“Oggi, giovedì 20 marzo, 12 giorno del mese Rabi al-Awwal, cade la ricorrenza del mawlid an-nabiy: i musulmani celebrano la nascita del Profeta Muhammad. Per onorare l'anniversario della manifestazione terrena dell'Inviato di Dio, Islamicità offre ai suoi lettori uno straordinario testo già pubblicato nel 2005 su Musulmani d’Occidente: Il Profeta Muhammad, di Abd al-Haqq Isa Croce”.

 

Il Profeta Muhammad

 

La preghiera e la pace siano su di te,
o nostro patrono, o Amato di Dio
la preghiera e la pace siano su di te,
o nostro patrono, o Profeta di Dio
la preghiera e la pace siano su di te,
o nostro patrono, o Inviato di Dio
mille preghiere e mille volte pace
Iddio effonda la Grazia su di te
e sulla tua famiglia e sia soddisfatto
dei tuoi compagni, o migliore fra
i ricettacoli di Dio.

 

Questa con cui abbiamo voluto cominciare il nostro intervento è la traduzione di una fra le più diffuse formule di preghiera sul Profeta Muhammad che quotidianamente i mussulmani fanno seguire come opera supererogatoria al rito dell’orazione canonica, cinque volte nell'arco del giorno e della notte. In essa i fedeli invocano Dio affinché ricompensi, secondo quanto da Lui Stesso promesso, colui che si è fatto, per la loro salvezza, strumento della Rivelazione dell’Islam. Sebbene ormai stia cominciando a irradiarsi anche in Europa a opera di alcuni sapienti qualificati una conoscenza corretta della religione islamica, purtroppo il Profeta Muhammad rimane ancora una figura sconosciuta alla maggior parte degli occidentali, ai quali i mass media non offrono, nella migliore delle ipotesi, che alcuni dati puramente biografici; questi però, avulsi dal loro contesto e dalla dimensione religiosa, risultano quasi sempre incomprensibili e si prestano a misinterpretazioni o strumentalizzazioni.
Prima ancora di accostarsi alla storia sacra degli eventi della sua vita, è essenziale cercare di rispondere religiosamente al quesito fondamentale, che rischia di rimanere senza risposta per chi non abbia un’informazione sufficiente sull’Islam, musulmano o non musulmano che sia. Chi è il Profeta Muhammad?
Può essere emblematico rispondere inizialmente a questa domanda citando la più antica fonte non islamica che parla di lui, una Cronaca del VII secolo scritta dal vescovo armeno Sebos, che descrive la storia dell’Imperatore cristiano Eraclio e quella dell’espansione araba in Asia Minore fino all’epoca del califfo Mu‛awiya. In essa si dice che Muhammad si prodigava per ricondurre i suoi compagni alla Religione di Abramo e rivendicava le promesse fatte ai discendenti di Ismaele. Si con­stata per prima cosa, quindi, come la testimonianza spirituale portata dal Profeta Muhammad non sia qualcosa di isolato nella storia sacra di questo mondo, ma si collochi all'interno di quella grande corrente spirituale che discende da Abramo, come terza e ulteriore affermazio­ne del monoteismo.
    La Tradizione riporta in effetti come l'ascendenza di Muhammad possa essere seguita nel risalire le generazioni fino a Kedar, capostipite degli Arabi, a suo padre Ismae1e, e al padre di questi, Abramo. In verità, fra i discendenti di questi Profeti, la famiglia di Muhammad fu una delle poche a mantenere inalterato il culto al Dio Unico di Abramo e Ismaele, mentre la maggioranza della loro gente si discostava sempre più dal monoteismo primordiale per seguire le pratiche idolatriche dei popoli vicini, al fine di propiziare con essi legami diplomatici e commerciali. Veramente, quindi, la Rivelazione testimoniata da Muhammad nel VII secolo dopo Cristo restaurava una purezza religiosa originaria, ed egli stesso costituiva l'eredità spirituale di Ismaele, dopo il quale nessun Profeta era stato inviato agli Arabi. A questo proposito soltanto i sapienti fra gli ebrei e i cristiani avevano serbato la conoscenza del futuro avvento di un ulteriore Inviato divino, annunciato nei Salmi e preconizzato nei Vangeli, e non a caso alcuni tra questi sapienti furono i primi a riconoscere l’autenticità della sua funzione di Profeta.
