche qui senza perder la consapevolezza di tutte le difficoltà che comporta.


7. La Comunità ebraica è da secoli presente in Italia, e attualmente, nonostante alcune difficoltà, è ben integrata nella società italiana e partecipe in maniera attiva alla sua vita culturale, anche grazie, ma non solo, al riconoscimento giuridico con lo Stato italiano. Cosa ha portato a questo risultato esemplare?


Probabilmente il fatto di parlare come un'unica voce ha contribuito a favorire l’ottenimento dell’intesa con lo Stato. Attualmente ritengo che le difficoltà della comunità islamica nell’ottica di un’intesa con lo Stato siano legate anche al fatto che manchi un unico interlocutore. Credo comunque che questo riconoscimento, l’intesa giuridica con lo Stato prevista per le comunità religiose, debba essere conferito in Italia anche alla comunità islamica, un' intesa che possa essere la base per una regolamentazione efficace, tramite leggi precise, dell’Islam italiano.


'Isa Abd al Haqq Benassi

5 febbraio 2009