    Dunque Muhammad nacque e fu formato nella religione di Abramo. Ma il Sacro Corano dice di Abramo che non fu né ebreo né cristiano, per sottolineare come la sua religione, la Hanifiyya,non sia da intendersi tanto come una forma confessionale specifica, quanto piuttosto come il culto primordiale nella sua purezza. Abramo è colui che riconosce la Presenza di Dio in tutti i Segni della Creazione, ma non associa alcuno di essi all'Unicità della Realtà divina, e il suo culto non è che la provvidenziale riattualizzazione della Religione Primordiale, la Din al-Fitra data ad Adamo, primo uomo e primo Profeta, all' origine dei tempi: e se Adamo è detto essere il primo Profeta islamico, 1'Islam va inteso qui nella sua accezione universale di Sottomissione Pacificata alla Volontà di Dio.
    Il termine hanifiyyah designa la caratteristica di coloro che «inclinano» «tendono» verso Dio. È questa la condizione naturale dell'uomo, una norma di vita insieme attiva e contemplativa, che informa e unifica l'esteriore e l'interiore. Di tali complementari Muhammad diede sempre un esempio di perfetto equilibrio e ammonì a non disgiungerli: questa è una delle chiavi di lettura fondamentali per comprendere la vita religiosa islamica e la vita di Muhammad in particolare. Egli fu il tramite degli insegnamenti interiori più profondi, ma nello stesso tempo si occupò con sollecitudine della propria famiglia e dell'intera comunità di Medina di cui era la guida, provvedendo a tutte le loro necessità, per quanto contingenti.1
Oltre a essere l'interprete dell'eredità abramica, Muhammad è però anche un nuovo Rasulu ‘Llah, Inviato di Dio. Egli è il Messaggero di una nuova specifica Rivelazione, l'Islam, inteso come ultima forma presa nel corso della storia della presente umanità dalla Religione in sé, quel filo ontologico che lega la creatura al suo Creatore. Questa funzione profetica si manifestò fin dalla sua infanzia, in particolare con l'episodio miracoloso della purificazione del suo cuore con la neve da parte dei due angeli, evidente preparazione di un ricetta colo che dovrà accogliere in sé nella più perfetta trasparenza il Verbo di Dio. A tale predestinazione provvidenziale si riferisce particolarmente l'appellativo di Muhammad al-Mustafa, l’Eletto fra gli uomini, che ricorda lo stato di Maria, resa pura dalla nascita proprio per accogliere lo Spirito divino e dare alla luce Gesù. Come Maria è vergine, così Muhammad è ummi, «vergine intellettualmente», anche nell'accezione contingente di «illetterato»: sarà proprio questo suo stato a sorprendere e a meravigliare coloro che sentiranno recitare la Rivelazione del Sacro Corano, in una lingua grammaticalmente e stilisticamente inarrivabile per un uomo che sanno essere privo di istruzione secondo le apparenze di questo mondo.
     Giunto a quarant'anni, mentre si trovava nella grotta di Hira per un ritiro spirituale che era consuetudine degli hunafa i devoti della re­ligione di Abramo, fu visitato nella cosiddetta «Notte del Destino» dal­lo stesso angelo che aveva dato l'annuncio a Maria, Gabriele: in quell'occasione il Verbo di Dio, il Sacro Corano, discese integralmente nel suo cuore. La stessa natura di Muhammad, in quanto ricettacolo della Rivelazione, si assimila alla natura divina di quest'ultima: significativamente la sua sposa ‛A’isha, interrogata da alcuni su quale fosse il carattere del Profeta, rispose: «Il suo carattere è come il Corano».
Il Profeta Muhammad visse quindi seguendo in modo perfetto l'ordine divino manifestato si nella Rivelazione: uno dei suoi epiteti tradizionali è Abd al-Hady, il Servo di Colui che guida, che si riferisce esplicitamente alla sua custodia della Guida divina, al-Huda, altro appellativo del Sacro Corano. Il discernimento di cui egli diede prova in ogni occasione costituiva una sapienza miracolosa che andava ben al di là di ogni competenza contingente, per identificarsi totalmente con l'ispirazione di Dio: del resto il Discernimento, al-Furqan, è un altro dei nomi della Rivelazione coranica. Illuminante in tal senso è l'episodio delle tre domande dottrinali poste dai sapienti ebrei per verificare l'autenticità della sua Profezia. A esse Muhammad aveva assicurato di rispondere, dimenticando però di aggiungere «se Dio vuole»: non fu in grado di dare una risposta se non dopo molti giorni, quando Dio Stesso gliela rivelò: questa circostanza, che mostrava come la sua ispirazione fosse indipendente dalla sua volontà, colpì i sapienti quanto la stessa qualità soprannaturale delle risposte ricevute.
Dunque Muhammad esprime la funzione divina di guida per i suoi compagni e per tutti i musulmani: egli fu infatti la prima guida nella religione, il primo imam, parola la cui radice ha il significato di «dirigersi verso, precedere, essere di riferimento». L'imam è colui che si trova a essere davanti ai ranghi dei fedeli nel compimento della preghiera rituale, essendo così di riferimento nell'indicare la direzione della Sacra Casa di Dio a Mecca. Muhammad, in quanto imam, era seguito dall'intera comunità dei fedeli musulmani, che costituiscono la umma.2 Questa comunità non seguiva la sua guida in modo inerte, così come inerte non era il Profeta, ummi, quando si fece carico di quella Guida costituita dalla Rivelazione, che anche le montagne e la terra intera, come dice la Tradizione, non avrebbero saputo reggere senza fendersi.
Il Sacro Corano regola tutti i diversi aspetti della vita umana per guidarla verso la perfezione, e il Profeta, nella sua perfetta conformità al messaggio affidatogli, incarnava questa perfezione come simbolo vivente. In effetti, durante la sua permanenza terrena, Muhammad divenne con le sue parole, i suoi insegnamenti, i suoi atti, il suo comportamento e le circostanze stesse della sua vita il commento per eccellenza della Rivelazione coranica, un commento vivente la cui ritrasmissione, la sunna, si lega al Sacro Corano inscindibilmente, come seconda fonte della dottrina nell'Islam. A tal proposito è significativo come le deviazioni integraliste, accanto a una visione ideologizzata della religione e a una concezione astratta di Dio, promuovano un'idea del tutto profana dell'umanità di Muhammad. La visione dei fon­damentalisti, infatti, riduce di fatto l'Inviato di Dio a un uomo ordinario, senza distinguerlo in alcun modo dalla condizione degenerata dell'uomo degli ultimi tempi, e si mostra incapace di riconoscere in lui il modello archetipico di ciò che l'uomo veramente è e dovrebbe essere secondo la Volontà di Dio.
Se infatti Muhammad è un uomo, come puntualizza più volte il Sacro Corano, egli è però al-Insan al-Kamil, l’Uomo Perfetto, il modello imprescindibile per il musulmano di ciò che l'uomo è nel suo senso più universale e completo. Egli è il vero uomo, la cui vita è l'esempio perfettamente realizzato di obbedienza a Dio: per il fedele non è quindi possibile ottenere la soddisfazione del suo Signore se non attraverso la realizzazione di questo modello, né è concepibile una modalità di conformità spirituale che non sia già compresa nella natura del Profeta. «o credenti, non anticipate Dio e il suo Inviato», riporta il Sacro Corano, ammonendo a ricondurre costantemen­te ogni iniziativa individuale alla verifica dell'Ordine divino della Rivelazione, unitamente alla verifica del modello del Profeta.
La vita è il campo in cui il musulmano deve mettere in pratica quel carattere spirituale di nobiltà, di sobrietà, di essenzialità e di ordine che Muhammad incarnava, se vuole veramente vivere «islamicamente». Si tratta di un'operatività spirituale estremamente precisa che il credente deve sforzarsi di realizzare in tutti gli ambiti della propria vita, dai più elevati a quelli apparentemente più contingenti ma non per questo trascurabili, quali quello familiare o lavorativo o della vita sociale, ricercando in ognuno quella misura naturale che Muhammad incarnava. Si narra per esempio in un hadith che tre Compagni dell'Inviato di Dio, desiderosi di raggiungere un elevato grado spirituale, avessero espresso il primo l'intenzione di consacrare notte e giorno alla preghiera, il secondo di non interrompere il digiuno del sacro mese di Ramadan durante le ore notturne, il terzo di astenersi per tutta la vita dai rapporti coniugali; a essi rispose il Profeta Muhammad: «Io, che temo e adoro Iddio più di tutti voi, digiuno e rompo il digiuno, prego e dormo, e mi sono sposato. Non è dei miei chi si discosta dalla mia sunna».
Il fatto che l'insegnamento spirituale del Profeta non trascuri al­cun aspetto della vita non va in alcun modo letto come un' estensione indebita della sfera sacra ad ambiti supposti «non sacri», come il punto di vista profano tende spesso a ravvisare tacciando l'Islam di «totalitarismo teocratico». In realtà, la natura unitaria dei precetti divini nell'Islam è costantemente caratterizzata, sia nell' espressione coranica sia nell' esempio vissuto del Profeta, da un carattere di misericordia, che realizza quel nome di Dio rivivificato dal sacro Corano che è al-Rahman, il Misericordioso; a tal proposito Muhammad disse: «La religione è facilità. Chiunque cerchi di essere eccessivamente restrittivo nella pratica religiosa fallirà».
Tuttavia, l'hadith che sintetizza pienamente questo insegnamento di vita che riunisce l'interiore e l'esteriore è quello che esorta a «vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, e vivere ogni giorno come se dovesse durare per l'eternità». Non basta infatti il ricordo dell' aldilà per preparare il fedele all'incontro con Dio, poiché l'Islam insegna che Iddio Stesso è ben presente in ogni momento e in ogni luogo dell' esistenza. Un giorno il Profeta stese la mano come se stesse per raccogliere qualcosa, ma la ritrasse subito: quando uno dei suoi Compagni gli chiese la spiegazione del suo gesto, egli disse di aver visto un «frutto» del Paradiso così vicino che gli era sembrato di poterlo cogliere con la mano.
Dio dice nella sura del Fico: «In verità creammo l'uomo nella più eccellente dirittura, da cui lo riducemmo alla più infima bassezza». Agli uomini che si trovano a essere nati in questa condizione così lontana dalla perfezione originaria, potrebbe sembrare impossibile tendere all'esempio di un Profeta, che per elezione divina sfugge completamente alla decadenza dell'umanità dei tempi ultimi. Ma in realtà i musulmani devono tendere alla perfezione di Muhammad proprio in quanto Profeta, poiché potremmo dire che l'uomo, nell'eternità del modello divino, è in effetti Profeta, vale a dire ritrasmettitore fedele del Verbo di Dio. Tale in effetti fu il primo uomo, Adam, in quanto vicario di Dio in questo mondo, vale a dire portatore della Sua Parola, della Sua Intelligenza e del Suo Ordine sulla terra. Si potrebbe dire che in realtà non sono i Profeti a essere uomini eccezionali, quanto piuttosto è la realtà profetica a essere il vero archetipo dell'uomo primordiale, come insegnato anche da Muhammad, che disse infatti: «Ero Profeta quando Adamo era ancora fra l'acqua e l'argilla».
Questo è ancora più significativo poiché, se Adamo è islamicamente il primo Profeta, colui che anticipa in sé il carattere specifico dell'intera serie dei Messaggeri di Dio che con lui ha inizio, Muhammad è invece Khatm al-Anbiya’, il Sigillo della Profezia, l'ultimo dei Profeti che ricapitola in sé, concludendolo, l'intero ciclo della Profezia. La Rivelazione islamica di cui Muhammad è il portatore afferma infatti esplicitamente di essere l'ultimo richiamo affinché l'uomo riscopra la sua dipendenza ontologica da Dio, e l'ultimo rinnovarsi di quel legame tra l'intera Creazione e il suo Creatore, prima che venga il momento dell’escatologia. In questa prospettiva, l'Inviato di Dio Muhammad è il mediatore tra questo mondo e l'Altro, così come il verde, che nell'Islam è il colore simbolico della Profezia, è la sintesi che unisce il giallo della terra e l'azzurro del Cielo. Tale mediazione non è beneficio esclusivo degli uomini, ma anche degli altri esseri visibili o invisibili che abitano questo mondo. L'esistenza del Profeta Muhammad fu infatti costellata da molti eventi miracolosi, che consistevano in un particolare risveglio del Creato alla sua presenza, per cui non solo gli animali ma persino le piante si animavano di un'intelligenza soprannaturale, per esprimere esplicitamente le lodi di Dio insieme a Muhammad.
Il Profeta Muhammad è quindi la porta attraverso la quale il fedele musulmano giunge al cospetto del suo Signore, ma questa porta non va identificata soltanto con una figura storica vissuta in un passato più o meno lontano, quanto soprattutto con la presenza viva e attuale del Profeta, invisibile ma reale. L’incontro con questa presenza profetica avviene quotidianamente per i credenti, soprattutto nell'adempimento dei riti quali l'orazione canonica. In essa, infatti, non solo si segue una forma rituale stabilita da Muhammad col suo esempio e si entra in comunione con il Verbo divino che si fa Recitazione, come già fece per primo l'Inviato di Dio, ma vi è un momento molto particolare di vicinanza con il Profeta, costituito dalla recitazione della formula nota come tahiyya. In essa si ripete il dialogo avvenuto nel corso della sua ascensione ai Cieli tra Muhammad e gli angeli che lo accolsero per decreto divino: per poco che ci si soffermi a considerare questo episodio miracoloso, si potrà comprendere senza sforzo come esso avvenga in quelle dimensioni celesti dello Spirito che sfuggono totalmente alle limitazioni del tempo, per cui si può veramente affermare che chi durante la preghiera recita le parole di questa conversazione straordinaria lo fa insieme al Profeta e agli Angeli nel presente dell'Eternità.
Del resto la presenza del Profeta si rende visibile attraverso coloro che più sono vicini al suo esempio, cioè i sapienti aperti all'ispirazione divina e profetica, se, come disse Muhammad, «i sapienti sono gli eredi dei Profeti». Questa guida non verrà mai a mancare, come dice la Tradizione, nemmeno nei tempi ultimi, in cui le suggestioni diaboliche e anticristiche avranno ingannato la grande maggioranza dell'umanità: saranno infatti questi veri sapienti a preservare la vera umma, preparando il momento della discesa escatologica del Sigillo della Santità, Gesù.
Sarà quello il Yawm al-Din, il Giorno della Retribuzione, in cui proprio Gesù per decreto di Dio manifesterà il Giudizio divino nei confronti dei vivi e dei morti. In questa occasione, il Profeta ricoprirà la sua funzione finale, promessa ai fedeli nel corso della sua vita terrena: quella di patrono dei musulmani nel Giudizio Ultimo, affinché unitamente alla Giustizia di Dio si manifesti la Sua Misericordia sovrabbondante, e i fedeli sinceri possano conseguire la salvezza. Questa intercessione avverrà per i meriti di Muhammad, colui che non è vissuto per se stesso ma per la comunità e il mondo a cui Iddio l'ha inviato, per la soddisfazione completa del Suo Signore.

 

Note:

1          La mentalità occidentale moderna, che tende, misinterpretando l'eredità cristiana, a contrapporre come incompatibili la vita esteriore e attiva nel mondo e la vita interiore della contemplazione, fatica a riconoscere questa prospettiva unitaria, che pure è la stessa del Cristo, il quale, come ricorda San Paolo, è a un tempo Re e Sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec.

2          Il termine umma significa infatti «comunità» o «famiglia» e ha la stessa radice di ummi, come anche di imam, esprimendo rispetto a quest'ultimo l'idea di fondamento e sostegno alla funzione di chi guida.

Imam 'Abd al-Haqq 'Isa Croce